L’incontro tra il marketing e il mondo musicale

Ho da poco scoperto i Podcast di Spotify, e per un motivo probabilmente non convenzionale: per esercitarmi a capire meglio l’inglese parlato. Fino a poco tempo fa non sapevo neppure cosa fossero i podcast, mi sono ritrovata a are ricerche sui migliori della piattaforma, quelli imperdibili, o quelli più professionali. Podcast, un termine tecnico per definire delle registrazioni audio di durata variabile diffuse su internet. Una specie di radio dei tempi moderni, in cui poter scegliere il programma da ascoltare. In fondo Spotify era nato per questo. Per i podcast prima che per la musica. Per i nuovi contenuti, quelli di nicchia, prima che per i grandi numeri. Ed è su Spotify che ho trovato un podcast illuminante. “The music marketing podcast”, interamente in inglese, gestito da una ragazza e un ragazzo britannici, impiegati in un’agenzia di marketing di Londra che si chiama Burstimo. Un mondo a me del tutto sconosciuto. Ma quelle chiacchierate registrate e rese pubbliche, una via di mezzo tra un’intervista e un’uscita tra amici, mi hanno fatto scoprire quanto ci sia deitro ogni artista, quanto sia complessa l’industria musicale, e quanto spesso non basti una bella canzone per emergere. Non parliamo del millennio scorso, Burstimo si rivolge agli artisti emergenti, ai nativi digitali, a chi è cresciuto insieme agli smarthphone e ai social network. Si rivolge agli artisti, ma anche ai curiosi del marketing, e a me, ascoltatrice seriale di musica e studentessa di economia. Sarà che questa combinazione mi ha catturata da subito, un sunto dei miei interessi, una professione che mi attira, e che non sapevo nemmeno esistesse. Lo trovo stimolante. Certo è che non ci si pensa, ma in fondo internet è dominato da algoritmi, da numeri che si legano ad altri numeri, e che ti possono regalare pubblico, visibilità, a volte per puro caso, altre volte per strategia, ma questo non basta. Forse è sufficiente per una casa discografica, un’azienda che vorrebbe investire, e che vede in quei numeri una intangibile garanzia. Ma i numeri non fanno l’arte, e non sono nemmeno il solo obiettivo. Quello che non immaginavo è che ci fosse davvero, in Burstimo, un’attenzione all’artista. Persone che ti vogliono conoscere, che vogliono sapere quello che fai, e che probabilmente vogliono vedere in te passione, determinazione, la volontà di crescere, ma non per forza contando i numeri. Quello che nei podcast emerge è proprio questi. Consigli di marketing, strategie per offrire al meglio un prodotto musicale, per offrire sé stessi, come artisti in un oceano di ingiusta competizione. Non si parla del prodotto in sé, non si invita nessuno a cambiare, a seguire una moda, a uniformarsi agli altri, e per me è stata una sorpresa. Quello che si tende a pensare è che sapersi vendere equivalga a mentire, a costruirsi una finta facciata per riuscire a piacere. A volte si crede perfino che venga prima l’artista, e soltanto dopo la musica. Ma non è così, e non si possono separare due entità che si appartengono, che si riflettono, e si raccontano ogni secondo della vita. La musica è l’artista, l’artista è la sua musica. Questo è uno dei messaggi fondamentali che guidano i podcast di Burstimo. Non so se sia merito di un ambiente come Londra, da sempre denso di musica e di artisti diversi, non so se sia più aperto degli altri, o solo per me più affascinante. Ma quello che riesce a fare un’agenzia di marketing in quel mondo, per me vale tanto. Perché è anche così che nascono le occasioni, ed è così che noi ascoltatori seriali di musica possiamo scoprire ogni giorno nuovi artisti. Non si può negare che oggi funzioni, e che funzionerà sempre di più, in modi diversi, che richiedono a volte dei sacrifici. Ci sono dei limiti da superare, ma sarebbe da ipocriti negare che in fondo serva a qualcosa. Probabilmente è il fatto che in questo mondo ci sono cresciuta, e che seguo sui social network più artisti che amici. E’ un’altra realtà, che va oltre la musica, e che spesso può stare stretta, può essere vista come una gabbia, un processo di costruzione di sé modellato in plastica. Ma se si ascolta con senso critico il podcast di Burstimo, ci si rende conto che al centro vi è sempre la verità. Ecco perché preferiscono incontrare gli artisti di persona, ecco perché è importante capire quello che si aspettano. Pensavo che il marketing fosse la scienza della furbizia, l’arte dell’inganno, il fautore della pubblicità scorretta, e invece si scopre che non è solo quello, che dipende da come lo si usa, dalle strade che si scelgono di vedere. Non è arido come credevo, ma è infinitamente astratto e intangibile. A volte funziona, a volte no, e non ci si spiega nemmeno il perché. Si fonda su uno studio dei comportamenti umani, e non ci possono essere certezze in questo. Solo statistiche e strategie. Ma sognare un’industria musicale più aperta, in cui gli artisti emergenti possano essere notati, accolti, e lasciati liberi di essere sé stessi, oggi più di ieri passa anche da qui. Dal marketing, e dal coraggio di mescerlo con la magia della musica. In fondo si tratta solo di sfruttare al meglio i mezzi che abbiamo. Social network, piattaforme, reti, devono essere occasioni, non vesti da indossare. E per i nostalgici ci saranno sempre i dischi in vinile, e i vecchi poster appesi alla parete.

