Whiplash

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Una pellicola del 2014 vincitrice di tre premi Oscar. Non poteva essere tralasciata. Una storia di lotta per l’affermazione, di soprusi da parte dei potenti, dei metodi dubbi per insegnare. Una storia di un allievo, Andrew, e di un maestro rude e temuto, Fletcher. Lo sfondo è il conservatorio di Manhattan, più precisamente nell’orchestra ambita e impeccabile che lavora in silenzio sotto la guida di Fletcher in persona. Andrew la sogna, e per approdarvi dà tutto sé stesso, tutte le sue energie, tutto il corpo fino a farlo sanguinare, tutte le lacrime del dolore ingoiato, tutta la rabbia sfogata sulla batteria. Andrew la vuole davvero, e corre senza mai fermarsi per rifiatare, corre senza preoccuparsi di inciampare, cadere e farsi male, corre con una sola immagine in testa: la batteria. L’orchestra jazz lo merita, ed Andrew non è diverso da tutti gli altri allievi con il capo chino, umiliati per una nota sbagliata, privati della dignità di discenti, insultati nella persona per un errore più che umano. Andrew è come loro, ma l’orgoglio si ferisce di più, risorge di più, combatte di più. In una scena, le sue mani sanguinano fino a macchiare i tamburi, ma conservano ancora la forza per sostenere le bacchette e suonare. Fletcher è un uomo senza filtri, senza quella sensibilità che gli permetterebbe di brillare, è un insegnante che vede il talento sotto gli abiti dei suoi studenti, ma non conosce un modo per portarlo alla luce, ci prova a mani nude, afferrandolo senza preoccuparsi del male che questo potrebbe fare. Quando Fletcher parla, parla all’anima dei ragazzi, la più delicata, fragile e ascoltatrice, ed è inevitabile che questo provochi danni o miracoli, senza alcuna via di mezzo. Tra studente e allievo nasce qualcosa, una specie di accanimento, una rincorsa al massacro in cerca della perfezione: si colpiscono e si respingono, si inseguono e si parlano, condividendo la musica e il sogno di eccellere. Sono inetti chiusi nelle proprie vedute. Andrew non sa che per raggiungere un traguardo non è necessario annullarsi, incollarsi un compito addosso e non trovare altro tempo che non sia per dormire e per mangiare, mentre Fletcher non sa che per stimolare una passione già forte non servono le grida ma le parole pensate. Il loro è uno strano rapporto di violenza e dipendenza, un continuo mortificarsi da soli credendo di fare del bene, sono due persone che devono ancora crescere, e capire tanto della vita. Quando un incidente stradale ferisce Andrew alla mano, il giorno di un concerto, l’equilibrio che si era venuto a creare crolla improvvisamente, come se nessuno riconoscesse più l’altro, e quella rabbia repressa, frutto di infinite sopportazioni, sfociano in una lotta a corpo libero sul palco. E’ il giorno in cui Fletcher viene denunciato per i suoi soprusi. Ma la denuncia non gli fa dimenticare quanto avesse ragione su quel suo allievo ferito, che non ha lasciato le bacchette nemmeno quando erano sporche di sangue, che si era guadagnato il posto di primo batterista suonando fino a sudare, che aveva lasciato la fidanzata per dedicarsi completamente al suo studio. Sa di non essersi sbagliato, su di lui. Ed Andrew non ha scordato la musica jazz e la batteria. Un destino comune che non si spezza con una sforbiciata netta. Fletcher tenta il tutto per tutto, preparando per Andrew una prova più grande di sé stesso, senza considerare di aver davanti un ragazzo illuso, pieno di fiducia riposta in chi dimostra l’amore in una maniera distorta: ma Andrew vince. Vince una battaglia e una guerra che lo ha logorato per anni, facendogli perdere tanti pezzi di vita nell’inseguimento di un sogno, eppure vince. Vince contro tutti coloro che lo avevano visto stringere i denti e abbassare la testa, nascondere i calli alle mani sotto i cerotti, salire sul palco con la giacca insanguinata perché quello doveva essere il suo posto. Vince con la sua musica, con la sua batteria. Vince nonostante Fletcher lo abbia messo davanti alla strada del fallimento e dell’umiliazione, con una spinta sulle spalle. Nessuno, forse, ha pensato che potesse farcela. Soltanto Fletcher, lui ne era certo. In quei metodi brutali e nelle grida bestiali della lotta per la sopravvivenza, Andrew ha imparato a vincere. E si può contestare il professore dispotico, si deve denunciare il professore dispotico, perché Andrew aveva un dono capace di sostenerlo in guerra, ma tanti ragazzi sono abbandonati a sé stessi sotto la pioggia di proiettili, tanti ragazzi non hanno quel dono e quella passione, quell’abilità di trovare sempre un po’ di forza in più, perché il futuro sognato attende. Andrew ha vinto grazie al suo dono. Un dono che ha potuto trasformare il crollo in magia.

