L’universo inesplorato di Linkedin

Alla veneranda età dei 22, più per esigenze di studio che per mia volontà, mi sono decisa a iscrivermi a Linkedin. Per chi non lo conoscesse, si tratta di quel social network pseudoserio in cui raccontare di sè, delle proprie esperienze lavorative, delle proprie conoscenze da curriculum vitae, e via dicendo.

Metto le mani avanti e ammetto che probabilmente mi sfuggono il 90% delle opportunità realmente utili di Linkedin. Ho caricato una mia foto, ho scritto l’anno di nascita, il liceo che ho frequentato e il voto di laurea triennale. Fine. E il mio profilo ancora oggi risulta, testuali parole, “efficace a livello intermedio”. Che poi, efficace per cosa? Per diventare influencer di CV? Per promuovere certificazioni di inglese? Per farmi offrire un lavoro dal cugino del compagno di banco delle elementari?

Ebbene, dovete sapere che su Linkedin non si parla di followers, bensì di rete, ma il concetto è lo stesso di tutti gli altri social network sovrautilizzati. Più la tua rete è grande, più il tuo profilo è efficace. Motivo per cui dal giorno della mia iscrizione ricevo diciotto email al giorno e trenta richieste di connessione da gente totalmente sconosciuta, neolaureati all’università di Palermo, stagisti presso il commercialista pincopallino, marketing analyst del baretto di Riccione Beach. Ogni mattina spengo la sveglia sul cellulare e la prima cosa che trovo è l’email di Linkedin: “Tizio vuole aggiungerti alla sua rete”, “Forse potresti conoscere Caio”, “Aggiungi Sempronio alla tua rete”,. MA CHI TE VOLE! Della mia rete (inefficace) di quaranta persone, forse ne conosco dieci.

Che poi la parte più bella sono i loro profili. A dir poco illuminanti, oserei dire. Innanzitutto la metà sono scritti in inglese, e sorvolo sulla grammatica livello Renzi che tali soggetti possiedono, o sugli spaventosi copia e incolla da Google Traduttore che smettono di essere attendibili alla quarta parola. Apprezziamo il coraggio. Però concorderete con me che fa ridere leggere “Born in Fiumefreddo Brufio, province of Cosenza”. Ma che è, la casa vacanze della regina Elisabetta? Segue quasi sempre una biografia che narra l’infanzia di questi soggetti, la prima parola detta, le gare di spelling vinte alle elementari, le medaglie delle corse campestri in mezzo al fango, roba che io neanche mi ricordo e che non vorrei ricordare mai. E’ sempre presente il voto dell’esame di terza media, il voto del diploma delle superiori, le medie delle pagelle, le menzioni speciali, i ringraziamenti ai professori, magari anche i punteggi delle partite a carte con i bidelli durante le ricreazioni.

Poi si passa alla sezione delle esperienze lavorative. E qui si toccano vette inesplorate di un fantasioso arruffianamento. Improvvisamente gli animatori del campo estivo della parrocchia diventano “Addetti alla sorveglianza e all’intrattenimento di soggetti appartenenti alla prima infanzia”. Lo stage di 50 ore passate a riempire scatoloni è in realtà “esperienza sul campo di attività pratiche di packaging e preparazione alla scaffalatura in sede aziendale”. L’attività di dogsitting per cui vieni pagato una miseria e qualche centesimo è “servizio di petsitting a domicilio con richiesta mobilità e orienteering cittadino”: ma non basta dire che devi portare il cane fuori a pisciare? Si sprecano ulteriori esempi, anche in inglese, di “distribution of printed sheets in the field for a marketing campaign”, volantinaggio praticamente gratuito in cui la metà dei fogli vengono buttati nella spazzatura al primo incrocio. Ma in inglese, si sa, fa più figo.

Dopodiché ci sono i documenti caricati e le certificazioni ottenute. Passi quella di inglese, perché al giorno d’oggi serve ovunque (e sottolineo che nessuno dei falsi britannici da Corigliano Calabro ha più di un B2), ma ditemi voi quanto può essere attendibile “Discreto livello di francese”, “Buona capacità comunicativa in spagnolo”, quando è dalla terza media che di francese sentono solo il  croissant, e che se vanno a Barcellona al ristorante ordinano in italiano. Eddai. Un po’ di onestà intellettuale. Sarebbe come se io scrivessi “Sufficiente conoscenza della grammatica ungherese”: so dire soltanto “Giorgia vagyok”, “Io sono Giorgia”, perché in seconda superiore ci avevano istruiti prima di andare a Budapest. Sufficiente conoscenza giusto nei miei sogni più vaneggianti.

