Magistrale della vita

Era quello che volevo, ma una parte di me non se lo aspettava così. E’ come dover ricominciare tutto da capo, con la sensazione di non avere abbastanza tempo per riuscirci. Due anni sono pochi, e presto sarà tutto finito. Solo che non so più se sia davvero questo il mio posto. Sono sempre stata una delle migliori, quella che si impegnava il giusto e otteneva quello che voleva, una specie di punto di riferimento, la persona a cui chiedere un aiuto o gli appunti in regalo. Adesso mi sembra quasi che non paghi più l’essere gentile, in una classe di pochi eletti in competizione. E’ il corso di punta dell’Università di Economia. Hanno provato a iscriversi in più di 500 ragazzi, ma c’erano appena 80 posti disponibili. Dovrei essere fiera, e lo sono, ma vedo gli altri proiettati in un mondo di scalate al successo, mentre io non so nemmeno che lavoro vorrei fare nella vita. Sì, a volte mi sento più piccola, più giovane, capitata per caso in un’età che non so indossare. Io non miro sempre al 30 e lode, a me importa imparare le cose. Io non voglio essere sempre perfetta, a me basta essere il più possibile me stessa. E se c’è da lavorare in gruppo io mi metto alla prova, ma non la vivo come una gara a chi fa meglio degli altri. Io non conto le esperienze che faccio come un numero da esibire, ma come racconti di cui andare fiera che mi hanno lasciato qualcosa. Eppure mi guardo intorno, sento il disappunto di chi ha preso 29, vedo le litigate per un lavoro di gruppo venuto male, e mi chiedo se d’ora in poi sarà sempre così. Ho cambiato completamente strada, da Scienze Economiche a Direzione aziendale, e sono convinta della mia scelta, sono orgogliosa di essere l’unica ammessa del mio vecchio corso, ma forse tra tutti sono l’unica a non sentirsi già manager. Non giudico chi lavora con me, non mi reputo migliore degli altri, e mi manca un ambiente fatto di scambi reciproci, di leggerezza, di crescita insieme. Mi sono data un paio di mesi di tempo, ma sono sempre allo stesso punto di partenza, a chiedermi talvolta perfino “che ci faccio qui?”. Non è paura, e non è nemmeno una mancanza da colmare, ma a volte vorrei tornare ai salti di gioia che ho fatto quando ho saputo di essere stata ammessa, e dimenticare i pomeriggi eterni di lavoro per non deludere chi quel lavoro lo stava facendo con me. Forse mi devo semplicemente ambientare. Materie nuove, compagni nuovi, una classe che è un quarto di quella a cui ero abituata, più simile a un’aula di liceo che a un corso universitario. Ma non faccio a gara ad aggiornare il mio profilo su Linkedin, condividendo articoli del Financial Times come se fossi già una donna in carriera. Magari sbaglio io, magari in questi due anni cambierò idea. E magari sarò l’ultima a capire cosa vorrei fare nella vita, ma dall’Università non m’interessa raccogliere soltanto voti, competere per un 30 e lode con chi forse lo merita più di me: io voglio solo crescere, imparare, conoscermi, superare i miei limiti, non mentirmi mai. E’ difficile farlo quando tutti ti sbattono in faccia le loro ambizioni. Consulenti aziendali, esperti di marketing, addetti al controllo di gestione, ma se lo chiedono a me io non so rispondere, e non capisco se sono in ritardo io o se sono gli altri a correre più veloci. Per un lavoro di gruppo ho dovuto fare delle interviste su un prodotto da lanciare, ed è venuto uno schifo. Non ero entusiasta, non mi sono impegnata come avrei voluto, ma la verità è che non ho pensato a fare un buon lavoro, ma a farlo almeno a livello degli altri. Non mi riconosco, io non sono così. Mi è sempre piaciuto lavorare in gruppo, l’ho sempre fatto con gioia e senza timore di sbagliare qualcosa, perché può sempre capitare a tutti, e basta ascoltarsi e darsi una mano per porvi rimedio. Ma i compagni con cui lavoro adesso si arrabbiano se non fai abbastanza, e questa cosa non la riesco ad accettare. Non ci si aiuta, ci si controlla. Non ci si ascolta, ci si divide pragmaticamente i compiti. Lo so, dovrò farmelo piacere, dovrò imparare a conviverci, dovrò riconoscere che anche questo è crescere. Ma l’Università che mi aspettavo non era questa. Era quella dei primi  tre anni, con gli studenti fuorisede da conoscere, i dialetti da imparare, i caffé dopo la lezione, gli esami preparati al bar, qualche risposta suggerita al volo, gli aperitivi insieme per festeggiare, e poi la laurea a distanza, i complimenti con un messaggio, le strade che si dividono e le vite che proseguono. Un po’ mi manca. L’ho detto agli amici che ho incontrato in questi tre anni, ho detto loro che non è più lo stesso, e che vorrei potessero venire a lezione con me. A tenerci il posto senza litigare per la seconda fila, a disturbarci durante la lezione per poi farci copiare a vicenda gli appunti persi, a uscire in cortile durante le pause per parlare di tutto tranne che della lezione… Era bello. E non so se averlo perso stia nel corso naturale delle cose, ma una parte di me si chiede ancora se sia concesso, nella vita, essere umili, gentili, e senza secondi fini.

3 pensieri su “Magistrale della vita

  1. Mia cara amica, non posso esserti molto d’aiuto, visto che con l’Università ho avuto un momento controverso, che poi mi ha portato a lasciarla; però mi ricordo che era bello incontrarsi la mattina, omagari nei momenti tra una lezione e l’altra, per scambiarsi le opinioni sui corsi seguiti, e gli appunti, da copiare a volte rapidamente, prima del corso successivo. Oggi riprenderei volentieri l’università ma ho il dubbio che quel treno sia già passato… Quindi, ecco, sul dopo la laurea triennale non mi posso pronunciare, ma posso solo farti tnti in bocca al lupo! Magari, in questo tuo cammino di rospi ne dovrai ingoiare molti, ma vale la pena “identificarsi” con gli altri, e diventare come loro? Non credo. O meglio, io preferirei mantenere il carattere che ho, e da quanto ho letto anche tu. Pensaci… Buon pranzo e buon pomeriggio! 😉

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