7 commenti Aggiungi il tuo

  1. Kikkakonekka ha detto:

    Io seguo i podcast del Trio Medusa su Radio Deejay.
    Non è la stessa cosa, ma mi fanno ridere.
    Una volta li ascoltavo per radio andando in ufficio, ma ora hanno cambiato orario di programmazione e li devo recuperare in questo modo.

    1. Ehipenny ha detto:

      Non li ho mai seguiti, ma radio deejay è tra le mie stazioni preferite 😀

  2. Erik ha detto:

    sai che questa volta non so se sono daccordo.. anzi ho la sensazione per buona parte del post di essere di opinione diversa dalla tua o da quella che deriva dal podcast che ti ha portato a questo post. “La musica è l’artista, l’artista è la sua musica” io non credo sia così.. non per tutti almeno, non come regola generale… ci sono artisti che sono veicoli della loro musica che ne subiscono a volte senza saperla gestire il potere e l’effetto… non lo so, anche il fatto di mescolare il marketing con il concetto musicale per quanto comprensibile e giusto è, ovviamente a mio umile parere, una sorta di analisi causa e conseguenza vista e quindi inquinata dal punto di vista economico, dal successo dipende la scala economi dell’artista e di conseguenza il suo valore universale come binomio… ma io sono convinto che ci sono artisti che non sono la loro musica (meno su musiche che non sono i loro artisti, anche se non escludo anche questa), come sono convinto che senza il risolto di marketing ed economia ci sono artisti e musiche che non sarebbero mai nati… ma ovviamente, è altamente possibile che io sia inquinato nel mio pensiero e che esso sia quindi sbagliato o improbabile…

    1. Ehipenny ha detto:

      Rispetto assolutamente qualunque opinione in merito, credo sia un tema parecchio complesso e che risente anche di come uno vive la musica… non so, forse per i miei studi e la generazione a cui appartengo sono più portata a vederla in un certo modo. Come idea generale sono portata a pensare che la musica rispecchi almeno in parte quello che è la persona che la crea, ovviamente ci sono eccezioni, ma se non funzionasse così, non potremmo forse essere tutti interpreti di qualcosa che non è nostro? Quando dico che gli artisti sono la loro musica intendo che c’è reciprocità di valori, che si rappresentano l’uno con l’altro 🙂

      1. Erik ha detto:

        certamente anch’io rispetto perfettamente il tuo punto di vista è lo ritengo plausibile quanto il mio, non è certo una gara a chi è più vicino ad una verità che per altro non esiste.. specialmente in un ambiente in cui vibrazioni ed emozioni sono regine.. entrambe dagli effetti quasi incontrollabili.. mi piace molto ciò che descrivi e mi piace pensare che la tua versione sia più vicina della mia, perchè da un ulteriore valore di importanza alla musica.. chissà, forse alla fine dipende veramente da chi la ascolta e da come la percepisce…. 🙂

  3. Paola ha detto:

    Ho lavorato dieci anni nel marketing e nella comunicazione, e posso dirti questo: raccontare frottole non paga, perchè le persone non sono stupide, e se tu vuoi “vendere” quello che non è, ti freghi da solo. Invece, far conoscere chi merita è un lavoro vero, che impegna moltissimo (e infati costa) e richiede professionalità precise

    1. Ehipenny ha detto:

      Non ci lavoro e in realtà non l’ho neanche studiato appieno, ma penso tu abbia scritto una grande verità, e oserei aggiungere: meno male

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