Una vacanza che non so se voler ricordare o dimenticare – Parte uno

Le aspettative c’erano, e dopo un anno come questo anche la voglia c’era eccome. Certo, non di ballare in discoteca o ubriacarsi in un locale, ma il desiderio di stare insieme, di divertirsi, di ridere senza pensieri, di partire lasciando a casa tutti i problemi. Non è andata esattamente cosi. Non è stata la vacanza ideale, non posso dire che mi sia piaciuta, e se tornassi indietro forse non sceglierei la stessa meta. Pazza, penserà qualcuno: sono stata a Gallipoli, e mi sono promessa di non ritornarci mai.

Complice la sfiga che ci ha perseguitate per sei giorni, nessuno dei programmi che abbiamo fatto e rifatto è mai stato rispettato. Avremmo dovuto capirlo subito, del resto è iniziato tutto in aeroporto a Brindisi, e non nel migliore dei modi, con la navetta per Gallipoli in ritardo di un’ora. Alla fine ne sono arrivate due, traboccanti di gente, e proprio quando sembrava che potessimo partire, i due autisti hanno perso entrambi il biglietto del parcheggio. Superato il mental breakdown e fatta alzare la sbarra, ci immettiamo nel traffico pugliese con quei furgoni cigolanti sparati a cento chilometri orari. Sorpassi da Formula Uno, frecce inesistenti, sigarette messe insieme durante la guida, doppi cellulari che squillano, e il racconto di un blackout epocale in quel di Gallipoli la sera prima.

Finalmente arriviamo a destinazione. Quaranta gradi e un tasso di umidità al 90%. Veniamo scaricate davanti a una viuzza malmessa, deserta, dove la plastica fa da segnaletica stradale lungo il bordo della carreggiata. L’orario del check-in previsto? Boh. Forse alle 16.30, ma per farci un favore potrebbe essere alle 11.30, al massimo mezzogiorno. Sta di fatto che sono le 11 e siamo in anticipo. Raccogliamo le nostre valigie di piombo, ci avviamo sotto il sole cocente verso un bar, e sudate fradice, con le giacche legate in vita e i cappellini in testa, chiediamo di poterci sedere. Lì sulla soglia ricevo una chiamata: “Sono libero per il check-in. Dove siete? Venite. Non mi fate perdere tempo“.

Ci catapultiamo verso l’appartamento, convinte di essere davanti alla nostra porta d’ingresso. Invece il signore ci fa strada verso i garage. Scendiamo una scala a chiocciola, e quella che sembrava l’entrata di un carinissimo sgabuzzino tra i basculanti arrugginiti, si rivela essere in realtà la nostra porta di casa: un tugurio sotto il livello del mare, sporco, buio, e senza WiFi. In bagno troviamo capelli e peluria varia, il lucernario è rotto e costantemente aperto, le abat-jour non si accendono, ci sono tre lampadine fulminate, i condizionatori scaricano l’acqua nella doccia, i fornelli funzionano quando pare a loro e a mo’ di fiamma ossidrica alta un metro, le padelle sono incrostate, lo stendino è arrugginito. Ancora in fase di shock, decidiamo di uscire per andare a fare la spesa, sotto il solleone di mezzogiorno, a piedi. La Coop più vicina ci impedisce di entrare con gli zaini, così alziamo i tacchi e raggiungiamo l’MD. Abbiamo una lista infinita di roba, metà delle quali sono spugne e disinfettanti vari, neanche fossimo un’impresa di pulizie. Dopo due ore torniamo a casa, sempre a piedi, sempre sotto il solleone dell’una, con quattro zaini a rischio esplosione e cinque borse maxi di svariati chili. Non contente, prima di qualunque altra cosa ci dedichiamo alla disinfestazione della casa. Armate di guanti da piccolo chimico, igienizziamo qualunque superficie verrà toccata, dai mobili alle sedie, dal bagno ai telecomandi dei condizionatori. Tutto. Finché l’aria non sa di Amuchina.