Poi ci sono quelli che su Linkedin condividono le ricerche scolastiche, le tesine, i lavori di gruppo fatti all’università, come se fossero pubblicazioni accademiche di grandi illuminati. Con delle premesse leziose e lunghe trenta righe uno si aspetta come minimo un commentario ai lavori di Aristotele, Dante Alighieri o Adam Smith. E invece si ritrova davanti risposte striminzite a delle domande di teoria, grafici elaborati sulla base di dati ignoti, casi di studio che magari sono valsi un 18 all’esame, presentazioni PowerPoint imbarazzanti, con lo sfondo nero e le scritte blu, le animazioni che rimbalzano, e alla fine un “Grazie per l’attenzione” a caratteri cubitali. Ma perché! Ma a chi interessa! Non hanno fondamento scientifico, non sono utili, a mala pena sono guardabili e leggibili, condividetele con vostra madre, non con il mondo intero!

Ma sarò io che non colgo le grandi opportunità di Linkedin. Non lo apro quasi mai, e quando lo apro vengo invasa di notifiche del tipo “Congratulati con Tizia per il suo nuovo lavoro come Market Researcher!”, e Tizia sta in realtà facendo un tirocinio non retribuito nell’azienda del padre. Oppure “Tizio ha condiviso questo articolo del Financial Times!”, lo apro e mi ritrovo un report in inglese sull’andamento economico dell’area euro, quando magari Tizio è laureato in lettere classiche. Ancora, tra i messaggi mi ritrovo proposte di lavoro non ben identificate, in luoghi senza nome, da parte di gente che non si capisce cosa faccia, e che mi chiede di partecipare a meeting su Zoom il cui tema non è specificato. E mi tocca pure declinare le offerte con cortesia.

L’unica ragione utile per avere Linkedin è effettivamente l’unica per cui mi sono iscritta: trovare informazioni per svolgere le ricerche universitarie (tesi compresa, che NON pubblicherò sul social come manuale di economia avanzata, nel caso qualcuno se lo stesse chiedendo), e leggere le notizie dei giornali esteri senza dover scaricare ottanta applicazioni. Fine. Tutto quello che va oltre tali due funzioni, a me irrita. Mi irrita altamente. Perché mi sembra di essere l’unica a non sentire il bisogno di mettermi in mostra, facendo a gara a chi ha il profilo più figo o a chi si finge meglio intellettuale. Troveranno lavoro prima di me? Buon per loro. Ma non ho intenzione di struggermi perché un professore, che vede ottocento studenti a semestre, non ha accettato la mia richiesta di unirsi alla mia rete. ( Giuro che ho sentito persone vantarsi per esserci riuscite.)

26 pensieri su “L’universo inesplorato di Linkedin

  1. Stavo valutando se aprire o meno un profilo LinkedIn per pubblicizzare il mio blog “professionale”, ma effettivamente è come lo descrivi. Mi ci sono cancellata tempo fa proprio per questo motivo. Boh

  2. Analisi più azzeccata non potevi farla 😂
    Per certi versi, per i tipi di contenuti che mi vengono proposti, mi sembra stia diventando un qualunque altro social, solo un po’ più incentrato sul lavoro. Ma forse il problema è che non ho i collegamenti giusti.
    L’azienda per cui lavoro lo sfrutta tantissimo per pubblicizzare i nostri servizi e varie attività, e a noi dipendenti è richiesto di curare un minimo il profilo e se possibile di avere qualche iniziativa di scrittura o condivisione post. Fortuna che abbiamo un social media manager in gamba: lui dice cosa fare e noi eseguiamo, altrimenti non ce la potrai fare 😂

    • Beh se mi vuoi dare il contatto cosi capisco da che parte cominciare 😂 a parte gli scherzi, credo che dal lato azienda sia sicuramente più utile, il problema è chi lo usa a sproposito senza effettivamente aver mai lavorato, e solo perché è credenza comune che “su Linkedin si trova lavoro”. Servirebbero dei corsi su come usarlo bene 😅

      • Sì, mi sembra più utile per fare networking che per trovare lavoro tra gli annunci o ricevere offerte. Alcune persone che conosco avevano notato che al raggiungimento dei 501 collegamenti scattava qualcosa negli algoritmi e che iniziavano a essere contattati direttamente per proposte di lavoro. Ma non so se funzioni sempre. E poi 501 persone non sono poche, ma sempre a detta loro il trucco è proprio accettare inviti a caso e inviarne altrettanti allo stesso modo!

  3. A mio avviso manca un vaglio delle offerte pubblicate: oltre a essere improponibili, mancano informazioni fondamentali, sono scritte male, frettolosamente. Qualcuno pubblica la stessa offerta per ogni comune di una provincia e devi stare lì a farle scorrere. Eppure, essendo un sito così famoso e utilizzato, potrebbe aiutare a migliorare il mondo del lavoro se desse delle regole a chi pubblica le offerte

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