Piccole donne

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È stato l’ultimo film che ho visto al cinema, ormai tanti mesi fa.

Si potrebbe dire che io mi sia fiondata in sala il giorno stesso in cui il film è uscito, ma la verità è che avevo voglia di uscire, e questa è stata la prima destinazione che mi è venuta in mente. Adattamento del romanzo di Louisa May Alcott, pubblicato nel 1868, racconta le vicissitudini di quattro sorelle ai tempi della guerra di secessione americana. Non è stata la prima trasposizione sugli schermi, anzi, si contano ben tredici ulteriori versioni tra film, miniserie e cartoni. Ed è per questo che non scriverò una comunissima e noiosissima recensione, mi basterà elencarvi alcuni inconsci motivi che mi hanno spinta a uscire, a dirigermi proprio verso quel cinema e a comprare il biglietto per quel film.

  • Vi faccio un nome: Emma Watson. Ecco, molti di voi probabilmente non sapranno nemmeno chi sia. Emma Watson alias Hermione Granger della saga di Harry Potter. Emma Watson, l’attrice bambina che ho visto crescere un film dopo l’altro, sempre e solo nei panni di una giovane maga, per più di otto anni. Sono cresciuta con lei, con il mito del suo personaggio, con la sua – permettetemi – oggettiva bellezza, e non importa se non brilla per il suo talento, io ho sempre visto tutti i suoi film. Anche quelli brutti. Non dico che sia scarsa, ma che forse apprezzo di più la sua persona, impegnata in difesa dei diritti umani, in prima linea per il sostegno alle donne, io ammiro la sua dedizione, il suo coraggio, la volontà di donare se stessa e il proprio tempo per una giusta causa, e questo balza in primo piano, è inevitabile. Faccio fatica a riconoscere Meg March, perchè la donna che ho davanti è in realtà una persona vera, che ho apprezzato senza maschere o costumi di scena, una persona che non vive sul set, e che non ha rinunciato a lottare per quello in cui crede. Semplicemente, Emma Watson.
  • Il romanzo della Alcott è stato la mia infanzia. Ho letto “Piccole donne” anni fa, seguito da “Piccole donne crescono” e non ricordavo minimamente la trama, gli avvenimenti, chi si sposasse con chi, eppure guardando il film mi è tornato in mente, insieme a tutte quelle emozioni provate durante la lettura. Per i primi minuti del film facevo fatica a ricordare le protagoniste, e pensavo che il padre, mandato in guerra per la secessione, non tornasse mai dalla propria famiglia. Poi la trama si è svolta davanti ai miei occhi, e ho rivissuto in maniera nitida alcune delle scene più forti, quelle che avevo per anni soltanto immaginato, figurato nella mia testa leggendo tra le righe. Sono cresciuta con quelle quattro sorelle dai caratteri agli antipodi, Meg così razionale e matura, Jo descritta come un maschiaccio, Beth sempre timida e chiusa nella propria musica, Amy apparentemente frivola e odiosa. La Alcott ha dato vita a quattro personaggi incompatibili, chiudendoli nello stesso romanzo e facendoli interagire. Non vuole solo dimostrare la forza dirompente delle donne, la determinazione, l’importanza di dare loro voce, ma in qualche modo ha un ruolo importantissimo anche il senso di appartenenza, l’unione della famiglia, un bene che niente può cancellare, né un torto subito, né un matrimonio, nemmeno la morte, che sembra incrinare un equilibrio già precario, ma che in fondo lega più di ogni altra cosa, attorno allo stesso lancinante dolore. “Piccole donne” non è un romanzo qualsiasi, e non è nemmeno giusto definirlo soltanto per ragazzine. E’ una fotografia di un periodo storico, di una cultura che oggi non ci appartiene più, di un passato in cui le donne erano proprietà dell’uomo, in cui il matrimonio era una questione economica, in cui il solo modo di guadagnarsi da vivere era sposarsi con un buon partito. Dietro le sorelle March è rappresentato un mondo che è esistito davvero, e che anni di lotta per l’emancipazione femminile hanno reso un ricordo. Sono un simbolo di ciò che è stato, di una condizione che all’epoca era considerata normale, una pedina di un meccanismo sociale che vedeva le donne come un oggetto, destinate a sposarsi, non a lavorare, destinate a occuparsi dei figli, non a inseguire una passione. Difficile da comprendere, oggi, ma proprio per questo da riconoscere come il punto da cui siamo partiti.
