“Capacità di lavorare in team” hahaha!

Ah, i lavori di gruppo universitari, quale esperienza mistica! Lo afferma Penny, età 23 anni:

Donna Anziana PNG trasparente e Donna Anziana disegno - Fotografia Stock  Royalty free - donna anziana.

E pensare che nel mio Curriculum Vitae lo enumero sempre tra le mie grandi capacità. La verità? I lavori di gruppo mi fanno venire le rughe. Ho ancora fresco il ricordo del progetto fatto durante il lockdown, con delle videochiamate lunghe quanto il film di Avatar, ore perse a fissare una che colorava le celle di un file excel, e altrettante ore sprecate a rileggere lo stesso word. Una ragazza ha avuto il coraggio di esordire con “Ma raga, ma chi l’ha scritto questo?!”, riferendosi con schifo al pezzo scritto da me, e pretendendo di rifarlo da capo. E lo avrei anche potuto tollerare se quella stessa ragazza avesse dato un minimo di contributo ulteriore, ma la sua partecipazione alle videochiamate è stata pari a quella della lampada di camera mia.

Da quando ho iniziato il corso di laurea magistrale, poi, il mio livello di stress ha toccato vette inesplorate. Sette progetti al primo anno, cinque nei primi sei mesi del secondo, e se sono qui a raccontarvelo è solo perché il cielo mi ha dotato di una scorta di pazienza aggiuntiva, e ho resistito alla tentazione di lanciare il computer dalla finestra per una decina di volte. Va anche detto che io e la mia fedelissima amica abbiamo cambiato compagni ad ogni trimestre, sfidando il caso e ritrovandoci puntualmente a dover gestire dei casi sociali.

In realtà non era partita così male. Novembre 2020, le classi deserte per la pandemia, e l’amica che da casa mi affibbia il compito di formare un gruppo. Identifico il ragazzo all’apparenza più sveglio, anche lui con un migliore amico al seguito, e dopo un’attenta analisi sul mio background costui accetta di lavorare insieme. Ci contatta anche una quinta ragazza, che ancora oggi porta la croce di essere “Clara che ha fatto scienze politiche“, e già il test del background si considera non superato. In più ci abbandona a metà progetto per un problema familiare, torto che l’ha di fatto bannata per tutti i due anni successivi da qualsivoglia lavoro. In quattro, comunque, portiamo a casa due bei 30. Certo, con sacrificio, lavorando per tutto il giorno dell’Immacolata, mangiando piadine ordinate a domicilio, e ritrovandomi a correggere l’italiano di due file da trenta pagine l’uno prima della consegna. Iconico, poi, il giorno in cui mi porta il pranzo da casa, e uno dei due mi chiede “Scusa, ma cosa stai mangiando? Ma… almeno è buono?”. Tutto bellissimo, finché è durato.

Con una scusa hanno sciolto il gruppo, e il trimestre successivo io e la mia compare ci siamo ritrovate a cercare dei compagni da zero, con la complicazione di dover formare un team da cinque persone e un team da sette, perché i professori non sanno accordarsi tra di loro. Che poi sarebbe stato anche stimolante se non fossimo piombati in zona rossa, e se non avessimo dovuto incastrare gli incontri su Teams tra una lezione e l’altra, cercando di fissarla per primi e compilando l’agenda di un mese. Per uno dei due progetti ci siamo sobbarcati tre ragazzi di cui: uno studente lavoratore attivo solo dalle otto di sera in poi; un ragazzo svogliato; un ragazzo svogliato al quadrato a cui bisognava scrivere i compiti per casa. Per l’altro progetto è andata meglio, anche se una delle ragazze ha assunto il monopolio delle slide e ha cambiato i colori ai miei grafici. Poco male, mi sono irritata, ma senza sapere che in futuro avrei vissuto di peggio. Certo è che abbiamo perso almeno sei ore a discutere sullo stesso tema, se trasformare una biblioteca di un centro culturale in una sala polivalente, mentre avrei potuto impiegare quel tempo per correre i 200 metri intorno a casa quaranta volte. L’idea più originale e vincente del progetto, invece, ci è stata copiata. E’ sfuggita di bocca ad una ragazza con il gruppo del primo progetto, e nonostante la promessa di far finta di non aver sentito, il giorno della presentazione finale ce l’hanno sbattuta in faccia. Era violazione del segreto industriale!

Un racconto a parte merita il terzo ed ultimo progetto del trimestre. Tre giorni di tempo per la consegna, un corso di cui si era capita mezza lezione, e un’analisi avanzata di bilancio da fare. Come dimenticare l’intera domenica trascorsa al computer, con la schiena che ormai aveva preso la curva della sedia, e la consegna fatta appena in tempo alle undici di sera, perché un ragazzo ci ha messo quattro ore per fare una slide, e ha pure sbagliato il nome dell’azienda.