Nel tardo pomeriggio andiamo in spiaggia, e la brezza marina ci fa mettere in moto i neuroni: è il momento di farsi sentire! Il problema è che sono io ad aver prenotato, io ad avere i contatti con agenzia e proprietario, io timida e troppo buona per mostrarmi incazzata. Cedo molto poco spontaneamente il mio cellulare e le discussioni hanno inizio, per giunta a mio nome. La questione si protrae per tutta la cena, davanti a un piatto di linguine alle vongole completamente insapori e una pizza dall’impasto che sembra una corda. Scriviamo una email di tremila caratteri all’agenzia, con allegate foto del mobilio impolverato e di peli pubici nel bagno. Due di noi cominciano a ipotizzare di prendere un volo di ritorno a casa.

La mattina dopo, alle otto in punto, si presentano all’appartamento in tre. Il tizio del check-in, un omino che porta le lampadine nuove, e una donna delle pulizie che dopo una passata di fazzoletto in bagno se ne va. Ci ritroviamo con una cassetta degli attrezzi appoggiata sui cuscini, un omino in piedi su una sedia, un altro in piedi su una scala, e un cane che vaga per le stanze e porta in giro bottiglie di plastica masticate. Otteniamo la chiusura del lucernario del bagno, poco male, salvo la conseguente interruzione del ricambio d’aria e una costante puzza di scarichi mista a vernice nella stanza.

Risolti alcuni dei problemi più gravi, ci avviamo verso la spiaggia. Certo, non prima di aver noleggiato le biciclette. Ah, quali oggetti infernali! Ritiriamo quattro rottami, tre delle quali hanno i freni guasti o duri come pietre. Torniamo indietro e ce le facciamo cambiare. La mia bicicletta ha il campanello rotto e cigola ad ogni frenata, ad un’altra rumoreggiano i pedali, e tutte sono sprovviste di luci. Eppure ci viene richiesta una cauzione per le bici ed una per lucchetti e catene.

Raggiungiamo la spiaggia di Baia Verde, dove una ragazza isterica ci propone un ombrellone e due lettini alla modica di cifra di 40 euro totali. Strappiamo un prezzo di favore di 35 e ne prendiamo due. Come se non bastasse, scopriamo che le docce sono a pagamento, per andare in bagno serve una cauzione, e una bottiglietta d’acqua costa un euro e cinquanta. Alla faccia dell’alta stagione. Che poi, funzionassero… Una di noi ragazze paga un euro di doccia calda, inserisce il gettone nell’unica fessura in cui sembra entrare, e si vede arrivare sulle caviglie un getto ghiacciato di lavapiedi. Utilissimo, dato che doveva tornare in spiaggia.

Per il giorno successivo cambiamo strategia, e ci fermiamo a comprare due ombrelloni portatili fucsia in un negozio lungo la strada. Quattordici euro l’uno. Però dai, sembrano carini. Riusciamo in qualche modo a incastrarli nelle biciclette, e con quelle protuberanze rosa nel didietro ci dirigiamo verso la spiaggia. Il primo ombrellone si rompe il giorno stesso: una stanga si spezza in due, lo spuntone comincia a roteare al vento, e la tela si solleva da un lato come una bandiera. L’altro resiste, si rivolta al contrario e si stacca da terra, ma in due riusciamo ad accorrere prima che voli via. Entrambi perdono le punte nelle prime ventiquattro ore.