  • La mia eroina è sempre stata Jo March. Impulsiva, schietta, determinata, ribelle, si sente a disagio nelle vesti di brava ragazza, eppure è mossa costantemente dalle buone intenzioni. Sa voler bene a modo suo, nonostante il carattere difficile la porti spesso a reagire, ad attaccare, ad allontanarsi dagli altri. Sogna di fare la scrittrice, passa ore ed ore sui suoi fogli con penna e calamaio, e rifiuta tassativamente l’idea che il suo destino sia sposarsi, costruirsi una famiglia e farsi mantenere da un uomo. Emancipata, coraggiosa, sarà l’ultima delle quattro sorelle a convolare a nozze, e lo farà soltanto quando sarà sicura dei propri sentimenti. Vano sarebbe stato sperare nel lieto fine con Lori, l’amico fidato, il compagno di giochi, tanto simile ma tanto diverso da lei. Un rifiuto che forse capiranno entrambi più tardi, dopo aver scoperto l’amore ed essersi guardati negli occhi, riconoscendo che in fondo Jo aveva ragione: insieme non sarebbero mai stati felici. Jo non cede alle regole della società, non rinuncia ai piaceri di una corsa sulla spiaggia, non si arrende, ma continua a scrivere racconti per un giornale, violenti e basati su fatti di cronaca, perché questo era ciò che si vendeva. Jo era un po’ l’eroina di tutti, con i suoi valori sinceri, con il suo carattere onesto e privo di sovrastrutture, con i suoi sentimenti forti, a tratti ingestibili, che le davano uno spessore assolutamente umano. Ricordo benissimo l’episodio in cui Amy bruciò il suo romanzo, un blocco di fogli scritti a penna e nascosti in un cassetto. Lo fece per ripicca, perché Amy era fatta così, viziata e spocchiosa, incapace di accettare un no dalle sorelle più grandi. Ricordo questo episodio perché l’immagine di un romanzo bruciato mi fa male, quasi quanto quella di un animale preso a calci. E’ un delitto. E riesco a comprendere la rabbia di Jo, le sue lacrime davanti al fuoco, la sensazione di aver perso un pezzo di sé.
  • Eppure il mio carattere non è quello di Jo. Io sono più come Beth, dall’animo buono, altruista, gentile con tutti, immersa in un sogno di amore e bene reciproco. Fatica a socializzare, non le piace stare in mezzo alla gente, è un po’ un pesce fuor d’acqua nell’alta società, ma se può essere di aiuto non si tira indietro, a costo di rinunciare a tutto. Per aiutare gli altri mette a rischio la propria vita, si ammala, e si rende conto di aver perduto il proprio futuro. Sarà lei stessa ad ammetterlo, dimostrando un coraggio ed una forza interiore che elevano la sua figura, da angelo buono a donna vera, consapevole, fragile. La morte di Beth è il sacrificio della purezza. E’ la scomparsa di un elemento importante della famiglia, che teneva in vita la bontà del padre anche quando il padre non c’era, che distraeva Jo dai suoi fogli, Meg dalle buone maniere e Amy dai bei vestiti, e lo faceva con un pianoforte, con un cestino di viveri per i più poveri, con le visite al signor Laurence per tenergli compagnia. Non è un’eroina, gli eroi non muoiono, e difficilmente si ammalano. Ma proprio alla morte di Beth quella bontà che la caratterizzava si spezza, e ciascuna delle sorelle ne raccoglie un frammento, portandolo per sempre dentro di sé. E’ questa la crescita, da piccole donne a donne, mogli, madri dei propri figli, in quello che risulta quasi un lieto fine cliché, ma che nasconde una trama e un messaggio ben più profondi.
  • Come ho detto all’inizio, quella di Greta Gerwig è soltanto l’ennesima versione di “Piccole donne” per il grande schermo. Cito soltanto il film del 1994, di Gillian Armstrong. Un prodotto che ricalca passo dopo passo la trama del romanzo, rivestendolo di un sottile velo di sentimentalismo, ma senza allontanarsi mai della forza dirompente del suo messaggio. Parliamo di più di venticinque anni fa, e forse il modo di fare cinema era diverso, il mondo rappresentato era più vicino, venticinque anni in meno di distanza, non è poco. E’ come se fossero due film completamente diversi. La Armstrong pone l’enfasi sulle emozioni delle piccole donne, sulle relazioni, sui loro destini diversi ma felici, e quello che emerge sembra un film prettamente femminile, romantico, come un romanzo di Jane Austen per fanciulle. Un gran bel film, se guardato con occhio critico e dopo aver letto il romanzo. Del resto sembra trascorsa una vita, ma venticinque anni di evoluzione tecnica e cinematografica non hanno cambiato i costumi, le ambientazioni, i dialoghi, hanno aggiunto soltanto qualche espediente narrativo, delle luci migliori e delle immagini più nitide. Tutto qua. E sarà pure l’ennesimo film intitolato “Piccole donne”, ma ogni interpretazione è diversa, calata nella propria epoca, così come quello di Gillian Armstrong risulta immerso negli anni Novanta, allo stesso modo quello di Greta Gerwig appartiene in pieno al 2020.

