A un anno di distanza

Un anno fa, la zona arancione. Gli ospedali pieni, le strade vuote, ed io, matricola di un corso magistrale, in aula con pochi presenti in una facoltà abbandonata. Il mio primo giorno di quel penultimo anno, un simbolo di un periodo storico, e un rimpianto che non ho scelto, perchè la vera Università mi è stata portata via.

Ma per assurdo, sono stata fortunata. Ho frequentato in presenza quel semestre per privilegiati, e sarò sempre grata al Rettore per questo.

Oggi? Oggi è tutto diverso. I cinema pieni, i concerti, le strade affollate, abbiamo sfiorato quella normalità con la punta di un dito, e pensare che forse non siamo pronti a raggiungerla fa male, come la prima volta quando l’abbiamo lasciata andare.

Da un paio di giorni ho spento il televisore, silenziato i telegiornali, chiuso i quotidiani, smesso di aprire le Newsletter del New York Times. Proprio adesso che forse, razionalmente, dovrei tenermi informata. Ma che cos’è l’informazione? Ad ogni titolo di giornale trovo solo minacce, previsioni, apocalittici scenari, che mi tolgono la speranza e mi riempiono di paura.

A gennaio dovrei partire. Vorrei partire. Due mesi a Cardiff, nel Regno Unito, per quel tirocinio che ho tanto sognato. Ma non ho certezze, non riesco a capire, c’è chi si allarma e annuncia chiusure, chi se ne frega e lascia tutto com’è. So di non poter trovare la verità su quei giornali, ma è da due anni che tra le pagine si cela solo terrore.

Zone rosse a natale. Terze dosi per tutti. Greenpass di sei mesi. Tutti quei sacrifici, quell’entusiasmo ritrovato, schiacciati dal peso di una realtà narrata male. Ma non la voglio più ascoltare.

Voglio vivere nella mia fiaba, fatta di sogni da realizzare, amici da riabbracciare, genitori da proteggere, e una laurea da conseguire. Voglio correre, superare chi si è fermato, sentire il vento tra i capelli, e gli applausi di chi sta a guardare. Voglio credere che non sia stato vano. Che non sia stato sbagliato illudersi, e aggrapparsi ai vecchi sorrisi.

Abbiamo bisogno di questo. Di fiducia, di vita, di desideri. Dopo due anni di paura, la pelle s’è fatta il callo, ma le cicatrici non smettono di bruciare. Inutile buttarci l’alcol, perché noi ci spostiamo, così come spegniamo i televisori, silenziamo i telegiornali, chiudiamo i quotidiani, e smettiamo di aprire le Newsletter del New York Times.

Per due anni abbiamo provato a salvarci insieme. Ma se insistete a dirci che non è servito, non stupitevi della nostra resa incondizionata: ognuno di noi, in fondo, vuole salvare sè stesso.

12 pensieri su “A un anno di distanza

  1. Se i giovani perdono la speranza, allora è tutto finito. Io confido molto nelle nuove generazioni, perché hanno davanti agli occhi milioni di esempi errori e spero che sappiano farne tesoro. In bocca al lupo per tutti i tuoi progetti, magari non tutti si realizzeranno, ma non importa; l’importante è continuare a crederci.

  2. Tutti vogliono salvare se stessi, al massimo per farlo si servono di tanti e di tutto perché magari singolarmente in quella circostanza soli non si può.
    Un anno fa, qui, 4 giorno quasi quinto di rosso.

  3. Concordo pienamente. Io ascolto le notizie lo stretto indispensabile, sto cercando di godermi le cose positive della mia quotidianità. E per fortuna quest’anno mi ha portato tutto quello che desideravo: una relazione felice e un contratto stabile…. Sto cercando di vedere al futuro in maniera positiva.
    Per quanto riguarda te, in bocca al lupo per il tirocinio! Sono sicura che sarà una splendida esperienza!

  4. “ognuno di noi, in fondo, vuole salvare sè stesso”

    E’ quello che penso anch’io.
    Stiamo diventando tutti più egoisti: in mezzo all’uragano pensiamo a noi stessi, altro che uscircene indenni insieme.

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