Bruxelles

Tre giorni a Bruxelles, forse qualche ora in meno. È stato un viaggio che ho vinto, con il merito di un trenta in storia economica, l’ho vinto con due persone che consideravo anche allora mie amiche, e così è stato. Abbiamo preso l’autobus dalla stazione all’aeroporto, e ai banchi del check-in si è riunito io gruppo eterogeneo di studenti, compagni del mio corso che a mala pena avevo visto, e giovani al terzo anno di scienze politiche di Forlì. Non ci siamo presentati, non ci siamo stretti tutti la mano, nonostante fossimo in venti appena: una classe delle superiori. Mi sembrava quasi una gita, la gita del quinto anno che ci ha portati a Barcellona, e la professoressa in cima al gruppo che quasi non ci controllava. Sì, sembrava. In aereo sedevo accanto ad A., noi le sole con l’accesso prioritario e le valigie fuori dalla stiva, noi le sole che avevano occupato due posti vicini, e accanto all’ala, per le foto più belle. Dopo l’aereo, il pullman e la metro, le strade di Bruxelles ci hanno finalmente accolti, con le valigie a borbottare sull’asfalto e i cantieri aperti a deviare il traffico. Gli appartamenti erano già stati assegnati: di nuovo c’era A. insieme a me, per caso e per fortuna, insieme a una ragazza e due ragazzi mai visti. Una bella casa, moderna, con i fornelli a induzione, un bagno enorme, un divano ad angolo, ed il balcone che affacciava sulla piazza, doveva essere la nostra casa, per quei soli tre giorni di permanenza, ed io non ho esitato a conquistare il matrimoniale nella stanza con A. Fino ad allora, era una gita. E fino a sera lo è stata, quando tutti siamo andati a mangiare il nostro pranzo delle cinque del pomeriggio, con hamburger e patatine, lo è stata quando ci siamo dispersi a far la spesa, e G. si è proposto di cucinare sempre per noi, lo è stata quando dopo cena abbiamo deciso di uscire, nonostante tutti stessero crollando dal sonno. Non lo nego: era una gita strana. In pochi ci conoscevamo, nessuno si è annunciato con la targhetta del proprio nome, nessuno si è descritto come persona o provenienza, si lavorava di accenti, di soprannomi per sentito dire, e seduti al tavolo del pub ci siamo scattati la prima foto tutti assieme. Poi mi è tornato in mente che le gite erano in fondo finite, che questa era un’occasione, un progetto più serio, ho capito che sarei entrata là dove a pochi è concesso stare, e non ho maledetto le dieci sveglie alle sette e mezza del mattino, che io ed A. continuavamo a rimandare. Non ho maledetto la fretta, il freddo, o il dover lavare i piatti dopo ogni pasto. Perchè quella era più di una gita. Siamo entrati alla Commissione Europea, in una stanza rettangolare con un tavolo al centro, soltanto nostro: era il primo di tanti incontri che il progetto prevedeva, uno dei tanti, sì, ma importante, che mi ha attratta e respinta al tempo stesso, perché non ero più certa che tutto ciò mi interessasse davvero. Subito dopo ci ha aperto le porte il Parlamento Europeo, e il pranzo da consumare nella sua mensa; piatti caldi, dolci da ristorante, tavoli puliti, e tutto questo era lontano dal nostro mondo, vicino al sogno di molti, ma del mio non lo so. Ci hanno condotti ad osservare il Parlamento dall’alto, vuoto, silenzioso, statuario, un monumento che mi riusciva difficile immaginare affollato e rumoroso, luogo d’incontro di tanti nomi importanti. Quel pomeriggio, come durante una gita, in pochi siamo voluti restare per strada, con un waffle bollente a perderci tra vicoli, parchi e palazzi, noi pochi abbiamo riso senza guardare l’orario, e siamo corsi a casa alle sei precise rischiando di fare tardi. La professoressa li chiamava aperitivi, due incontri prima di cena in un appartamento dei nostri, tutti in cerchio tra sedie e divani, ad ascoltare qualche personaggio parlarci di sè. Eppure mi sono accorta di come tutto questo non m’importasse veramente: non è quello, il posto in cui voglio stare. Gli aperitivi sono stati per me attesa, nel mentre che sgranocchiavo qualche patatina sul tavolo, e a gruppi gli studenti ascoltavano affascinati. Non mi ha catturata, l’Unione Europea, neppure se a parlare erano due giovani di nemmeno vent’anni. Mi sono fatta una doccia veloce, mentre qualcuno preparava per tutti la cena, e non mi sono mai sentita così a casa e coccolata, nonostante ancora fossero per me quasi estranei. Siamo andati a ballare, una musica del secolo scorso tutta twist e rock and roll, e non era certo questo che io volevo, non era questo che mi aspettavo, anche quando quelle persone al mio fianco mi hanno presa per mano trascinandomi in pista, e regalandomi un minuscolo momento di follia. Ma ce ne siamo andati presto, perché non era una gita di minorenni ma una grande opportunità di conoscere, e la mattina le solite sveglie ossessive dei cellulari ci hanno tirate giù dal letto, prima delle otto. Gli ultimi due incontri alla Commissione Europea, intervallati da due ore di tempo libero che abbiamo speso al museo Parlamentarium; non sarebbe mai successo, soltanto pochi mesi fa, che la curiosità per la cultura vincesse la fame, la noia, la voglia di svago. Mi sono sentita grande, sì. Perchè il mio pranzo è stato un panino divorato in dieci minuti, e subito la giornata è ripartita come prima. Nella pausa prima dell’ultimo aperitivo, noi instancabili siamo rimaste fuori casa, tra souvenir e waffle al cioccolato, senza mai un accenno di fretta di rientrare. Ecco, l’ultimo incontro del nostro viaggio nell’Unione Europea: un professore appassionato di cibo e agricoltura, che in un monologo magnetico ha catturato tutti, strappandoci più di un sorriso, e non voleva quasi uscire, nonostante la professoressa lo allontanasse dai divani verso la porta, lasciandoci con tanto spazio vuoto. Abbiamo cenato così, con gli avanzi degli aperitivi e un paio di partite a carte, qualche birra e dei biscotti al burro che non voleva nessuno. Poi siamo usciti, per la nostra ultima serata assieme. Abbiamo trovato un localino grazioso, stretto stretto, con le scale a chiocciola su più piani e dei salotti riservati e silenziosi, serviva birra e vino alla frutta, prodotti tipici belgi, e quella sarebbe stata l’ultima nostra consumazione. Una volta usciti, siamo tornati là dove tutto era iniziato, nel pub più turistico della città di Bruxelles, e lì siamo rimasti fino alle tre del mattino, io sperando che qualcuno volesse vedere l’alba con me. Invece ci siamo ritrovate io ed A. sotto le coperte, noi compagne di stanza e amiche un po’ strane, a parlare combattendo con il dovere di dormire, a ridere litigando su chi dovesse spegnere la luce, a mangiare un’ultima fetta di pane alla Nutella prima di andare via. È stata una gita, e anche di più. Ho riflettuto e imparato tanto, nonostante in tre giorni tanti studenti non li abbia conosciuti, e nonostante ancora la riservatezza faccia parte di me. Ci sono stati momenti bellissimi, con quelle amiche che ho portato fortunatamente con me, e durante le cene in appartamento è stato come trovarsi in una nuova famiglia, senza muri da abbattere o presentazioni da fare. Ci siamo visti tutti in pigiama, spettinati, senza scarpe, con i calzini disegnati a cuori o aeroplanini. Ci siamo stesi sui divani appoggiandoci gli uni altri altri. Ci siamo aspettati tra un ascensore e un metal detector. Ci siamo persi e ritrovati al supermercato. E all’aeroporto di sfuggita ci siamo salutati, perdendo l’occasione di dimostrare che in fondo, seppur per pochi giorni, condividere questo viaggio è stato per me un privilegio. Il mio grazie muto è stato per tutti, per la professoressa che ha pagato, per i compagni che lo hanno riempito, per i funzionari che hanno parlato davanti a noi, e per chi è rimasto a casa, andando a lezione al posto nostro.

