Quella maledetta ciclabile di Bologna

Si ride, si scherza, si lanciano accuse, poi succedono le tragedie e qualcuno piange. Ma questa storia ha dell’assurdo, e dire che si sarebbe potuto evitare è un banale eufemismo. Questa ciclabile non avrebbe mai dovuto nascere. Non in quella strada, non fatta in quel modo, con delle strisce per terra che s’interrompono e ricominciano, che scavalcano le fermate degli autobus senza chiarire a chi spetti passare. E’ la via principale che collega Bologna ai comuni più ad Ovest, è da qui che passano tutti, e di certo non ai trenta chilometri orari. Quella che ha creato il nostro Assessore non è una pista ciclabile, è una trappola potenzialmente mortale. Senza cordoli, tra la carreggiata e i parcheggi, interrotta da dehors e fermate dell’autobus, dipinta di rosso solo alla fine, in mezzo alla strada e tra due corsie di preselezione, perché qualche mente geniale ha deciso che le bici debbano proseguire dritto. E chi vuole svoltare a destra? Forse è sorto il dubbio in extremis, e qualcuno ha tracciato al volo una minuscola corsia col simbolino del ciclista, in curva e con dei pali che invadono lo spazio vitale.

Questo è il progetto che è stato realizzato, in un capoluogo di regione che tanti decantano come impeccabile. Permettetemi di dissentire.

Ieri, su quella ciclabile, è stata investita una donna. Cinquantanove anni, moglie del nostro macellaio di fiducia, madre di un figlio di qualche anno più grande di me. La conoscevo, i miei genitori la conoscevano, tutti nella zona la conoscevano, perché via Saragozza è un po’ come un vecchio quartiere, dove i ragazzi che sono cresciuti insieme alla fine sono rimasti. Ora, quella donna, rischia l’amputazione di un braccio. Un autobus l’ha colpita e l’ha fatta cadere, forse mentre cercava di superare un’altra bici, in quel canale strettissimo in cui si va dritti a mala pena. Ma di chi è la colpa in questi casi? Se gli autobus circolano a tutta velocità, inchiodano prima delle fermate e poi ripartono, e se le biciclette non riescono sempre a stare nella loro corsia, perché ci sono mille ostacoli a cui nessuno ha pensato, di chi è la colpa?

Vorrei che i responsabili prendessero le proprie bici, venissero in via Saragozza, e nell’ora di punta percorressero quella ciclabile. Vorrei che si rendessero conto, perché tutti, qui nella zona, lo abbiamo detto da subito: succederà una tragedia. E non sono certo un ingegnere, un’architetta, o l’Assessore comunale. Ho ventidue anni e studio economia. Ci voleva la mia mente brillante per capire il lavoro è stato fatto male? Eppure mi fa rabbia, perché deve sempre funzionare così, a tentativi. Facciamo le cose e poi le disfiamo, rattoppiamo e poi cambiamo idea. Come i monopattini elettrici, buttati in mano ai ragazzini senza dar loro una regola, per poi piangere davanti alle tragedie e decidere di intervenire. E chi ci va di mezzo sono i cittadini.

Solo che quando conosci quella persona, quando sei abituato a salutarla, quando a volte vi siete fermati a parlare, il dispiacere supera anche la rabbia. Non cerchi un colpevole, un capro espiatorio, o una spiegazione giuridica che qualcuno saprà dare. Non t’importa se l’errore lo abbia fatto l’autobus o lei. Ma a prescindere da tutto, quello che ti rimane è la sensazione di vivere in un paese che se ne frega. E questo è il male peggiore di tutti.

8 pensieri su “Quella maledetta ciclabile di Bologna

  1. Qui a Padova abbiamo le piste ciclabili, ne abbiamo molte, ma sono sempre tutte separate dalla carreggiata stradale. La separazione è eseguita tramite muretti, reti o cordoli, la sicurezza al primo posto.
    Mi spiace per la tua conoscente, Penny.

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