Quella casa sarà sempre la sua

Novantotto anni. Una vita intera racchiusa in una casa. Quattro mura e un appartamento in affitto, fino ad oggi, fino all’estate di un anno che ha stravolto tutto. Sono stata in vacanza a Moena per quindici anni, o forse uno di meno. Quindici anni nel cuore delle Dolomiti, circondata dai colori dei boschi, dai profumi della natura, dal freddo calore dei trentini, che non ti dicono molto a parole, ma se ci tengono te lo fanno capire. Avrò avuto due o tre anni la prima volta. La facciata con la scritta “Bel rio”, il sussurro del fiume, l’altalena di legno, e l’odore di storia e di vissuto che quella casa aveva conservato. Allora non potevo rendermene conto. Ero soltanto una bambina, timida timida, anche quando la proprietaria mi regalava le bambole, o quando mi mostrava le sue foto appese alle pareti. Era stata bambina anche lei, proprio in quella casa, e anche lei aveva dormito in quella camera, nella culla di legno che nessuno aveva osato spostare. Era tutto lì, ed io nemmeno lo vedevo. Un’anziana signora affamata di vita, che ha continuato a viaggiare fino a novant’anni e a prendersi cura dei fiori sparsi per tutto il giardino. Per me era normale vederla ogni anno e non trovarla cambiata, per niente invecchiata o meno lucida di prima. Per me è normale anche adesso. Eppure il tempo è passato, io sono cresciuta, e le vacanze con i miei genitori hanno cambiato meta: non più le Dolomiti, più spesso il mare. Non ho sentito la mancanza di quei viaggi abitudinari, di quelle solite passeggiate, o di quelle serate in cucina davanti al televisore. Mai, fino ad un giorno di due anni fa. Siamo partiti per un fine settimana improvvisato, e siamo andati al Bel rio. Dovevamo vederlo solo da fuori, ma la signora Anna ci ha fatti entrare, ha lasciato che percorressimo quel corridoio, che varcassimo le soglie delle stanze, che vedessi il letto in cui avevo dormito per quindici anni. C’era lo stesso odore di legno, di montagna e di ricordi, la stessa atmosfera calda nonostante i pochi gradi, lo stesso rumore di passi, soffocato dal vociare del fiume a pochi metri. Eppure tutto mi sembrava più piccolo. Come se la casa si fosse rimpicciolita. Mi sono resa conto di quanto io abbia lasciato un pezzo d’infanzia tra quelle mura. Sui gradini davanti a casa, in camera da letto, o nel lettone con i miei genitori quando pioveva. Ho ritrovato tutto, immutato, come ricordi incastonati in sfere di cristallo. E mi hanno investita con tutta la forza che avevano, lasciandomi ferma sulla soglia, incapace di inghiottire le lacrime o combattere il magone. Sì, ho pianto, di nascosto. Ho pianto davanti a una casa in cui ho vissuto le mie vacanze, i miei momenti felici, i miei giochi con papà, le prime amicizie nate per caso. E ho pianto davanti a una donna che merita soltanto tanta stima. Arrivarci, a novantotto anni, con quella voglia infinita di vivere, di vedere il mondo, e di non sprecare nemmeno un giorno, perché domani potrebbe non esserci concesso. Conservo ancora le bambole che mi ha regalato. E conservo le foto con lei, nel grande giardino del Bel rio.

