Memorandum: mettete le mascherine, dannazione!

La chiamano “seconda ondata”, come se il virus fosse una sorta di marea. Dicono che sia diversa, perché conosciamo meglio i sintomi, siamo più bravi nel tracciamento, portiamo più spesso le mascherine. In sintesi? Consapevolezza. Siamo più consapevoli, più scemi a esporci ai rischi, più preoccupati dai raffreddori.

Io mi ricordo quando tutto è iniziato. Mi ricordo i primi video dalla Cina, e tutti che dicevano che qui non sarebbe mai successo. Nessuno aveva paura, nessuno ci credeva. Quando il primo paziente di Codogno è finito su tutti i giornali, io  me lo ricordo, nessuno si è fermato. A febbraio ho vissuto in corsa, circondata da una guerra che ancora non si vedeva. Il 21 sono stata a un compleanno, e si è parlato del virus con un timore incosciente, senza riuscire ad immaginare il futuro che è stato, perché nessuno lo aveva mai vissuto.

Di tante cose ripetiamo “Abbiamo fatto appena in tempo”. Già. Senza saperlo abbiamo colto tante ultime occasioni, navigando in mezzo a un pericolo invisibile. Sabato 22 febbraio ho visitato la Rocchetta Mattei con due amiche. E’ stata la nostra prima gita insieme, a un’ora di macchina da casa mia, e pensare che ho rischiato di rinunciarvi perché la sera prima, di ritorno da quel compleanno, avevo forato. Ma di quella gita lo diciamo sempre: “abbiamo fatto appena in tempo”. Dopo due anni e mezzo che ci conoscevamo, siamo riuscite a fare la nostra gita.

Quando hanno chiuso le università era domenica, meno di ventiquattr’ore dopo quella gita. La notizia ha iniziato a circolare mentre mi stavo preparando a uscire. Quel giorno sono stata al carnevale di San Pietro in Casale con gli amici. Dei pazzi? Sì, forse. Ma chi aveva detto che sarebbe stato pericoloso? Non si sapeva niente delle mascherine, del metro di distanza, del saluto con il gomito, si conosceva solo la speranza che il virus scomparisse da sé, così com’era arrivato. Al carnevale abbiamo lanciato coriandoli, mangiato caramelle, afferrato palloni e peluche gettati dai carri, e oggi non riesco a pensare ad altro che a una cosa: assembramento. Se non lo era quello, io non so proprio che cosa sia. Ho una foto di quel carnevale, di noi con i coriandoli tra i capelli, tutti vicini per rientrare nell’inquadratura. Poche settimane dopo abbiamo saputo che un positivo era stato a quel carnevale.

Il lunedì successivo ero davanti al computer, alla mia prima lezione su Microsoft Teams. Ma non ero da sola. In barba ai rischi noi seguivamo le lezioni insieme, e chi andava a casa di un altro portava sempre la colazione da condividere. Era cambiato tutto, ma in quel modo era come se non fosse cambiato niente. Chi poteva immaginare che non sarebbe durata? Il 6 marzo ero lì, a casa di amici dell’università, a seguire l’ennesima lezione online. E chissà se in qualche modo, dentro di noi, stavamo iniziando a capirlo, ma quel giorno siamo rimasti insieme per ore, a lezione finita, come se fosse già scritto che quella sarebbe stata l’ultima occasione. Abbiamo videochiamato la nostra amica in Puglia, rimasta bloccata a casa, e fino a sera abbiamo continuato a parlare, a fare progetti, a ricordare. Prima di andarmene mi sono fatta dare una ricetta per una torta, su richiesta di mia madre. Chissà se lei lo aveva capito che avremmo passato due mesi in casa, a cercare il lievito nei supermercati per cucinare. E’ ironico, no? Era venerdì, e dopo quel weekend fu annunciato il lockdown nazionale. Senza saperlo avevo colto le mie ultime occasioni: un pomeriggio con gli amici, la prima videochiamata insieme, una ricetta da sperimentare.

9 marzo, lunedì sera: davanti alla prospettiva di una quarantena lontano da tutti, ho pianto. Forse è stato questo il primo momento in cui sono stata completamente consapevole.