Da oggi tutto torna come prima.

Buttarsi in un’avventura, questo è il viaggio più bello; e quando ti lascia qualche foto, qualche amico in più, qualche persona da ritrovare presto, qualche ricordo di cui andare fiera, ecco: l’avventura è stata forse quella giusta, e la vita la indosserà d’ora in poi come se fosse una medaglia.

19 commenti Aggiungi il tuo

  1. giusymar ha detto:

    Quando torno indietro e penso a certi viaggi, magari fatti un po per caso, mi trovo a scoprire come certe scelte importanti di vita, sono state influenzate proprio da quei momenti.
    Esperienze che erano iniziate, così, quasi per caso.

    1. ehipenny ha detto:

      E allora chissà che un giorno non mi tornino in mente questi giorni… di certo sono ora un bel ricordo fresco :))

  2. Un micio nel Web ha detto:

    Bisogna parlare di economia cara Penny 😁😁😁😁😊🍕😋

    1. ehipenny ha detto:

      E pensa che ora inizio anche diritto 😆

      1. Un micio nel Web ha detto:

        Parleremo pure di quello.
        Lei ha il diritto di essere la Penny 😎😎😎😎😃🤗🤣

      2. ehipenny ha detto:

        Questo è scritto in maiuscolo 😎

  3. Daniela ha detto:

    un’altra tacca aggiunta al tuo bel percorso.Ciao Penny! 🙂

    1. ehipenny ha detto:

      Speriamo proceda così! 😁 Un abbraccio 😘

  4. Kikkakonekka ha detto:

    Penny/G, che bella esperienza ci hai raccontato.
    Immagino quante emozioni, e quanta incredulità nell’entrare in un mondo così distante dal nostro.
    Complimenti.

    1. ehipenny ha detto:

      Si hai detto bene, tanta emozione e tante diverse… anche nei momenti liberi con compagni che non conoscevo quasi per nulla… tutto bello 😉

  5. Antonella ha detto:

    Ma chi sei nella foto? Dacci un indizio😊

    1. ehipenny ha detto:

      Mm… quella con la borsa nera in bella vista frontale 😁

      1. Antonella ha detto:

        Che bella ragazza😍😍😍

      2. ehipenny ha detto:

        Ma grazie! 😘😘

  6. Antonella ha detto:

    Che bel viaggio… beata gioventù…

    1. ehipenny ha detto:

      Confermo! È bello capire di poter godere di tante esperienze :))

  7. fulvialuna1 ha detto:

    E complimenti! Ma che bella esperienza.

    1. ehipenny ha detto:

      Grazie mille! Eh si,ne è valsa la pena 😉

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