Ilaria

Noi, nati nel 1998, sappiamo essere autocelebrativi, ma lo ammetto, a volte siamo anche un po’ cattivi. Siamo abituati a pensare che le nuove generazioni siano inferiori, i ragazzi più immaturi e le ragazze più volgari. C’è una canzone che mettevano sempre in discoteca: “Ma che ne sanno i Duemila”. Forse è quel passaggio di secolo, quel gradino più alto degli altri, o il fatto che noi siamo nati ai tempi dei primi Nokia grandi quanto una ciabatta. Forse è solo una questione di numeri, la sensazione che dal 2000 sia cambiato qualcosa, e che i ragazzi cresciuti con gli iphone a dieci anni abbiano perso un pezzo di storia. Ma ho dovuto ricredermi, nell’unico modo in cui una persona testarda può riuscirci: sbattendoci contro la testa. Degli amici dei miei genitori erano in vacanza in Trentino, a pochi chilometri da dove alloggiavamo noi. Hanno due figli, Ilaria di diciannove anni e Fabrizio di quindici. Una famiglia particolare, un po’ rigorosa, che mi ha vista crescere così come io ho visto crescere i due ragazzi, durante le cene occasionali o al cinema per capodanno. Mi ricordo quando eravamo piccoli, quando Fabrizio si divertiva ancora con la Nintendo Wii, quando si stava tutti e tre insieme nella cameretta dei giochi, e dovevano venirci a chiamare per farci smettere. Sono brevi momenti un po’ confusi nei miei ricordi. Crescendo, le occasioni sono venute meno, le cene difficili da organizzare, e Capodanno una data da trascorrere con gli amici. Ci siamo rivisti quest’anno, in montagna in Trentino. Stanziati ai poli opposti della Val di Fassa, abbiamo scelto due escursioni da fare insieme, per poi fermarci fuori dai rifugi e mangiare i panini portati da casa. Due piccioni con una fava, mio padre ha rivisto il suo amico d’infanzia, ed io ho rivisto Ilaria. Tra di noi ci sono due anni e mezzo di differenza, io mi sono laureata alla triennale, mentre lei ha appena finito le superiori. Sembra poco, detta così. Ma non è detto che ci si trovi a proprio agio quando nemmeno ci si conosce. Si tasta il terreno, ci si fa domande, ci si racconta le proprie esperienze, si fa di tutto per riempire il silenzio, e quando la timidezza diventa un muro si cerca di abbatterlo a mani nude. A volte è soltanto una gentilezza, una formalità imposta dal buon cuore, ma la distanza diventa un fossato invalicabile, e ci si saluta con la mano da una sponda all’altra, consapevoli che non ci saranno altre occasioni. Ma altre volte ci si può sorprendere di quella persona, scoprirla uguale a sé stessi, un’anima gemella vissuta nell’ombra e incontrata per caso. Ci si può fermare a metà strada e accontentarsi di questo, o raccogliere la bella impressione e provare a camminare insieme. Io e Ilaria abbiamo percorso un paio di chilometri l’una accanto all’altra, a volte immerse nei racconti, altre volte in silenzio, e forse quello che più conta è che mi sembrava di aver accanto una vecchia amica. In Ilaria io ho rivisto me stessa. Timida, riservata, estremamente educata, piena di attenzioni, riflessiva e incerta sul proprio futuro. Sono io a diciannove anni, con un diploma di liceo scientifico in mano e la vaga idea di studiare economia. Sono io con pochi amici, perché ho sempre avuto difficoltà ad aprirmi. Sono io in imbarazzo quando mi piace qualcuno, perché non so mai cosa dire. Sono io, piena di entusiasmo per quello che mi aspetta, e desiderosa di conoscere nuove persone all’università. Parlare con Ilaria è stato come vedersi allo specchio, guardarmi indietro e scoprire di essere cresciuta tanto. Non mi ero mai accorta di quanta strada io avessi percorso. Quanti nuovi amici ho incontrato, quanti viaggi ho fatto, quante lezioni ho imparato, un mondo che Ilaria ancora non conosce, come non lo conoscevo io a diciannove anni. La libertà di avere la patente, di organizzarsi lo studio, di uscire la sera a metà settimana, perché tanto le lezioni non cominciano quasi mai alle otto. Era tutto nuovo, per me, e parlando mi sono resa conto di quanto sognasse di crescere, di vivere quello che ho vissuto io, di cogliere quelle occasioni che a volte io ho lasciato scappare. Forse la nostra affinità è nata da questo. Dal nostro guardarci e scoprirci simili, in due punti diversi della stessa strada, con le stesse paure e gli stessi demoni da combattere. Solo che io sono più grande, e me ne sono dimenticata. Abbiamo lo stesso carattere, troviamo difficile farci spazio nel mondo, e spesso preferiamo ascoltare, perché non sappiamo che cosa dire. Ci accomuna confessare che in fondo non abbiamo così tanti amici, meglio pochi ma buoni, ed è normale che sia così. Lei ripone nell’università la stessa fiducia che riponevo io, e mi dispiace se dovrà affrontare il suo primo anno da casa, alle prese con le lezioni a distanza e i libri da leggere, perché so quanto sia pesante, so quanto le costi rinunciare a quello che non ha ancora avuto, l’abitudine di entrare in aula, salutare gli amici, e tenersi il posto a vicenda. E’ qualcosa che nasce da sé, e che per assurdo dura pochissimo. Non gliel’ho detto, che dopo i diciotto anni si cresce in fretta. Non le ho detto che ogni tanto vorrei tornare ad avere la sua età. Non le ho detto che spesso sono indecisa anch’io, e che il futuro a volte fa paura anche a me. Due anni e mezzo di differenza non sono niente se si condivide la stessa anima. Non so se ci rivedremo, se continueremo a scriverci, o a guardarci le storie su Instagram in silenzio. In un certo senso mi sento come una sorella maggiore, e le auguro di poter entrare nella facoltà che desidera, incontrare dei buoni amici, e imparare a volersi ogni giorno più bene. In fondo lo sappiamo che il carattere non può cambiare. Possiamo sforzarci, ascoltare consigli, guardarci allo specchio e parlarci, ma la timidezza è come uno scudo legato al petto, e difficilmente si riesce a buttarlo via. Pensare che ci siamo scambiate il numero di telefono grazie alla mediazione di mio padre… E poi dovrei essere io quella grande? Però sono contenta di averla incontrata. Sono stati due giorni bellissimi, talmente semplici da sembrare quasi normali, come se io e Ilaria ci conoscessimo da una vita. In fondo a volte basta poco. Pochi minuti per riconoscersi affini, prendersi per mano e camminare insieme. Ed io ho aspettato lei quando era stanca, lei ha aspettato me quando volevo togliermi la felpa, mentre gli adulti andavano avanti, e di nascosto controllavano che fossimo felici. Io ringrazio Ilaria e ringrazio loro. Perché se in tante cose ci assomigliamo, vuol dire che in fondo siamo cresciute in due mondi uguali.

