Riflessioni variegate in quarantena

Sono giorni che penso a cosa scrivere, a cosa poter raccontare. Pensavo che con tutto questo tempo a disposizione avrei scritto pagine e pagine di roba, e invece, paradossalmente, non riesco a concludere neanche qualche riga. Sono preoccupata, è ovvio. Là fuori c’è un mostro invisibile che si sta portando via centinaia di vite, le città sono avvolte dal silenzio, le strade sono deserte, e uscendo di casa per buttare la spazzatura s’odono soltanto i nostri passi, i nostri respiri, e il timido saluto della primavera che si affaccia sul mondo. E’ surreale. Sembra uno di quei film apocalittici in cui si lotta per sopravvivere. Sono finite le corse al supermercato, la caccia alle mascherine, e quei primi momenti di euforia, in cui uscire di casa era come una sfida, un atto di arroganza, un bisogno di normalità. Oggi non è più un gioco, un problema degli altri, oggi è una guerra che dobbiamo combattere tutti, e dobbiamo farlo da casa, facendoci coraggio. Dobbiamo resistere alla tentazione di sfidare la sorte, di affrontare un rischio, perché si tratta di un rischio che potrebbe comportare la morte. Gli eroi di questo anno nero non sono i campioni di tutti i giorni, quelli delle medaglie, dei premi, dei primi posti, gli eroi non indossano tute da supereroe, ma camici da infermieri, mascherine, doppi guanti. Le foto dei medici, delle terapie intensive, degli ospedali in continuo tumulto, sono le foto di una battaglia stremante e disumana, una lotta per salvare quante più vite possibili, senza sapere nemmeno come fare. Non ci sono cure, regole scritte, c’è solo una speranza che ti attanaglia quando guardi quella persona nel letto, attaccata alle macchine, e sola, perché nessuno la può andare a trovare. Eroi con il camice, con le mani arrossate, con i segni delle mascherine sul volto, che lavorano anche dodici ore al giorno, che non tornano nemmeno a casa, e che non possono abbracciare nemmeno i propri figli, perché sarebbe troppo rischioso. In questa emergenza, se c’è un motivo per versare una lacrima, è per loro. Per i sacrifici che stanno facendo, per lo sforzo quotidiano, per quella stanchezza che nascondono in una tasca, perché non c’è tempo di riposare, perché ogni minuto potrebbe essere decisivo. Alcuni si ammalano, e devono congedarsi da una guerra sfiancate che li ha feriti, ma senza versare sangue; devono cominciare a lottare per salvare se stessi, e vedere i propri colleghi attorno al proprio letto, a coprire un turno venuto a mancare, a lavorare il doppio, perché i malati continuano a salire. Eppure non si arrendono, mai. Mentre noi ci lamentiamo di dover stare a casa, di non poter vedere gli amici, loro vivono ogni giorno per gli altri, per aiutarli, per alleviare il dolore, o per offrire qualche minuto di compagnia a chi se ne sta andando, da solo. Angeli senza nome, che nell’inferno degli ospedali difendono la vita. Dovremmo solo essere grati per questo. E in fin dei conti, nonostante tutto, sono fiera del mio Paese. Fiera di tutti coloro che riconoscono l’impegno degli altri, e danno il massimo per affrontare questa emergenza, anche il più piccolo contributo, per poter vincere questa guerra e tornare alla normalità. Sono fiera di chi, al tramonto, si affaccia al balcone e si mette a cantare. Ci si tiene per mano così, a distanza, sospesi sul vuoto, uniti da una canzone e dalla voglia di sorridere. Qualcuno suona dal vivo, chi una chitarra, chi un flauto, chi le pentole di cucina, c’è chi è stonato e chi sa cantare, chi ha le casse per far risuonare la musica fin nelle vie più lontane, e chi si perde a gridare che sì, ce la faremo, eccome se ce la faremo. C’è una sorta di rispetto tra le persone, un senso di unione, che solo in un’emergenza simile si può percepire. Nessuno è più forte degli altri, nessuno è immune, siamo tutti soldati dello stesso esercito di pace. Come tutti quei negozianti di alimentari o i cassieri dei supermercati, che ogni mattina si alzano per andare a lavorare, e ad ogni cliente in fila porgono, insieme alla busta della spesa, un sorriso nascosto; lo vedi dagli occhi, che si stringono cercando i tuoi, e ti sussurrano di avere coraggio, di rispettare il metro di distanza dagli altri, perché un giorno torneremo ad abbracciarci di nuovo. Siamo un popolo strano, noi italiani. Troviamo spesso qualcosa di cui lamentarci, qualcuno da odiare, eppure in momenti come questo, in cui dovremmo collaborare e aiutarci a vicenda, riusciamo a dimenticare tutto, a tendere la mano al prossimo, a ricordare quanto il nostro sia un Paese bellissimo, e quanto meriti il nostro amore. In questi giorni si sono moltiplicate le raccolte fondi, le donazioni, le azioni di solidarietà dei vip, i messaggi positivi di tanti infuencers, tutti uniti contro un nemico comune. Monumenti illuminati con il tricolore italiano, bandiere appese fuori dalle finestre, sono soltanto simboli, ma risorge un po’ l’orgoglio di appartenere a questa nazione, con la sua storia, la sua sconfinata cultura, e i tanti errori che nel futuro, quando tutto questo sarà finito, dovranno essere risolti. Temo per l’economia, per le aziende in difficoltà, per i piccoli commercianti, per chi non riuscirà a rispettare le scadenze, temo per la Borsa, che ogni giorno brucia miliardi di capitalizzazione, e temo per i piccoli risparmiatori, che rischiano di perdere i risparmi di una vita. Ho paura e non ho fiducia, il che è una ricetta profondamente triste. Ma spero che tornino i bei valori che stiamo riscoprendo nelle nostre case. Famiglie che rispolverano i vecchi giochi di società, adolescenti che si telefonano anziché scriversi su Whatsapp, e poi il piacere di leggere un libro, di ascoltare un disco tutti insieme, o di vedere un film la sera, perché la priorità, oggi, è aiutare tutti coloro che stanno combattendo in prima linea, forse meno fortunati di noi, o semplicemente rivestiti di una responsabilità gigante, e del potere che nessuno ha di impedire la morte.

Ce la faremo. E trasformeremo questo anno funesto in un’occasione per ripartire. Finiremo l’anno scolastico, proseguiremo gli esami e le sedute di laurea, recupereremo gli Europei di calcio, le Olimpiadi di Tokio, l’Eurovision, i campionati sportivi, i concerti, le vacanze, gli allenamenti in palestra, torneremo a cena fuori, a vedere gli amici, a baciare i nostri amori, a brindare al futuro, a crederci, perché tante persone hanno bisogno di noi, e noi di loro. Come quando ci affacciamo al balcone e ci mettiamo a cantare. Come questa primavera, che è arrivata nel pieno di una pandemia, ma incurante di tutto colora gli angoli delle strade, donando nuova vita ad un mondo che zoppica.

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