No, non basterà la verità

Morire in nome del profitto, precipitare a terra per un cavo spezzato, e rendersi conto che quelli saranno i tuoi ultimi secondi di vita. Stringere tuo figlio al petto, proteggerlo con il tuo corpo, anche quando le lamiere ti perforano la carne viva, anche quando senti l’odore di terra sulla faccia, e puoi solo pregare che quel bambino abbia la forza che a te è stata portata via. Morire così, per una gita, per l’umana voglia di ricominciare a vivere, mentre uomini senza volto hanno già scelto per te. Non sarai tu, a vivere. Perché non esistono fatalità, non esistono errori umani, esiste solo l’amara consapevolezza di essere tutti degli oggetti, dei salvadanai da svuotare, finché il tempo ce lo permetterà. E si piange dopo ogni tragedia, con quel fare ipocrita dell’italiano medio al telegiornale, “non è giusto, non si può, non doveva accadere”, e resta la rabbia di chi ha perso un amico, un familiare, un figlio o un genitore, e chissà se i colpevoli pagheranno, se un giorno lo capiranno, se avranno mai il coraggio di chiedere scusa. Avranno le mani ripulite dal sangue, eppure sono assassini lo stesso. Vorrei solo che guardassero in faccia quel bambino, l’unico sopravvissuto tra le lamiere della funivia, vorrei che fossero loro a dirgli che non rivedrà più nessuno: mamma, papà, i bisnonni, il fratellino. Ha cinque anni, e ha vissuto l’inferno stretto tra le braccia del padre. E’ questo che è successo. Per un freno di emergenza disattivato, per non dover pagare un intervento di manutenzione, quattordici persone sono morte. Gente piena di vita, di sogni, con lo sguardo volto al futuro, sopravvissuti a sè stessi durante una pandemia, e morti nel silenzio di un omicidio vigliacco, per soldi, per avarizia, per la disumanità in cui stiamo inesorabilmente cadendo. Non ci stupisce nemmeno più. Ma non riusciamo a toglierci di dosso questo vizio aberrante di scherzare con la vita, perché speriamo sempre che non accada, che anche tirandolo oltre il limite l’elastico non si spezzi, ma poi tutto crolla, e la verità va in pezzi come un puzzle da ricostruire, e qualcuno lascia dei fiori tra quei cocci e la polvere, perché è tutto quello che gli rimane. Lasciatemelo dire: questo non è più il nostro paese. Non lo è più da tempo. Mi chiedo spesso cosa si possa fare per sistemarlo, per cambiare tutto quello che ci fa male, ma davanti a me vedo macerie che non hanno più forma, e soprattutto vedo la resa negli sguardi delle persone, il triste abbandono ad un destino che salverà solo i più furbi, quelli che sanno mentire, e quelli che se la sanno cavare. Non l’onestà, non l’impegno, nemmeno l’amore la propria terra basteranno più. La funivia accartocciata come un foglio di carta, ha spento quattordici luci di speranza in un paese avvolto dall’oscurità. Ne ha lasciata una sola, quella di un bambino di cinque anni, dal corpo martoriato e l’anima in pezzi, ma vivo, e condannato per sempre a portarsi in tasca il dolore della scomparsa. Non aveva colpe, ma pagherà più di tutti. E’ questo il punto di non ritorno, è questa la nostra fine. Una razza umana che pensa di conquistare la luna, ma non si accorge che in realtà si sta ammazzando da sola, per il suo egoismo, per la sua ignoranza, per la sua pretesa di essere invincibile. Non ci si fa più domande, non si pensa alle conseguenze delle proprie azioni, e chi si fida degli altri, chi ancora ci crede, è la vittima di un sistema che è soltanto una ruota della fortuna. Siamo tutti pedine di un gioco, tutti senza più valore. Qualcuno lo aveva già capito dopo il crollo del Ponte Morandi, o dopo i terremoti che hanno ridotto a briciole gli edifici abusivi. Ma si sa, non ci basta una sola tragedia per portare alla luce i cumuli di sabbia su cui abbiamo costruito un paese. Deve succedere la disgrazia perché la gente apra gli occhi, e qualcuno denunci che i controlli sono stati fatti male, la manutenzione è stata rimandata, e i sistemi di sicurezza sono stati disattivati, perché conveniva, perché altrimenti sarebbe costato troppo. Ma cosa vale di più? La vita umana o il profitto? E chi lo spiegherà a quel bambino, quando chiederà dei suoi genitori, che sono morti perché per qualcuno valevano meno del prezzo del loro biglietto?

Nulla riporterà indietro quelle persone. Nulla potrà ripagare la sofferenza di quegli ultimi minuti, bloccati in una scatola di lamiere, o sbalzati fuori come pietre, a rotolare sulle propria ossa senza il tempo di una preghiera. Nulla sarà mai sufficiente a colmare quel vuoto che hanno lasciato. A questo punto, nemmeno la verità.

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