La mattina dopo pianifichiamo una gita a Punta della suina, una delle più belle spiagge della zona secondo Google. Prenotiamo una navetta che ci promette un costo di 5 euro all’andata e 5 euro al ritorno, ma finiamo per pagare un totale di cinquanta euro, e veniamo anche scaricate a un chilometro di distanza in una strada sterrata sotto il sole. Con le ciabatte, le bottiglie d’acqua per non pagare la doccia, gli ombrelloni scrausi in spalla e le sacche da spiaggia, attraversiamo una pineta e arriviamo a questa fantomatica Punta della suina. Bella, ci mancherebbe, ma è tutta una duna e una roccia, con gli arbusti incolti che crescono a chiazze, e un’unica via d’accesso al mare senza scogli. Facciamo un bagno alle nove, con le ciabatte ai piedi tipo Paperino. Facciamo un secondo bagno alle undici, e mentre stiamo chiacchierando in pace, sempre con le ciabatte ai piedi, inizia a sentirsi la corrente. Prima un’onda, poi un’altra, poi un’altra ancora, di altezza crescente ma apparentemente innocue. Hihihi, guarda che belle le onde! All’improvviso uno tsunami forza nove ci investe, una ragazza finisce direttamente a riva, un’altra si aggrappa alle gambe di una sconosciuta, ed io a momenti perdo lo slip del costume. La quarta ci osserva dall’ombrellone, pensando pure che ci stiamo divertendo. Insabbiate e piene di alghe fin dentro il costume, ci avviamo sconsolate a pagare la doccia, o quel rivolo di sessanta secondi che viene chiamato tale. Qui una fila di trenta persone ci attende, tutte sporche, con mezzo fondale tra i capelli e le facce sconvolte. Come se non bastasse si alza anche il vento, che sfida i nostri ombrelloni scassati e riempie di sabbia i nostri teli. Arrese, chiamiamo la navetta e torniamo a casa prima.

La sera andiamo in un locale che fa drink e narghilè, che per intenderci sono quelle pipe musulmane a forma di vasi d’ottone che alla base contengono acqua profumata. Ma poteva andare tutto per il verso giusto? Certo che no. Ci piazzano in un tavolone sul bordo della strada, e la bora triestina dritta sul fornelletto fa partire dei tizzoni ardenti ad altezza faccia. Ci scansiamo con scarsa agilità e ci sistemiamo controvento, almeno da evitare il rischio incendio dei vestiti.

Il giorno seguente avremmo dovuto avere in programma una gita in barca. Avremmo. Peccato che il vento e il mare mosso abbiano fatto annullare tutto. Nel Salento, dove il mare è sempre cristallino, dove si vede il fondale anche a riva, dove ci sono tre alghe in croce e le onde neanche si vedono, noi siamo riuscite a beccare una mareggiata.

La penultima sera torniamo nel locale dei narghilè, in anticipo per paura di perdere il posto sui divanetti, ma ci viene detto di aspettare. Ci attardiamo dieci minuti, e al nostro ritorno i divanetti, che pur avevamo prenotato, sono stati tutti occupati. In tre, me esclusa, urlano in faccia al cameriere, che ci guarda spaurito con in braccio tre secchi di gin lemon, e in qualche modo ci procura il tanto agognato divanetto.

Alle quattro torniamo a casa, e decidiamo di aspettare l’alba. Un’idea geniale, se non fosse che Gallipoli è a ovest mentre il sole sorge a est.

L’ultimo giorno, assonnate e con l’intenzione di dormire in spiaggia, affittiamo di nuovo gli ombrelloni veri e abbandoniamo quelli fucsia evidentemente rotti sui sellini delle biciclette. Per trovare un mare anche solo vagamente pulito bisogna superare tre stabilimenti balneari, dieci minuti di traversata tra le alghe marce e i legnetti sulla riva. Però dormiamo. Eccome se dormiamo. E come dormiamo bene su quei lettini! Specie dopo aver cambiato il mio, perché il parasole crollava da solo a mo’ di ghigliottina sul mio petto. A fine giornata, fiere di essere sopravvissute ed euforiche per la fine della vacanza, decidiamo di pagarci perfino la doccia. Inserisco l’euro, ma rimane bloccato. Prendo un’altra moneta e spingo l’euro nella fessura, ma non esce acqua. Mando al diavolo la doccia, lo stabilimento, il mare di Gallipoli e la regione intera.

Ah, dimenticavo. Gli ombrelloni lasciati sulle biciclette ce li hanno rubati.