Ultimi due mesi dell’anno, e del gruppo precedente rimaniamo in quattro superstiti. Un’altra analisi di bilancio, che per me è sempre stato cirillico (sì, studio economia). Un progetto lungo venti pagine che il professore non ha mai aperto, visto che come voto ha dato a tutti la media dei voti dei componenti del team. Geniale. Come mettere i propri studenti in spam senza farsi scoprire.

All’inizio del secondo anno, di quel gruppo siamo rimaste in tre. Maledetto Erasmus. Io, la mia storica amica, e la soprannominata Tabella in un momento di delirio avanzato. Ci rendiamo conto di aver cambiato registro quando due professori su due pretendono due lavori di gruppo, in appena un trimestre. Ci ritroviamo con due ragazzi di Rimini che sembrano capitati in aula per caso, e con cui riusciamo a lavorare in presenza soltanto una volta. Per il resto, solo videochiamate su teams. Peccato che uno dei due abbia acceso il microfono per un totale di dieci minuti, abbia fatto i suoi compiti una volta su due, e abbia pure sbagliato formato delle slide dopo averlo scelto tutti insieme. Non che ci aspettassimo chissà quale contributo, ma quando chiedi una precisazione su un suo file, e la sua risposta è “Eh, bella domanda”, insomma, qualche capello bianco ti viene. In più ha avuto il coraggio di spacciare per “suo riassunto” il copia e incolla di un testo di Tabella, privato solo degli a capo, come se per fare un riassunto bastassescriveretuttocosì. E come non citare la fantomatica richiesta di chiarimento: “Ma come si cambia il carattere del testo?”. Passo e chiudo.

Il risultato è stato un lavoro immane fatto in quattro, contro una classe divisa in gruppi da sette. In due abbiamo stimato un conto economico prospettico, lavorandoci dalla mattina alle 9 fino alle 18, e venendo cacciate, nell’ordine: dai tavoli della facoltà, perché a quanto pare erano vietati; dal pub-sala studio, perché erano finite le prese di corrente; dal locale delle poké, perché non si poteva studiare. Abbiamo chiuso il conto economico da dentro un bar americano, con in sottofondo le versioni jazz di Lady Gaga e Beyoncé. Inutile dire che abbiamo preso il voto più basso di tutti.

Nuovo trimestre, nuovo tentativo. E si sfonda il record delle quattro ore di videochiamata. Immaginatevi, poi, sette persone che si parlano sopra, che interrompono, che fanno domande riferite a questioni di mezz’ora prima, e avete un quadro più chiaro della situazione. Alla quinta ora ho inventato una scusa e sono andata a cena. Abbiamo provato a dividerci i compiti, strategia che per lo meno ha sempre funzionato, ma in due non sono riuscite a fare le proprie, e uno l’ha fatta per metà. Risultato? Sono dovute venire da Forlì per farsi aiutare, e ionia della sorte, siamo finiti tutti a lavorare nel bar americano con la musica jazz, che stavolta, per lo meno, era a tema natalizio. Comunque nulla di troppo grave, se non fosse che le ultime videochiamate hanno visto un tracollo senza precedente alcuno. Siamo rimasti collegati un’ora a temporeggiare, mentre una inquadrava il suo gatto e uno si faceva il thè. L’incaricata a sistemare il file word ha inserito la metà delle tabelle, e ha cancellato le uniche fonti citate. Quella del gatto doveva fare una slide e ne ha fatte tre versioni, facendoci votare la preferita. La mia slide e quella di Tabella sono state cambiate all’ultimo, dopo che avevamo già impostato il discorso, e senza mostrarcele fino alla sera prima. E quando alle 19 eravamo pronti per la consegna, ecco che uno riparte: “Ma quindi per gli Incoterms? Perché io ho letto che…”. Ah shit, here we go again.

Facciamo una prova per cronometrare i tempi della presentazione. Arriva il mio turno di parlare. Vedo mio padre dietro la porta chiusa, mi sbraccio per dirgli di aspettare, lui entra e con molta calma gira per la stanza, facendomi perdere per venti secondi il filo. Fine della storia.

10 pensieri su ““Capacità di lavorare in team” hahaha!

  1. Ho un’unica esperienza universitaria di collaborazione in team, si tratta di 30 anni fa ed eravamo solo in 2. Il lavoro uscì bene, ma eravamo appunto solo in 2, ci si vedeva di persona (non in videochiamata) e si andava d’accordo.

    Non c’è nulla di peggio quando si è in tanti, uno fa poco o nulla, ma si arroga il diritto di criticare il lavoro altrui.

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