Ogni tanto sparisco

A un mese dall’inizio dell’ultimo anno, mi sembra che l’Università mi stia scivolando tra le mani. Il mondo è tornato a vivere, le persone a viaggiare, le facoltà a pullulare di studenti, ed io mi ritrovo immersa in quella marea che avevo lasciato, un po’ tramortita, perché non mi ricordavo più che sapore avesse questa vita.

Mi era mancata, sì. L’Università che avevo perduto, quella che mi ha proclamata Dottoressa, e poi mi ha riaccolta subito dopo, tra i suoi banchi e Microsoft Teams. Quest’anno ho incontrato volti nuovi, quelli che l’anno scorso sono rimasti a casa, e non ho ritrovato quelli di chi invece è partito, con quel progetto Erasmus che ci ha fatti sognare. Mi sembra che sia tutto cambiato di nuovo, senza darmi il tempo di abituarmi davvero.

Le lezioni, i lavori di gruppo, gli esami, è una corsa verso la meta che ti toglie il fiato, un viaggio in quinta marcia tra i sentieri montani. Il tempo scorre, e ti senti sempre quella indietro, quella in ritardo, perché annaspi nel tentativo di dargli un senso, senza sapere ancora quale. Cerchi invano un equilibrio, per poi scoprire che in fondo va vissuta così. Giorno per giorno, senza programmi, aspettative, timori, con la sola voglia di buttarsi senza aggrapparsi mai.

Al quinto anno i professori si apprestano a lasciarti andare, iniziano a parlare di tesi, di colloqui di lavoro, di carriere in azienda, di futuro. Pretendono idee chiare, ambizioni, progetti, e tu entri in crisi, perché ti sembra sempre troppo presto. Davanti a te ci sono le solite scadenze, le pagine da studiare, i progetti da presentare, obiettivi concreti che impegnano le tue giornate.

E poi ci sono i colleghi, che in un corso di laurea magistrale son sempre pochi, come una classe del liceo. Ognuno ha il proprio banco, la propria fila, senza bisogno di scrivercelo sopra, perché si è grandi e tacitamente ci si rispetta, quasi fossimo tutti cugini. Poi alle pause ci ritroviamo là, sulle scale antincendio, o in fila alle macchinette automatiche per un caffè, e scambiamo qualche parola, ci chiediamo come va lo studio, ci raccontiamo le nostre vite, consapevoli che un giorno forse nessuno se ne ricorderà.

L’Università è così, come un bellissimo tramonto, una scenografia di passaggio, che in tutti i modi cerchi di afferrare. E quando studi nella tua città, ti senti un po’ un forestiere, perché hai il tuo gruppo di amici, il tuo ambiente, hai già fatto le tue follie, ma gli altri no, e ti guardano come se fossi un alieno, incuriositi e intimoriti da te. Vivono in centro, lontano da casa, in case spesso minuscole, e fanno gruppo, escono spesso la sera, studiano insieme in biblioteca, perché a loro viene naturale.

La vita del fuorisede… Quella che guardo da lontano, con l’ammirazione di chi non ha mai pensato di poter partire. E mi perdo ad ascoltare gli accenti di ogni regione, i piatti tipici e le culture, è affascinante per chi non ha mai vissuto fuori casa, o per chi guarda il mondo in silenzio, sognando un giorno di conquistarlo davvero.

Ma a un mese dall’inizio dell’ultimo anno, mi sembra che l’Università sia appena cominciata. Presto finirà tutto, ed io ancora mi agito prima di parlare in pubblico, ancora mi vergogno a presentarmi ai colleghi nuovi, ancora faccio fatica prender da sola le decisioni. C’è chi a settembre ha già chiesto la tesi a un professore, chi ha già sostenuto colloqui di lavoro, e poi ci sono io, che attendo con ansia il tirocinio a Cardiff, sperando sempre di poter partire, e ripetendomi che non c’è niente da temere.

Ma oggi… oggi sono sparita. Troppe cose da fare, troppi progetti da consegnare, Powerpoint da preparare, discorsi da imparare, esami per cui studiare, e sì, anche amiche da rivedere, uscite a cui andare. Una vita ricca e piena di cose, che non ti lascia il tempo di fermarti a pensare. Men che meno a scrivere. Ma forse è giusto così. In fondo è l’ultimo anno, e non importa se a un certo punto starò tremando di paura, perché ho deciso che voglio viverlo ad ali spiegate.

10 pensieri su “Ogni tanto sparisco

  1. All’ultimo anno di università tra di noi avevamo lo sguardo tipo “reduci di guerra”.
    Ci si conosceva tutti da 4 anni, con alcuni si era amici, ma lo spirito di solidarietà era palpabile.

    • Ormai il ciclo unico è raro, penso sia rimasto solo a medicina e architettura.. da un lato penso sia molto meglio scegliere un percorso magistrale, ma dall’altro sembra di ricominciare ma senza il tempo di goderselo

  2. Bravissima, se può esserti di consolazione, anch’io sono ancora tramortita… una sensazione strada da spiegare: tutto questo mi è mancato, eppure adesso faccio fatica a ritrovarlo.
    Buona giornata. 😊

    • Ti comprendo invece, tante cose a me sembrano ancora fuori dal normale, banalmente anche prendere l’autobus, se posso lo evito.. ma l’importante è che le piccole cose di tutti i giorni siano tornate

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