House of Gucci

Se solo “House of Gucci” avesse avuto il coraggio di non prendersi così  tanto sul serio - Libertà Piacenza

Alla fine ho ceduto alla tentazione, e sono andata al cinema a vedere “House of Gucci”. Non solo, ho scelto di vederlo in lingua originale, per apprezzare la resa della famiglia Gucci impersonata da anglofoni. Piccola premessa: non conoscevo la storia di Maurizio Gucci e Patrizia Reggiani, né il drammatico epilogo della vicenda. E piccola confessione: se non fosse stato per la presenza di Lady Gaga, probabilmente non sarei stata così convinta di pagare 7 euro di biglietto. Ma con Lady Gaga ci sono cresciuta, è stata la colonna sonora della mia adolescenza dai tempi di Bad romance, e non riesco a ignorare quel legame affettivo che mi lega a lei.

E’ possibile che gli esperti di cinema dissentano, ma “House of Gucci”, in fin dei conti, non mi è parso un brutto film. Mi sono goduta le due ore e mezza ininterrotte senza mai guardare l’orologio, e senza poter mangiare i popcorn. Certo, non sarà una rappresentazione del tutto fedele, ma il film ti cattura in quel mondo che poco ti appartiene, ti incuriosisce senza mostrarti i dettagli, ti stuzzica con gli abiti esposti in negozio, ma il vero focus non è quello: non è il lusso, ma la relazione tormentata tra Maurizio Gucci e Patrizia Reggiani. Giovanissimi ai tempi di quella festa che li ha fatti incontrare. Lei, di umili origini, e lui, nato con il marchio Gucci nel sangue, sono innamorati e felici, come due ragazzi qualsiasi, lontani dalle responsabilità delle aziende di famiglia. A quella relazione Rodolfo Gucci si oppone, preoccupato che Patrizia non sia abbastanza colta per lui, e quando arriva il giorno del matrimonio, a detta del film, non si presenta nemmeno. Sarà Patrizia a insistere per ricucire i rapporti, grazie al sostegno di Aldo Gucci, zio di Maurizio, che vede che nel nipote l’unico possibile erede dell’azienda. Sembra un atto di amore, quello della donna, e un gesto per riportare la pace tra le famiglie, o un regalo per la figlia in arrivo. Poi la svolta, una scena girata in modo eccelso, con Patrizia sola in cucina, che vede per caso in televisione una sensitiva, e telefona ponendo una domanda: “Sarò una donna di successo?“. E’ qui che lo spettatore comincia a conoscerla davvero. Una donna che al primo posto mette sé stessa, e la carriera al pari del matrimonio. Da quel momento le macchine da presa si dividono, e il film diventa uno spaccato di due vite parallele, di due persone che stanno dimenticando perché si sono sposate. Maurizio, alla morte del padre, eredita il 50% dell’azienda, e Patrizia comincia a provare quasi un’ossessione, a parlare del marchio Gucci come se fosse suo, a manipolare Maurizio perché estrometta Aldo e suo figlio Paolo, e a frequentare Pina la sensitiva per avere risposte sul futuro. Patrizia diventa un personaggio disturbato e disturbante, capace di far arrestare Aldo per frode fiscale e di rompere le promesse fatte a Paolo in cambio delle prove. E Maurizio le è complice in silenzio, troppo disinteressato per capire, troppo irresoluto per agire. Due persone opposte, che guardano la vita da due angoli diversi della strada. L’epilogo è quello che tutti i giornali hanno raccontato, il culmine di un rapporto malato e troppe ferite lasciate sanguinare. Una sequenza di fotogrammi, tra i più inquieti di tutto il film, che scrivono la parola fine ad una storia che sembrava idilliaca, e che si è rivelata pericolosa come una granata. Sulle ultime immagini scorre una didascalia: oggi nessun membro della famiglia Gucci è rimasto in azienda.

Aver visto il film in lingua originale ha avuto i suoi pregi e i suoi difetti. Nessun doppiatore si sovrappone alla recitazione degli attori, nessuna traduzione cambia sfumatura ai dialoghi, nessuna canzone va a sostituire quella originale. Ma di certo non ci si aspetta quel tipo di accento, a tratti difficile da seguire, che ricalca quello di un italiano costretto a fingersi inglese per tre ore. Forse avrebbe avuto più senso chiamare attori italiani, o lasciare che la finzione prendesse il sopravvento senza modificare le pronunce inglesi. E non basta la bravura di Lady Gaga a restituire un tocco di italianità, con l’iconica scena in cui esclama “Che cazzo succede?!“, ad un film girato tra Roma, Milano e il lago di Como, ma che di italiano ha soltanto poche battute. Diciamo che questo è uno di quei pochi film che avrei potuto apprezzare di più doppiato. Ma tant’è.

Non sono pentita di averlo visto al cinema. E se riuscisse a battere al botteghino almeno quei due esemplari di Pio e Amedeo, beh, ne sarei molto felice.

8 pensieri su “House of Gucci

  1. Non sapevo che avessero fatto un film sulla famiglia Gucci; né sapevo che ne fosse stato scritto un libro. Dev’essere comunque interessate. Chissà, magari poi andrò a vederlo anch’io! 😉 Buona serata! 🙂

  2. Brava Penny.. bellissima recensione. Non so se lo vedro’ (è una storia che non mi prende), ma la tua analisi è ricca e soddisfacente e poi lasciamelo dire: finalmente qualcuno che non scambia il cinema con la realtà e viceversa. “la storia magari è un pelo diversa”.. eccerto… siamo al cinema!! Sembrerà una banalità, ma di sti tempi è facile pretendere dal cinema realtà e dalla realtà il cinema.

    • Grazie mille! Ci ho tenuto a sottolinearlo proprio perché ho letto parecchie critiche che evidenziavano quanto fosse “romanzata” la storia, ma forse confondono il termine documentario con il film 😅

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