Tre mesi di stage e quelle domande a cui posso rispondere in modo sincero

Come sta andando lo stage?

Eh… Diciamo che va. Non sto facendo molto. A dire la verità, ho passato intere giornate senza fare nulla. Devo chiedere e richiedere se ci sia qualcosa in cui posso aiutare. Il tutor che dovrebbe seguirmi non c’è quasi mai, viene in ufficio sei giorni al mese, e per il resto del tempo lavora da casa, a Roma. Sono quasi sempre io a scrivergli, a ricordargli che esisto e sarei un suo dovere.

Eh, ma capita. E’ normale. Sei all’inizio. Vedrai che andrà meglio. Continua a chiedere e a farti vedere, si dovrà accorgere di te.

Ma ci sto provando da quasi tre mesi… Dopo un po’ vince la stanchezza, e l’istinto inizia a spingere per la resa. Sembra come se non ci fosse mai stato interesse, come se la mia presenza fosse stata obbligata, come se non ci fosse nulla di pianificato su di me. Non avevano neanche controllato che potessi scaricare il software statistico sul mio PC. Non c’è stata nessuna “formazione”, quella parolona di cui ci si riempie sempre la bocca. Mi avranno dedicato in modo serio sì e no un paio d’ore.

Eh, ma tu insisti. Avrai fatto qualche attività nel frattempo, no?

Sì, diciamo che mi spostano dove serve, ma sono quasi sempre compitini. E quando li ho finiti rimango con le mani in mano. Ci sono state occasioni in cui non ho ricevuto nemmeno un feedback, né la conferma che il mio lavoro fosse stato ricevuto. E’ demoralizzante. Mi sento un po’ il bottone d’emergenza da premere al bisogno, senza un vero e proprio interesse per me.

Ma forse è un momento un po’ caotico, dagli tempo.

Ma è quello che sto facendo. Solo che è difficile. Concludere al meglio i propri studi, con l’entusiasmo di chi inizia un percorso nuovo, e con tutta l’umiltà e la voglia di imparare possibili… Poi ti ritrovi davanti a una scrivania senza fare nulla, a volte anche per un giorno intero, o perfino di più. Ti senti inutile, in trappola. Ti sembra di sprecarlo, quel tempo. Eppure per chi è giovane è così prezioso.

Però non buttarti giù, alla fine è un’esperienza. Di solito per i primi sei mesi non sai neanche cosa stai facendo.

Non lo metto in dubbio, ma non riesco a capire. C’è chi è entrato da stagista e dopo tre settimane portava avanti le prime pratiche in autonomia. Poi ci sono io, che devo quasi ricordare agli altri di esistere ed essere pronta ad aiutare. E’ come sbracciarsi inutilmente dalla fila più lontana degli spalti. E non so se stia sbagliando io, se sia colpa di qualcuno, se sia sfortuna… Non chiedo di addossarmi le responsabilità che non sarei in grado di affrontare, chiedo solo un’opportunità. Una vera. L’opportunità di provarci, di apprendere, di guardare, di raccogliere il più possibile, di assorbire quelle conoscenze che sui libri non potrò mai trovare.

Beh, ma intanto vedi cosa fanno gli altri, capisci se è quello che ti piace.

Se solo non vedessi le cose a metà, o un po’ fuori contesto perché salgo su un treno in corsa. Ma quanto posso capire così? Posso farmi un’idea, immaginare il puzzle completo, ma se in tre mesi ho seguito solo degli spezzoni, come posso dire se mi piaccia, se sia adatto a me? Mi sento quasi più confusa di prima. Perché sulla carta era il lavoro perfetto, con le attività che speravo di fare, ma non riesco a valutarle cancellando dalla mia mente le giornate di vuoto. Non ci riesco, perché sono un peso, un tempo buttato via, in un momento della vita in cui ogni minuto rappresenta una possibilità.

Ci sono altri stagisti con te?

Sì, c’è un ragazzo, entrato circa un mese fa, e forse a lui è andata anche peggio che a me. Lo hanno assegnato ad una persona che aveva già dato le dimissioni e che dal mese prossimo non verrà più. A entrambi sembra tutto un po’ assurdo, ma per lo meno ci possiamo confrontare senza alcun filtro, ci possiamo lamentare liberamente, ci possiamo inventare consigli che possono aiutare tutti e due.

Almeno l’ambiente è accogliente?

Dipende. Ci sono ragazzi carinissimi, che probabilmente capiscono meglio degli altri le nostre aspettative. Alla fine sono loro che s’interessano, che ti chiedono come stia andando, che includono tutti nelle conversazioni. Non so se dipenda dall’età o semplicemente da una rara empatia. Ma sono forse tra le poche cose che, nel bilancio, inserirei nel lato dell’attivo.

Ma gli altri colleghi di università li hai sentiti? come si stanno trovando?