Così ho imparato che anche le nuove generazioni non sono fatte solo di alieni.

10 pensieri su “Ilaria

  1. Bella riflessione. A volte guardo vecchi filmati di interviste a giovani degli anni ’60/70 ecc, io poi sono madre di due ragazze, e vedo che i timori, i sogni, sono simili anche se in diversi contesti. Io stessa mi ritrovo in certi racconti.

  2. Io conservo ancora l’amicizia con 2 “amici del mare” conosciuti 30 anni fa.
    E’ vero che non ci sente spesso, ma ci si sente, anche al telefono. Certo, non è come una amicizia vissuta quotidianamente, ma è sempre una bella cosa tenere i contatti con qualcuno con i quali abbiamo condiviso bei momenti qualche anno prima.

  3. Le persone più simili a me sono figli di un amico di mio padre. Fin qui sembra tutto nella norma, ma la particolarità è che i nostri genitori erano molto amici al liceo/università e poi si sono persi di vista. Si sono ritrovati dopo quarant’anni senza sapere più quasi niente l’uno dell’altro, e noi figli, coetanei o comunque distanti di pochi anni, siamo venuti fuori così uguali (e così diversi da tanta gente che abbiamo conosciuto negli anni) come se fossimo cresciuti insieme da sempre 🙂 Una specie di evoluzione convergente…
    Penso che passerò spesso di qui, è il tipo di blog che mi piace, un po’ diario un po’ riflessivo… A presto!

    • Chissà forse il carattere e l’educazione un po’ si trasmette, o semplicemente condividendo lo stesso piccolo mondo si cresce simili… Mi fa piacere ti sia piaciuto! È proprio così, diciamo che è un blog contenitore di tutto, chi mi segue lo scopre presto

      • Sicuramente un po’ si trasmettono, e il resto è come una azione-reazione a certi caratteri particolari (almeno per noi è stato così, i nostri padri sono identici nella loro assurdità, in bene e in male, forse c’erano poche possibili vie d’uscita).

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