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  • E veniamo al film della Gerwig. Non più un intreccio amoroso, ma un labirintico racconto di una famiglia, fatto di flashback e salti temporali. Jo March è l’indiscussa protagonista, autrice di un libro nel libro, “Piccole donne”, che negli ultimi minuti rimanda alla stessa Louisa May Alcott, due figure che si sovrappongono, un personaggio e una scrittrice reale, rendendo le sorelle March più concrete di quanto sembrino. E’ un film moderno, che reinterpreta il romanzo della Alcott, estremizza i caratteri dei personaggi, incastra scene comiche, al limite del grottesco, accanto a eventi drammatici e momenti sentimentali. Ma calca la mano a tal punto che la crescita delle sorelle diventa il punto di arrivo, che non esalta il matrimonio come gran finale, bensì il legame della famiglia, che ne esce più adulto e rafforzato. Se all’inizio del film vediamo Jo malmenare una odiosa Amy che le aveva bruciato il romanzo di nascosto, nei minuti conclusivi le due finalmente si capiscono, e si rendono conto che la differenza caratteriale era la causa dei loro litigi giovanili. Sarà proprio Jo a tranquillizzare la sorella, congratulandosi per il suo matrimonio con il ragazzo che aveva amato, pur senza saperlo, e da cui era stata amata fin dal primo giorno. Va anche detto che le attrici sono all’altezza, in un ruolo che non è certo facile, e che non aveva bisogno di grandi nomi dello spettacolo per essere interpretato. Certo è che trovare una Meryl Streep nei panni della perfida e sarcastica zia March, non ha prezzo. Il suo è sempre un contributo di valore, qualunque personaggio interpreti.

Non ho altro da aggiungere, credo. Se non che, al di là di tutte le trasposizioni cinematografiche, il romanzo o, se vogliamo essere precisi, i due romanzi, valgono la pena di essere letti. Credo che Louisa May Alcott avrebbe voluto questo. Un libro per ragazze ma non solo, perché il messaggio di emancipazione e progresso non deve mai passare inosservato.

Piccola curiosità: Emma Watson, in occasione del film, ha nascosto ben 2mila copie del libro in 38 paesi del mondo, con tanto di dedica scritta a mano.

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31 pensieri su “Piccole donne

  1. Del tuo post ho apprezzato soprattutto la parte in cui ti metti a confronto con Beth ed elenchi le qualità che hai in comune con lei: le persone sicure di se stesse e con un’alta autostima mi sono sempre piaciute.
    Le tue considerazioni su Meryl Streep mi trovano totalmente d’accordo. La sua interpretazione migliore l’ha offerta ne “Il dubbio”: se non l’hai visto, te lo consiglio caldamente.
    Riguardo ad Emma Watson, anni fa ho recensito un suo film: https://wwayne.wordpress.com/2014/12/14/noi-siamo-infinito/