Mah, in pochi sono pienamente soddisfatti. C’è chi esce dall’ufficio dopo le otto di sera. Chi si è sobbarcato responsabilità dalla prima settimana. Chi lavora da casa da quando ha iniziato. Chi è stato spostato in giro per l’Italia in barba alle promesse. Chi si sta chiedendo, come me, quale sia la propria direzione. Chi lamenta disorganizzazione. Forse siamo illusi, o dalle troppe pretese. Ma passiamo dall’essere sfruttati oltre orario all’essere abbandonati a una scrivania.

Allora vedi che la tua situazione non è poi così tragica!

Eppure io ho ancora il sogno, magari impossibile, di trovare il mio posto. Quello che mi regali almeno un pezzetto di felicità. E sarei pronta a ricredermi, se capissi un giorno che ce l’ho sotto il naso, ma per ora vedo soltanto un calendario vuoto.

13 pensieri su “Tre mesi di stage e quelle domande a cui posso rispondere in modo sincero

  1. Quando iniziai a lavorare anche a me assegnarono un tutor che era molto assente e nei primi mesi buttai via tantissimo tempo per il tuo stesso motivo: so bene che stare al lavoro senza fare niente è una tortura.
    Mi sono salvato perché il mio tipo di professione richiede molta formazione, pertanto ho sfruttato quel tempo per imparare in autonomia nuove cose (chiedendo qua e là ai colleghi gli argomenti di interesse).

    Il mondo del lavoro – da dipendente – è comunque un po’ un trauma.
    All’Università non sai ancora come è, idealizzi e ti immagini che possa essere in un certo modo…poi quando entri in ufficio la prima settimana, l’idealizzazione crolla! 🙂

    Riguardo alle differenze di opportunità tra stagisti, purtroppo noi introversi, come ben sai, partiamo svantaggiati.
    Potresti essere la più brava di tutti, ma quello che “ha la chiacchera” inevitabilmente attira di più l’attenzione.
    Hai mai letto “Quiet” di Susan Cain?

    • Certo che sapere che per tanti sia stato così da un lato è anche preoccupante… E viene da chiedersi perché ci sia questo spreco di risorse umane e monetarie.
      Sulla timidezza, era qualcosa che mi aspettavo e che in un certo senso spinge a migliorarsi, ognuno con i propri tempi. Il libro non l’ho mai letto, lo consigli?

      • Le inefficienze possono essere molte, ma cambia molto da azienda ad azienda.
        Ai capi interessa l’efficienza collettiva.
        Gli stagisti e i neo assunti sono per loro “risorse” in formazione: ci vogliono alcuni mesi prima di considerarli come dipendenti.

        Ti consiglio moltissimo “Quiet”: fa prendere consapevolezza sui punti deboli e sui punti forti degli introversi.
        Spiega come l’introversione non sia una malattia da correggere (come purtroppo ci viene indirettamente trasmesso) ma piuttosto un modo di essere con molti punti di forza che bisogna saper valorizzare.

  2. A me sembra che lo stage durante gli studi, per come è stato concepito, non funzioni. Lo stato paga le imprese per prendere studenti che possono lavorare gratis perché niente regola il fatto che debbano guadagnarci qualcosa. Quindi continuano così, ad avere ragazzi che vengono parcheggiati o sfruttati. Non per tutte le imprese funziona così, per carità, quelle che insegnano e assumono ci sono, ma sono anche troppe quelle che sfruttano la “formazione sul campo” per guadagnarci qualcosa di più e basta o per avere manovalanza gratis. Purtroppo molti lo approvano perché lo vedono come “l’andare in bottega”, con la differenza che per arrivare lì abbiamo già fatto anni di teoria a scuola (mentre la bottega fungeva da scuola che non esisteva) e questi guadagnano sul lavoro di studenti non pagati.

    • Ma questo non è durante gli studi, è un contratto di stage retribuito. E ti dirò, io mi sono trovata meglio proprio durante gli stage curriculari che ho fatto. Certo, ogni azienda è a sè in entrambi i casi, e quelli non retribuiti andrebbero regolamentati meglio. Diciamo che se fatti durante l’università possono aiutare a capire il mondo del lavoro

  3. Dipende dalle prospettive.
    potrebbero assumerti?
    Ti pagano?
    Il lavoro ti piace?

    Da noi, come detto poco tempo fa, una stagista è stata assunta a tempo indeterminato, perché si è dimesso un collega e lei è capitata al momento giusto nel posto giusto. Ma sono eccezioni.
    Certo uno stage fa “esperienza” e “curriculum”, nel frattempo devi tenere dritte le antenne e cercare ovunque.

  4. Il contratto per quanto tempo è? Comunque possiamo immaginare la frustrazione che si prova a stare come minimo per otto ore a lavoro ma non fare nulla di utile in concreto. Dopo un po’ di scoraggia tantissimo. Se durerà ancora per molto spero che prima o poi la situazione possa migliorare per te 😘

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