Folgaria

Una prima volta in tutti i sensi. Folgaria, paesino sperduto tra le montagne Trentine, località sciistica per principianti e bambini, sede della nostra casetta, meta della nostra breve avventura. Siamo partiti in quattro, tre ragazzi e una ragazza, tra le paure di mio padre e le ansie di mia madre, tra il dilemma sui mezzi di trasporto e due persone che sono dovute salire in treno. Quaranta minuti di ritardo, un guasto tecnico, un uomo con lo zaino rosso che ha importunato una donna, un ragazzo nero senza biglietto che non voleva più scendere; era un treno particolare, un treno austriaco, con il corridoio su di un lato e le stanze a sei posti sulla destra. Nella nostra silenziosa privacy, eravamo un ragazzo e una ragazza che a mala pena si conoscevano, e abbiamo parlato poco, giocato a briscola, e desiderato di arrivare. Siamo scesi a Trento, e con le valigie ne abbiamo attraversato le strade, lasciando dietro di noi il perpetuo scrosciare delle ruote sui sanpietrini, e nell’attesa è trascorso il tempo, un vuoto cosmico di noi alla deriva. Poi due pullman, e Folgaria vestita di sera si aperta ai nostri occhi, un po’ innevata, fredda e alta. Doveva essere la nostra prima sera tutti assieme, la mia prima convivenza con tre ragazzi e nessun’amica nel letto matrimoniale. L’appartamento trovato per caso su booking.com si è rivelato una scelta perfetta, grande e moderno, con due stanze e un divano letto, i fornelli a induzione, il sale e l’olio già in dispensa, qualche piatto e bicchiere in meno, certo, ma a chi serviva? Abbiamo bevuto dalle bottiglie, mangiato nelle ciotole da colazione. Immensamente semplice, tutto quanto. Semplice come convivere con amici che non credevo avrei mai conosciuto così. Quella stessa sera siamo scesi a Trento in macchina, per incontrare S. che in Trentino ci vive da sempre, ma nel parcheggio il freno dell’auto ha cominciato a cigolare, gridare e impazzire. Siamo rimasti in quel parcheggio, con L. che meccanico un po’ ci è nato, e senza giacca, con i guanti e il cric in mano ha sollevato il mezzo e controllato da ogni lato, siamo rimasti lì, ad aspettare un carro attrezzi in perenne ritardo, a guardare nella macchina rombante i video comici di Giacobazzi, a consolarci della serata mancata. Senz’auto, S. ci ha portati tutti a Folgaria, e si è fermata a dormire. Non pensavo che sarebbe successo, non pensavo che avrei condiviso la stanza, il letto, l’armadio, non pensavo che mi sarei svegliata e l’avrei trovata lì, a darmi un forzato buongiorno prima di tornare di fretta a casa. Noi siamo andati a sciare. Sì, quella cosa che avevo fatto per tre giorni quattro anni prima. Quella cosa che pensavo mi piacesse, e invece mi incute ancora un po’ di paura. Mi fidavo di loro, e quando sono caduta sono stati sempre pronti ad aiutarmi, a rialzarmi, ad aspettarmi per riderci sopra, ed io sono stata pronta a fermarmi quando gli altri volevano correre, scendere con il vento a favore e la loro velocità. Abbiamo sciato insieme, siamo saliti sulle seggiovie insieme, ci siamo aspettati e rincorsi lungo le piste, e verso il tardo pomeriggio una cioccolata calda con una montagna di panna mi ha leggermente sporcato la tuta. E’ stato come in un sogno bellissimo, così come speravo sarebbe accaduto. L’ultima pista l’ho percorsa da sola, io rimasta indietro a godermi il panorama, la pace intervallata dal morbido scivolare delle lame, il vento quasi tiepido di fine giornata e i boschi fitti e innevati. Poteva già essere finita la giornata, ma con il buio che scendeva noi siamo usciti dalla casetta nell’albergo, e siamo entrati nella zona spa; sauna, bagno turco, idromassaggio, tutti insieme e vicini. Una prima volta tra le prime volte, avrei voluto che quei momenti non finissero mai. La sera siamo usciti a piedi nella deserta Folgaria, e dopo una birra in un pub siamo usciti a passeggiare, con i fiocchi di neve che insistenti cadevano dal cielo, e le strade che s’imbiancavano di secondo in secondo. Ci siamo scattati una foto, con i capelli bagnati e le mani in tasca, e senza volerlo il