Tutta la vita davanti – di Virzì

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Una commedia leggera e pungente, un ritratto crudo e sarcastico del precariato, una denuncia a denti stretti contro l’assenza di opportunità lavorative, contro l’apparente vuoto che segue la laurea, contro l’abbandono dei giovani promettenti alla deriva. Una commedia che fa sorridere e fa riflettere al tempo stesso. Marta é una bella ragazza, intelligente, educata, timida, con una laurea in filosofia da centodieci e lode e abbraccio accademico, tanta voglia di mettersi in gioco, tanto sudore da dare e soldi da guadagnare. Vive lontano da casa, nonostante la madre sia malata, il fidanzato sia partito per l’America, il coinquilino abbia subaffittato la stanza. È un abisso di sfortune che si succedono, e che vanno a comporre una commedia tradizionale firmata Virzì. Portata all’eccesso, a tratti forzata, la vita di Marta di dispiega tra le porte del call center Multiple Italia e il lavoretto di babysitter per Lara, in una serie di riprese mosse e di corsa che fanno crescere le palpitazioni. Ci si immerge nella frenetica routine, ci si scontra con l’ansia di dover strappare qualche appuntamento ai clienti, chiamata dopo chiamata, senza scoraggiarsi o ricordarsi di essere dei mezzi aguzzini. È un lavoro che di realistico ha ben poco, con una Sabrina Ferilli nei panni di capo telefonista, che si adopera per motivare le dipendenti ad ogni ora del giorno, con messaggi, balletti, premi e complimenti forzati. É un lavoro che vede una schiera di telefoniste tutte uguali, manichini vuoti che commentano reality show ma non si rendono conto degli inganni a cui sono sottoposte, e poi di uomini egocentrici educati al culto di sè stessi. Marta si innalza sopra un oceano di errori, con un distacco stoico e la capacità di capire che quello non è il lavoro che merita: è solo quello che le serve. Serve a Marta, serve a Sonia, la mamma di Lara, e serve a tutte le ragazze che versano lacrime nascoste nei bagni quando la gente pone fine alle chiamate. Quando Marta si rende conto del male che può fare, quando si ritrova a fingere di essere stata amica di una ragazza, suicida per non aver trovato lavoro, quando l’anziana madre di lei la contatta per aiutarla, ignara di tutto il marcio che si cela dietro l’azienda, quando scopre che il dipendente da loro mandato le ha rubato i soldi della pensione da casa, ecco che il tornado represso esplode in un pianto. Marta non piange mai, per tutto il film. Ma il culmine della delusione, della frustrazione, dei tentativi falliti, dello squallore della vita condotta fino a quel momento, sono stati inglobati nello stomaco come macigni. Il sindacato è ostacolato dai dirigenti, le ragazze vengono minacciate, invitate a tacere, i servizi ai telegiornali fanno crollare le vendite del call center, paradossalmente sono un danno e una beffa per chi non ha diritti, e potrebbe trovarsi nel mezzo di una strada da un giorno all’altro. Marta convive con il precariato, se ne vergogna con i vecchi amici, con sua madre, malata terminale, con le colleghe, che si aggrappano al proprio lavoro come se fosse tutta la loro esistenza. Il degrado che sommerge l’ambiente di Multiple Italia culmina in un omicidio che cancella l’azienda, e che libera un numero imprecisato di disoccupate. Marta può ricominciare, fiera dei propri studi, libera dalle catene del dovere che la tenevano legata, libera di percorrere una strada diversa, una strada vera, concreta, libera di andare verso il proprio futuro. Non viene raccontato un mondo reale. Eppure la Multiple Italia potrebbe essere il call center dietro casa nostra, imbottito di giovani promesse, sprecate e sottopagate. È un piccolo paradiso per gli occhi, che prima ti salva la vita e poi te la annulla. È un bel salvagente forato, destinato a collassare. Marta, in tutto questo, riesce a rimanere lucida, con la forza di gestire le colleghe vaganti, l’amica Sonia che deve imparare il mestiere di madre, Lara in età da scuola elementare, il bugiardo sindacalista, le pressioni della capo telefonista. È l’eroina del film, é Wonder Woman travestita da ragazza neolaureata, che riesce a trovare nei reality show un’interpretazione filosofica apprezzata da Oxford: è la sua prima gratificazione sincera, quella da cui Marta può finalmente ripartire. Azzerare tutto e tornare a crederci. Questo è il punto che fa la differenza. È importante ritrovare sè stessi ed i valori in cui si è sempre creduto, è importante ammettere di aver ceduto ai ricatti per necessità, perché i soldi mancavano e servivano, perché quando si è giovani si hanno tanti sogni e tante speranze. È importante capire di meritare sempre qualcosa in più. E Marta lavorava in un call center, di quelli a cui noi chiudiamo in faccia le chiamate, quelli che forse stanno solo cercando di guadagnarsi da vivere. Non giustifico niente e nessuno. Ma dopo il sorriso, questo film fa riflettere. È davvero questa una possibilità dignitosa di vita? È davvero un lavoro? È davvero come crediamo che sia? Sedersi ad un tavolo e telefonare alle persone? Marta, diccelo tu.

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