Quei due giorni di lusso ad Abano Terme

Un anno fa ero alle terme, per la prima volta nella mia vita. Un anno fa alloggiavo in un hotel a cinque stelle, per la prima volta nella mia vita. Un anno fa avevo mollato tutto per tre giorni insieme a un’amica, probabilmente per la prima volta nella mia vita. Ebbene, è una storia breve ma che ha un po’ dell’assurdo: si trattava di un soggiorno-premio dato a mio padre dalla sua azienda, inutilizzabile da lui perché bloccato a casa in stampelle. Così sono subentrata io, in azione per non sprecare un viaggio pagato e in scadenza in pochi mesi. Ho contattato la mia migliore amica: ci verresti con me? Ma magari! E con la benedizione di tutti i genitori, siamo partite. Destinazione Abano Terme, in un hotel di cui nemmeno ricordo il nome, perché non potrei permettermelo nemmeno sommando l’intera paga del mio stage. Siamo partite di domenica, con la prospettiva di due notti nel lusso e nelle comodità. Un sogno che non sapevamo neanche di avere. Una volta scese dal treno abbiamo deciso di trattarci bene, e per raggiungere l’albergo siamo salite su un taxi. Inutile dire che l’ingresso è stato mozzafiato. Un portone qualunque, attorniato dalle decorazioni di Natale, si apriva su una hall illuminata a giorno, con un bancone della reception che sembrava pronto ad accogliere Bruno Barbieri per una puntata di “4 Hotel”. Ci hanno fatte accomodare in uan sala comune sulla sinistra, uno stanzone di marmo e arredi regali che ricordava il set di un film. Da quel momento abbiamo iniziato a filmare tutto, per non arrivare un giorno a pensare di esserci immaginate tutto. A pranzo, poi, ci si è aperto un mondo. Un buffet di antipasti che sarebbe bastato anche per la cena, una ventina di formaggi e marmellate da abbinare, due portate da cucina stellata ma con porzioni degne d’esser definite tali, e un banchetto di dolci da passarci dieci minuti davanti a guardare. E noi due, abituate a mangiare un piatto e tre gallette, ci siamo abbuffate come se fossimo digiune dal giorno prima. In aggiunta ai filmini degli spazi comuni, abbiamo fotografato ogni piatto, quasi fosse una reliquia che dispiaceva toccare. La stanza era splendida, fornita di tutto il necessario, compresi un buon accappatoio e le ciabatte abbinate, oltre a una serie di campioncini che abbiamo infilato in valigia prima di partire. Una bella stanza, un comodo letto, ma senza il topper che Bruno Barbieri avrebbe desiderato (ebbene sì, abbiamo verificato). Ma come qualunque persona normale che soggiorni in un hotel termale, dal pomeriggio stesso abbiamo preso residenza a bordo piscina. Un giorno e mezzo di puro e completo relax, immerse in un’atmosfera quieta e avvolgente, ma senza perdere mai la nostra ironia. Ecco, sì, diciamo che la calma l’abbiamo spesso interrotta noi. Ma metto subito le mani avanti: nessuno ci ha mai rimproverate. Vacanza superata a pieni voti, oserei dire. La piscina si estendeva dalla sala al chiuso fino al giardino esterno, circondando mezza struttura regalandoti una pace unica nel suo genere. Il calore dell’acqua, il vapore sulla superficie, e il cielo invernale dei dintorni di Padova erano un contesto da sogno. Saremmo rimaste lì per ore, e in effetti era dura convincerci ad uscire. Ma avevamo l’obiettivo di testare tutto ciò che l’albergo offriva, così ci siamo incamminate verso l’area delle saune, avvolte in un lungo asciugamanto perché la regola prevedeva l’accesso senza costume. Siamo entrate in sauna, rischiando di scoppiare a ridere quando qualcuno si sfilava anche l’asciugamano. Abbiamo provato il bagno di vapore, uscendo di filata per l’eccessiva umidità. Ci siamo lanciate nel bagno mediterraneo, che pareva una tavola rotonda riscaldata da luci rosse da film horror. Abbiamo sperimentato la cabina a infrarossi, di cui probabilmente non abbiamo capito il funzionamento, ma in fondo aveva due comode poltrone regolabili. Io ho testato le ninfee rivitalizzanti, delle specie di docce che sparano da tutte le parti, peccato abbia beccato quella con il getto d’acqua gelata, e sia uscita dal mio cunicolo con la brina nei capelli. Poi c’era la mitica stanza della neve, in cui la gente entrava a piedi nudi come se stesse andando a fare la doccia. Noi siamo entrate in due, avvolte negli asciugamani, e con l’unico scopo di farci una foto (venuta male). Siamo uscite ridendo come due sceme, e rimpiangendo i cinquanta gradi della sauna finlandese. Ma in tutto questo, mancano ancora due stanze da elencare, quelle che in realtà non facevano nulla di così speciale, ma erano diventate il nostro agognato rifugio. La prima era la stanza del sale rosa, con una serie di letti in pietra riscaldati in cui avrei potuto benissimo dormire. E la seconda era la stanza del caminetto, altresì detta da noi “la stanza dei cosi fluttuanti”: una sala relax con quattro lettini a dondolo sospesi, e in sottofondo una leggera musica da ambientazione. Da quando le abbiamo scoperte, abbiamo spostato la residenza dal bordo piscina all’area delle saune, e prima di entrare facevamo incetta di frutta secca e acqua aromatizzata dalla tisaniera. Insomma, una vita dura e piena di fatiche. Siamo rimaste due giorni, eppure ci sembrava di esser arrivate il mese prima. E la cosa più assurda è che in due soli giorni ci eravamo già abituate a quella vita da nababbi, sognando di impiantare in camera i “cosi fluttuanti” e passarci sopra intere giornate. Non ci siamo private di nulla, nemmeno di una macedonia come merenda, e di uno spritz a bordo piscina prima di andare a cena. Non ci siamo private di una sfilata serale, da commentare come se fossimo Enzo Miccio in diretta su RealTime, con un cocktail artifianale allo zenzero da sorseggiare. Dopo un anno di lontananza, di chiusure forzate per la pandemia, e di professori che sembravano più esauriti di noi, in fondo era ciò che sognavamo davvero. Due giorni per dimenticare tutto, per allontanarci da ogni impegno, per rimandare idealmente le scadenze, per ritrovare le energie e tornare a casa con un sorriso nuovo. E ci siamo riuscite, sì, anche perché per noi era tutto strano, come un immenso parco giochi in cui eravamo capitate per caso, e proprio per questo abbiamo dato a quel tempo il giusto valore. Quando è arrivato il momento di fare le valige, ci siamo spartite tutto: i campioncini della doccia, i biscottini della buona notte lasciati sul cuscino, quelli rubati dalla colazione le ciabatte ancora impacchettate, il taccuino con la penna, e un libro di ricette lasciato in regalo. Poco ci mancava che svuotassimo anche il frigo bar, ma avevamo il dubbio che in tal caso avremmo dovuto pagare. Così siamo tornate a casa. Cariche, rilassate, felici. E condividere quell’esperienza con un’amica così, ha reso il ricordo di quei due giorni ancora più speciale.

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