Appena tornata a casa, infine, leggo sui giornali una notizia: sparatoria a Gallipoli, colpi di mitra contro l’ex fidanzata e il nuovo compagno al residence Coppola. A cinque minuti da dove stavamo noi. Bene.

CONTINUO…

25 pensieri su “Una vacanza che non so se voler ricordare o dimenticare – Parte uno

  1. ho letto le prime tre righe e mi si è improvvisamente aperto un mondo. Perchè dobbiamo considerare una colpa l’eventuale voglia di ballare? Per il Covid? Il Covid durerà anni, allora una giovane ragazza si probirà x sempre il piacere del ballo?
    Io ad esempio non ho mai amato le discoteche, non ci andavo mai, mi rifiutavo. A varsavia ho cambiato idea ma solo per un motivo: ho trovato il mio posto ideale, sempre lo stesso, un buco underground dove si spara Bowie, The Cure, Depeche Mode e tutte le hits anni 60, 70 e 80. Tanta bella gente, bellissima atmosfera. Ti confesso che lì mi trasformo soprattutto se con la compagnia giusta. E non ti nascondo che anche adesso mi piacerebbe andarci, nonostante il covid, nonostante la mia età. Dovrei farmene una colpa?
    Per la gita rovinata..può capitare, è nel conto, l’importante è essere evasi dalla quotidianità, avere dei ricordi da raccontare, belli o brutti non importa, tra dieci anni tu e le tue amiche davanti ad una birra direte: vi ricordate di quel terribile viaggio in Puglia? E ne riderete di brutto, e lì ne sentirete nostalgia.
    Buona continuazione

    • Forse non è tanto sentirsi in colpa, magari è solo l’effetto di tutto quello che è stato detto nei mesi passati, e che inevitabilmente ti fanno sentire meno “libero”.. bel posto però quello che hai descritto, sarebbe bello trovarne uno in Italia!
      Della vacanza abbiamo già iniziato a riderci sopra, meglio così, ed è gran parte merito della compagnia

  2. Si potrebbe riassumere tutto con “Non so se ridere o piangere” perché è ciò che ho pensato leggendo 🤦 è stata una vacanza alquanto tragicomica 😅 attendo la secondo perte per capire com’è finita questa novella dello stento 🙈

  3. Ehipenny bella.
    Potrei trovare tremila parole per trovare i lati positivi, ma sono scappate per mobilitazione. E non hanno torto.
    Però posso dirti che un giorno la racconterai. A tantissimi amici, affezionati, sconsiglio quelle zone, ma lo faccio in privato, senza poter essere frainteso o passare per qualcuno che offende. Ma da quelle parti, come nelle mie eh(!!) in alta stagione esce il peggio di tutti. Sei stata anche sfortunata, ma diciamo che in questi periodi in questa nazione un po’ c’è da metterlo in conto.
    Spero stia bene piuttosto.
    Ti abbraccio

    • A parlarne tra di noi già ridiamo! Sfortuna sì, ma non ci aspettavamo delle cose del genere (vedrai, se hai voglia di leggerla, la seconda parte). Ma può sempre capitare 🙂
      Un abbraccio!

  4. Cara Penny…ok non è stato tutto perfetto ma quando sarai vecchia come me queste cose le rivierai con nostalgia 🍁❣

  5. Bridget Jones in confronto è un film noir.

    Diciamo che è un altro mondo rispetto alle spiagge romagnole, per capirsi. Meno attrezzate, ma con un mare probabilmente migliore. Mi spiace per queste disavventure, alcune terribilmente comiche. Diciamo che l’unica vera arrabbiatura è quella relativa all’appartamento, perché davvero ti vendono per oro ciò che in realtà è solo stagno.

    • Hahaha! Certo, ci aspettavamo questo tipo di organizzazione, ma non quei prezzi dati i servizi offerti.. arrabbiatura è anche per quanto ho narrato nella seconda parte 😅

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