Esami in presenza

Due anni fa neanche lo avremmo immaginato, che ci sarebbero mancati così. Gli esami in presenza, gli unici per noi, prima che il mondo cambiasse. Erano un po’ il nostro ritrovo, la nostra corsa dopo gli allenamenti, dritti verso il traguardo, ma tutti insieme. Ci si trovava là, sulle scale di ferro, o giù nel cortile in attesa di entrare. Dalla strada potevo scorgere gli zaini, i colori dei giubbotti, e decidere se salire da destra o da sinistra, perché gli amici mi aspettavano fuori. Ho sempre portato con me la borsa, e dentro qualche appunto che non ho ripassato mai, perchè alla fine non c’era il tempo, e forse nemmeno la voglia di rovinare l’attesa. Il mio corso aveva più di duecento iscritti, ma su quelle scale eravamo meno. Magari un centinaio, o qualcosa di più. Volti sconosciuti, compagni noti, quelli delle file davanti, e poi gli amici, ma non faceva differenza, perché eravamo tutti lì per uno stesso motivo. Non ho mai salutato così tante persone come agli esami. Non ho mai parlato con così tante persone come agli esami. Si ingannava il tempo raccontandosi il futuro, presentandosi a qualcuno di nuovo, o semplicemente origlinando le conversazioni, perché si ha troppa vergogna per intervenire. Poi compariva il professore, e tutti noi ci riunivamo sulla porta, accalcati, con il badge in mano e l’ansia nella tasca. Un assembramento dei più barbari, eppure due anni fa non lo chiamavamo così. In mezzo a cento studenti, ci sforzavamo di sentire l’appello del professore, ripetendo in un grido i nomi a quelli rimasti sulle scale. Sapevo chi sarebbe entrato prima di me, chi mi avrebbe seguita subito dopo, chi avrei trovato seduto in prima fila, e chi avrei visto raggiungere il fondo. Anche allora ci si sedeva alternati, lasciando un vuoto tra una persona e l’altra. Ma non sapevamo che avrebbe assunto un altro significato. Mentre i ragazzi continuavano a entrare, io mi guardavo spesso intorno. Cercavo uno sguardo amico, una rassicurazione, o semplicemente un’istantanea da portarmi a casa, stampata nella mia testa, di un esame che avrei presto dimenticato. Poi la porta si chiudeva, il professore impugnava un blocco di fogli, e capivo che l’esame stava per cominciare. Quello è sempre stato l’unico momento di sano timore. Brevissimo, intenso, umano. Il mezzo minuto in cui ricevevo il foglio, e avidamente scorrevo le domande con il dito. Ma ho sempre ritrovato la calma, prendendomi anche il tempo di alzare la testa, osservare la classe, e capire chi avrebbe finito prima. Io ho sempre temporeggiato, ricontrollato dieci volte, a costo di fissare i quadretti finché qualcuno non si fosse alzato, perché non volevo consegnare da sola. Capitava spesso di doverci mettere in fila, davanti alla cattedra coi fogli in mano, o di passarci i compiti da un banco all’altro, senza muoverci da lì. Allora mi guardavo intorno di nuovo. Non cercavo niente, mi cullavo delle chiacchiere a bassa voce, e sentivo solo la leggerezza di un altro esame volato via, di un altro passo verso il traguardo finale. Raccogliere le proprie cose, aspettarsi in piedi sulla porta, e uscire insieme. Questa era la sensazione più bella. Perché tanti sarebbero tornati a casa, e magari c’erano le vacanze, magari soltanto una pausa, ma gli esami erano l’occasione di un ultimo saluto. Sono sempre uscita felice da quelle aule, e non perché gli esami siano andati puntualmente bene, no. Ma perchè li ho vissuti diversamente. Sapevamo ridere prima di entrare, chiacchierare in attesa del compito, salutare gli amici mentre andavano al proprio posto. E tutto questo, per me, era già parte dell’esame. Lo era a tal punto da rendere così facile scrivere il mio nome e cominciare, dimenticandomi ogni paura, superando i vuoti di memoria, e sì, anche sparando a caso una risposta, o cercandola di sfuggita nel bigliettino dietro la calcolatrice. Gli esami in presenza erano questo. Non solo un foglio di carta da correggere a mano. Forse è difficile vederlo da fuori, e capire quanto si perda a fare un esame da soli. Nessuno che ti aspetta sulle scale, nessun rumore nella casa vuota, nessun professore in carne ed ossa, solo un computer che ronza, e che speri non si blocchi mai. Il silenzio dell’aula diventa il ticchettio sulle tastiere, perché bisogna tenere sempre i microfoni accesi, e nessuno batte sui tasti a tempo con gli altri. Poi l’esame finisce, con un sito internet che si chiude da solo, un arrivederci scritto in chat, e la stessa casa vuota di prima. È da due anni che non faccio esami in presenza: da gennaio del 2019. Ed oggi, in un mondo ancora ferito, gli esami in presenza sono un’altra conquista. Un altro passo verso la normalità.

Abbiamo bisogno di guardarci negli occhi.

14 pensieri su “Esami in presenza

  1. bella questa tua testimonianza, ci fa capire ancora di più i grandi passi che stiamo facendo per ritornare alla vita di un tempo, leggerti è sempre emotivamente coinvolgente 😉👍👍😊🤗

  2. Gli esami universitari anche per me erano sempre un evento, ben oltre l’esame in sé.
    Compagni, amici, conoscenti. Io a Statistica avevo anche la morosa.
    E mano a mano che si andava avanti con gli esami, il numero era sempre minore (gente che rimaneva indietro, gente che abbandonava). Mi mancano quei volti, quelle persone, quell’ambiente.

    • È stata un’emozione tornare, in più dalla triennale alla magistrale siamo passati da 200 iscritti a 60, quindi puoi immaginare l’effetto dell’aula praticamente vuota

  3. È bello tornare dopo due anni in presenza. Mia sorella è al secondo anno di ingegneria gestionale e finalmente ha dato il suo primo esame in presenza. Ha detto che le è piaciuto. Anche perché gli scritti in telematica erano devastanti immagino… Un orale è diverso e cambia poco tra presenza e distanza ma uno scritto che magari dura tutto il giorno in telematica è stressante

  4. Per me è stato difficilissimo dare gli esami online, mi hanno causato molta più ansia di quelli in presenza. Proprio perché come dici tu, in presenza uno può chiacchierare con gli altri compagni di sventura, e si crea quel clima più calmo paradossalmente.

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