tempo è passato veloce senza spendere un soldo, senza far nulla di particolare. Il giorno dopo S. è venuta a pranzo da noi, ed è per l’occasione che abbiamo trovato bicchieri, piatti e posate, abbiamo condito l’insalata, scaldato il sugo per la pasta, tagliato lo strudel che aveva portato. Un pranzo come poteva essere un pranzo qualsiasi, qui a Bologna, eppure qualcosa lo ha distinto dagli altri, forse la sua durata, quando è finito verso le quattro del pomeriggio, o forse le partite a carte dopo aver pulito la tavola. Non lo so. Ma uscire di casa ha spezzato un incantesimo bellissimo che si era venuto a creare, ed ho potuto godere di Trento quando ancora un po’ di gente vagava nel buio, ho potuto bere uno spriz nel locale di fiducia di S., ho potuto cenare in un ristorante di piatti tipici, ho conosciuto gli amici di S. ed il suo fidanzato, entrare nel loro mondo, e involontariamente invidiarli perché insieme erano una cosa bellissima. E’ stata la serata più lunga, anche sotto la pioggia, la serata più strana, perché eravamo in tanti e così tanti non ne conoscevo, la serata più vera, perché finalmente Trento si è popolata di giovani, il venerdì sera, tutti in fila fuori da un pub conosciuto. E quando all’una di notte qualcuno decide di imbucarsi in zona spa, con un caldo thé verde e le bolle dell’idromassaggio, quando in costume nessuno sente freddo, ma le gambe incastrate l’una sull’altra si sfiorano, senza paura, perché in fondo ci si conosce un po’ di più, quando non conta più niente, non l’orario, non la fretta, non l’atto illegale, ecco: sono stata bene. Questo è stato, e il giorno dopo eravamo già tornati a casa. Tutti in auto, tutti in autostrada, tutti in silenzio ad ascoltare la musica, a seguire i camion con lo sguardo, a ricordare. E’ durata poco, è finita troppo presto, l’ho pensato tante volte. E mi è mancato tutto, perché non avevo mai vissuto una vacanza in questo modo, una breve fuga dal periodo di vuoto dopo la sessione d’esame, pochi giorni per liberare la mente e divertirmi. E’ vero, avrei potuto aprirmi di più, lanciarmi di più, come non mi sono lanciata lungo le piste più pendenti, ma sono fatta diversa dagli altri, sono nata con addosso il timore di apparire, e come un bracciale che non si riesce ad aprire io cerco di combatterlo, di nasconderlo, di sfilarlo poco per volta. Questo sono, e in una stanza d’appartamento mi sono svegliata ogni volta con il trucco della sera prima, perché acqua e sapone non volevo farmi vedere, e ho sì cucinato, apparecchiato, lavato i piatti, usato il bagno, quando la sola cosa che con loro avevo condiviso era qualche cena e la macchina, ma di tutto mi rimane un po’ il rimpianto, no, la nostalgia, perché un solo giorno, forse, avrebbe costruito qualcosa in più. Folgaria è stata la nostra casa, nonostante gli imprevisti, l’auto dal meccanico, la mattina vuota, il trenino per andare alle piste lento come un’apecar, è stata una bella casa, perché in fondo abbiamo fatto tutto insieme, dalla colazione alla cena, e prima di andare a dormire ancora qualcuno sgranocchiava le patatine sul tavolo, o finiva un torneo di briscola a quattro mani. Non conoscevo questo pezzo di mondo. Mi è piaciuto, come può piacere un cibo nuovo al primo assaggio. E se un giorno ci dovessi tornare, ricorderei sicuramente quei momenti, questi due giorni volati via in un attimo che mi hanno riempita di emozioni.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Kikkakonekka ha detto:

    MDM (Mia Dolce Metà) adora Folgaria dove per moltissimi anni da bambina e ragazza ha trascorso le vacanze estive con la famiglia.
    Ogni tanto ci andiamo anche noi per la gita estiva di un giorno, io la trovo davvero bella.

    1. ehipenny ha detto:

      È vero, piccolina e piacevole, anche sotto la neve ha il suo fascino 😆

  2. fulvialuna1 ha detto:

    Luoghi meravigliosi. Io sono innamorata di Trento.

    1. ehipenny ha detto:

      Concordo, sono stata in vacanza in Trentino per anni in estate, e non ci si stancava mai :))

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