Fletcher: Truth is, I don’t think people understood what it was I was doing at Shaffer. I wasn’t there to conduct. Any fucking moron can wave his arms and keep people in tempo. I was there to push people beyond what’s expected of them. I believe that is… an absolute necessity. Otherwise, we’re depriving the world of the next Louis Armstrong. The next Charlie Parker. I told you about how Charlie Parker became Charlie Parker, right?

Andrew: Jo Jones threw a cymbal at his head.

Fletcher: Exactly. Parker’s a young kid, pretty good on the sax. Gets up to play at a cutting session, and he fucks it up. And Jones nearly decapitates him for it. And he’s laughed off-stage. Cries himself to sleep that night, but the next morning, what does he do? He practices. And he practices and he practices with one goal in mind, never to be laughed at again. And a year later, he goes back to the Reno and he steps up on that stage, and plays the best motherfucking solo the world has ever heard. So imagine if Jones had just said: “Well, that’s okay, Charlie. That was all right. Good job. “And then Charlie thinks to himself, “Well, shit, I did do a pretty good job.” End of story. No Bird. That, to me, is an absolute tragedy. But that’s just what the world wants now. People wonder why jazz is dying. I’ll tell you, man – and every Starbucks “jazz” album just proves my point, really – there are no two words in the English language more harmful than “good job”.

Andrew: [pause] But is there a line? You know, maybe you go too far, and you discourage the next Charlie Parker from ever becoming Charlie Parker?

Fletcher: No, man, no. Because the next Charlie Parker would never be discouraged.

Andrew: Yeah.

Fletcher: The truth is, Andrew, I never really had a Charlie Parker. But I tried. I actually fucking tried, and that’s more than most people ever do. And I will never apologize for how I tried.

Non è un film controverso, posso dire che può essere soggetto a critiche, può essere male interpretato, può essere frainteso. Ma è un film di musica jazz e di scuola, un film che mette in luce come a volte sia difficile trasmettere una passione, comunicare con quella passione, è un film che vede il rapporto tendersi fino a spezzarsi tra un insegnante e un allievo, feriti entrambi dal colpo di frusta dell’elastico rotto. Tutti hanno da imparare, imparare la musica ma soprattutto imparare la vita.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. alemarcotti ha detto:

    Bellissimo…. Visto un sacco di volte💗

    1. Ehipenny ha detto:

      Davvero un bel film :))

  2. J ha detto:

    Visto, bellissimo.
    Effettivamente durante la visione alcune parti sembrano eccessive ma alla fine tutto torna. Certo, i Louis Armstrong o i Charlie Parker non hanno bisogno di piatti in testa, il talento si deve coltivare! Magari i trapper. Quelli sì.

    1. Ehipenny ha detto:

      I trapper meriterebbero di essere suonati in testa con le bacchette della batteria 😂 Il talento va prima riconosciuto e poi coltivato è vero

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