Non era così

Volevo parlare d’altro, ma sono finita a pensare a te. A te, che non sei altro che un posto in aula, quello sempre davanti al mio. Uno spazio vuoto, un sedile in legno, un corpo che non ho mai sfiorato. Eppure un giorno ti ho parlato io, un altro giorno mi hai parlato tu, e di quelle parole ne ho fatto coriandoli, ma ho scordato il senso delle frasi. Ti cerco sempre con lo sguardo, attenta a non incrociare il tuo, perchè non avrei una spiegazione, se non che sei una tra le tante, certo, ma lo guardo ha scelto te. Per ore intravedo le tue mani, e gli anelli che posi accanto mentre scrivi. Per ore mi accorgo di distrarmi per te, e un po’ ti detesto per questo, ma poi? Siamo sempre tu ed io, e una parete invisibile. A volte neanche ci salutiamo, e un poco fingo di non vederti, di non accorgermi di te. Ma in realtà sono lì per questo, a frequentare lezioni aggiuntive che forse nemmeno m’interessano, soltanto per vedere te. Ti ascolto intervenire in aula, e nelle tue parole ritrovo le mie, quelle che non ho mai il coraggio di dire, perché mi vergogno e non lo sai. Ho imparato a conoscerti così, dai frammenti che lasci cadere, da un puzzle ancora in pezzi che non saprò mai ricostruire. E un po’ ti immagino dalle poche foto, nascosta in quel tuo accento, a sognare il mare perso nell’orizzonte.

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