    • Grazie mille per la visita! Devo dire che “Il dubbio” mi manca, lo cercherò volentieri. La tua recensione me la ricordavo, l’avevo letta a suo tempo forse proprio perché avevo visto anch’io il film, in più penso sia stata la prima o una delle prime apparizioni di Emma Watson post-Harry Potter 😃

      • Esatto. A quei tempi non era affatto scontato che sarebbe riuscita a scrollarsi di dosso un personaggio ingombrante come quello di Hermione: rischiava di fare la fine del bambino di Mamma ho perso l’aereo, ovvero di non trovare più dei ruoli all’altezza di quello che l’aveva resa famosa. E invece per sua fortuna le cose sono andate diversamente.
        Nel post scrivi che ha fatto anche dei film brutti. Molti ritengono che tra i suoi film brutti vada messo senza dubbio alcuno The Circle; a me invece è piaciuto moltissimo, l’ho trovato una coinvolgente e lucidissima analisi degli effetti negativi dei social network. Sei d’accordo?

      • È vero, tantissimi mettono “The circle” tra i peggiori, a me invece è piaciuto parecchio! Non è scontato e fa riflettere, soprattutto in un mondo che si avvicina sempre di più a quella che ancora è “fantascienza” nei film. Quando ho citato i film brutti mi riferivo più che altro a “Bling ring” in primis, che non mi ha fatto impazzire, anche se lo hanno pubblicizzato tantissimo. E anche il remake di “La bella e la bestia” non mi ha colpita più di tanto

      • A mio giudizio Emma Watson non era adatta per il personaggio de La bella e la bestia. La protagonista del cartone Disney era di una dolcezza infinita, lei invece ha un’aria troppo grintosa per essere credibile in quei panni. Avrei visto molto meglio Lodovica Comello, per dirti: lei sì che sprizza dolcezza da tutti i pori! 🙂 La conosci?

      • Vero, l’ho pensato anch’io! Lodovica la conosco ma non sapevo fosse un’attrice, lo ammetto 😅 l’ho vista solo come conduttrice, ma sicuramente sarebbe stata più adatta!

      • Ero sicuro che saresti stata d’accordo con me su questo punto. Grazie mille per la chiacchierata (piacevolissima come sempre), e buona settimana! 🙂

  2. bellissimo film, fu il primo che vedemmo prima della pandemia
    poi quello post fu emma

    molto bello e metaletterario, anche se recentemente ho visto quello degli anni 90 e lo ho preferito^^

  3. Il film non l’ho mai visto, ma il libro lo porto nel cuore…. sarà che è stato uno dei primi che ho letto per intero, da solo… sarà che l’ho letto sulla poltrona che fu “regno” di mia nonna (che ho amato come una madre), sarà che aveva il fascino dei libri vecchi da una libreria vecchia, sarà che c’era un contesto particolare o forse sarà che … 🙂

  4. Adoro PICCOLE DONNE, in tutte le salse! Romanzo, Film in ogni “Edizione” (non mi viene la parola per i film) e anche cartone animato, purtroppo questo non l’ho ancora visto, am cercherò di rimediare al più presto! PiCCOLE DONNE fu il primo libro che ricevetti in regalo tutto per me, alla mia Prima Comunione, forse per questo lo amo tanto! Poi ho letto anche PICCOLI UOMINI, sempre della ALCOTT, che praticamente è il seguito… quanto avevo le mie figlie piccole, lo avevano dato in catone animato UNA CLASSE DI MONELLI PER GIO…. che bei romanzi!!!

  5. negli anni 90, mi pare su italia 1 fecero appunto il cartone UNA CLASSE DI MONELLI PER GIO .. dove Jo Mark era la maestra tutto fare di questo orfanotrofio… molto bello anche questo.. un romanzo femminile che mia zia regalo a mio fratello, visto che a me aveva regalato Piccole Donne, a lui toccò Piccoli Uomini… ma non andava bene, così finì nella mia parte di libreria… che ricordi ha tirato fuori il tuo post… che nostalgia di tutto quel passato ormai troppo lontano fatto di gente che non c’è più.
    Ricordo tutto col sorriso, perchè la mia infanzia è stata così piena d’amore che porterò tutto dentro per sempre! Ciao cara! Buonanotte….

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