E quella consapevolezza, oggi, ce l’abbiamo tutti, anche se a volte vorremmo dimenticarla. Perché quei giorni sono impressi nella nostra memoria, insieme ai numeri dei contagi, alle foto dei medici stremati, alle immagini dei cartelloni appesi alle finestre, ai video dei canti dai balconi. Possiamo aver vissuto di tutto nei primi due mesi dell’anno, ma ci sembrerà sempre troppo lontano. Il 9 marzo è davvero cambiato tutto, ed è questo che rende il presente più difficile. Sapere quello che ci aspetta, i rischi a cui andiamo incontro, la normalità che abbiamo lasciato, e che chissà quando tornerà. Oggi quando cambio canale in TV, penso a quella sera del 21 marzo, alle undici e mezza, quando io e mio padre siamo capitati per caso sul discorso di Giuseppe Conte, che annunciava la chiusura di tutte le attività produttive. Ogni volta che vado a lezione all’università, penso che potrebbero chiuderla di nuovo. Cerco di vedere gli amici più volte che posso, perché temo che mi possa essere proibito. O forse mi sono solo resa conto di quanto ogni singolo momento sia importante, di quanto ogni occasione possa essere unica. Oggi sappiamo che una mascherina potrebbe salvare una vita, e che un assembramento potrebbe toglierla a qualcuno. Oggi siamo consapevoli di essere stati incoscienti a febbraio, quando pensavamo che a noi non sarebbe successo niente. E invece il 10 marzo l’OMS ha dichiarato la pandemia. Paroloni di cui ci riempiamo la bocca pensando di conoscere la verità, ma c’è una sostanziale differenza con la consapevolezza: oggi, la verità, non la possiede ancora nessuno. Abbiamo vissuto l’estate come a febbraio, nell’illusione egoista che fosse tutto finito, e se adesso alle diciotto siamo di nuovo tutti qui, a leggere con paura i numeri dei contagi, forse la consapevolezza non è bastata.

Ecco un’occasione che ci siamo lasciati scappare. La vediamo soltanto oggi, voltata di spalle dopo che se n’è già andata, mentre qualcuno ancora rifiuta di indossare la mascherina.

Quindi pensateci. Pensate a come è iniziato tutto, pensate a quanti errori abbiamo fatto allora, pensate a quanto abbiamo dovuto rinunciare per questo. Occasioni, tempo, vite umane, posti di lavoro. E tutto per cosa? Perché credevamo che da noi non sarebbe successo niente. Oggi abbiamo un vantaggio incredibile di cui non ci rendiamo nemmeno conto, e lo stiamo sprecando a discutere se il naso vada dentro o fuori dalla mascherina. Vorremmo tutti poter tornare ad abbracciarci, a fare qualche gita, a vedere i concerti, a lanciare i coriandoli a carnevale, ma non si può. Non oggi. Oggi dobbiamo fare tesoro della consapevolezza che abbiamo, ricordarci che una piccola rinuncia può davvero cambiare le cose, e che il futuro dipende tutto soltanto da noi.

Quindi mettetele, quelle mascherine. E metteteci dentro anche il naso, ‘che nessun medico è mai morto per averle tenute dodici ore di fila in terapia intensiva. Anzi, a molti ha solo salvato la vita.

20 pensieri su “Memorandum: mettete le mascherine, dannazione!

  1. Sagge parole, Penny! 🙂
    Condivido ogni parola di quello che hai scritto! Io quel 9 marzo non sono andato al lavoro, perché i miei avevano capito che di lì a poco la situazione sarebbe degenerata, mentre io, forse, ancora non lo avevo recepito. Inizialmentenon è stato facile trovare le mascherine; ma una volta rimediate, la indossavo anche quando uscivo, con l’occasione di alzarla ogni volta che qualcuno mi veniva incontro (allora non erano obbligatorie, come adesso). E’ vero, la mascherina chirurgica andrebbe alzata fino al naso; vero è (mi è stato fatto notare) che forse qualcuno è rimasto un po’ “indietro” con i tempi, e la porta sotto al naso, per alzarsela se incontra qualcuno. Ma, se ti devo dire come la penso, ci credo molto poco…
    Detto questo, ti lascio un abbraccio e ti auguro una serena domenica! ❤

  2. Pingback: Memorandum: mettete le mascherine, dannazione! – Esistoquindisono

  3. Condivido in pieno le parole e le emozioni di quello che stiamo vivendo… il mio nipotino ha fatto il compleanno il 5 marzo, si parlava del virus a Codogno, come se fosse una cosa lontana che riguardava la Lombardia! (che sciocchi siamo stati!) e mio cognato gli raccontava della “PANDEMIA: una cosa gravissima e mondiale che ormai non succede ppiù”… eravamo felici senza saperlo… la settimana dopo, nella pandemia c’eravamo dentro fino al collo!! e non ne siamo ancora usciti… e chissà come andrà… ripeto, ERAVAMO FELICI e NON lo SAPEVAMO….. non ci abbiamo fatto caso, ed è stata l’ultima volta che siamo stati tutti insieme in una casa, attorno ad un tavolo!

  4. Io la mascherina non l’ho mai lasciata, e devo anche precisare che non mi dispiace portarla, lo facevo anche quando mia figlia era piccolissima e prendevo il raffreddore…per non trasmetterglielo e lei rideva, gli sembrava un gioco; l’ho portata durante le mie malattie e convalescenze, credo che sia un buon salvavita.

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