Ho scoperto da poco che quella casa è stata messa in vendita. Un impegno troppo grande per quei figli sfortunati, un peso in questa estate di incertezza, e forse un rifugio troppo antico, così prezioso da non riuscire a d affondare nell’oceano delle Dolomiti. Merita un futuro, ma non lo immaginavo così. Non tra le pagine di un’agenzia immobiliare, non tra le mani di chi forse cambierà gli arredi, staccherà le foto e butterà via i fiori. Mi si stringe il cuore a pensarci. E se ci sto male io, che ho vissuto tra quelle mura solo un paio di settimane all’anno, cosa potrà provare chi l’ha posseduta per novantotto anni, e ha dato la vita per curarla e farla brillare? E’ come chiudere in una valigia i ricordi di un’intera esistenza, e buttarla su un treno senza sapere la destinazione. Una ferita inguaribile, anche se razionalmente è la scelta più giusta. Ma non sono convinta che si debba sempre ignorare il cuore… In quella casa, di cuori, ce ne sono tanti. Per assurdo c’è anche un pezzetto del mio, una bambina che in quel prato ha imparato a correre, a calciare la palla lontano dal fiume, ad andare sull’altalena, a salvare un passerotto dal temporale, a giocare a carte all’ombra del gazebo. Io ci sono cresciuta, ho detto addio ai miei amici immaginari, e ho cominciato a scoprire le persone vere. Le foto mi sono testimoni. Portavo un caschetto da maschio e gli occhiali, giocavo con lo zaino di papà e le ciabatte enormi di mamma, fingevo che il bastone fosse un cavallo, e mi arrampicavo sul passavivande per entrare in cucina. Ero così piccola… Se solo si potesse governare il tempo, o tornare indietro una volta ogni tanto, quando ti prende la nostalgia, per rivivere i momenti felici dell’infanzia. Se solo quelle pareti avessero mille porte nascoste, o se le foto in bianco e nero potessero aprirsi come mondi straordinari. E invece è tutto chiuso a chiave, abbandonato a sé stesso, senza più fiori da innaffiare o bambini sull’altalena. Non riesco a immaginarlo. Se chiudo gli occhi mi rivedo in quella casa, la mattina, con l’odore del caffé e i cartoni in televisione. Tutto era pieno di vita, uno specchio dell’anima della signora Anna. Il suo corpicino aveva dormito nella culla che io usavo per le bambole. I suoi piedini avevano corso sullo stesso prato. Ma il cuore che lascia tra quelle mura è molto più grande del mio. E’ la sua storia, da quando il Bel rio era un mulino e la sua famiglia ci abitava, poi è scoppiata la guerra, i tempi sono cambiati, sono comparse le televisioni e i videogiochi per i bambini. Novantotto anni in cui ha visto il mondo cambiare, e ha sognato per i suoi figli un futuro migliore. Chissà quanto altro ancora potrà osservare, quanto le strade continueranno lasciandola sempre un passo indietro, e chissà se potrà conoscere i nuovi proprietari di casa, raccomandarsi di innaffiare i fiori, e di tenere sempre qualche bambola per i bambini. Lo spero con tutto il cuore. Perché se c’è una cosa che mi ha insegnato, senza dirmi niente, solo guardandomi negli occhi, è che la vita merita di essere vissuta. E non esistono ostacoli insuperabili, sogni ormai irrealizzabili, e anche se ci sarà sempre qualcuno a dirti “lascia perdere, non ce la farai”, tu devi avere il coraggio di provarci. Magari fallirai, magari no. Ma la vita è tua, e sei tu a decidere quando smettere di scriverla. Ecco, se c’è una cosa che mi ha insegnato è proprio questa, e spero che chi comprerà quella casa abbia la fortuna di scoprirlo, magari dalle foto appese alle pareti, o magari da lei, un’anziana di novantotto anni appassionata di fiori e di bambole, che ha sempre voglia di fare due chiacchiere con te. Spero che chi comprerà quella casa le mostri rispetto, lo stesso rispetto che si deve a una donna che ha vissuto quasi un secolo, e più intensamente di tanti di noi.

4 pensieri su “Quella casa sarà sempre la sua

  1. Io rimango sempre un po’ “stranito” quando passo davanti alla casa dei miei vecchi amici di quand’ero bambino o ragazzo: quante volte ci sono entrato, ci ho giocato, mi sono divertito.
    Ora alcune di esse hanno cambiato proprietario, alcune sono state abbattute per far sorgere bi/trifamilairi, in altre ci vivono solo i genitori dei miei amici, e quando li vedo li saluto pensando ai bei momenti passati in casa loro.

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