L’ultimo giorno di scuola è stato tempo fa

Ieri è stato l’ultimo giorno di scuola, e per me è stato il giorno del primo esame universitario a distanza, dalla cucina di casa. Mi sento grande rispetto agli altri, una specie di sorella maggiore. Ho letto tanti commenti, racconti, pensieri su quell’ultimo giorno di scuola che non hanno vissuto. Nessuno poteva prevederlo, non c’era un’altra soluzione, ma finire tutto così, con un click sulla tastiera, senza potersi nemmeno guardare in faccia, è triste. Lo è per me, che ho avuto la fortuna di vivere l’ultimo giorno di scuola, viverlo davvero, sotto una pioggia di spumante che mi ha bagnato i vestiti. Non è qualcosa che può essere restituito. Non è un momento che tornerà in futuro. E mi dispiace dirlo, perché rende tutto ancora più triste, ma quello a cui non si pensa è che non abbiamo perso solo tempo, abbiamo perso occasioni, giorni speciali, ricordi, che saranno per sempre avvolti da un velo di malinconia. A chi dice che la didattica a distanza ha funzionato, vorrei mostrare i volti di tutti gli studenti, soli davanti al computer, mentre chiudono per l’ultima volta Microsoft Teams. Lo sanno, sanno che quelle lezioni hanno salvato l’anno scolastico, sanno che era una situazione di emergenza, ma sono grandi abbastanza per capirlo: non è questa la scuola. Non è la lezione trasmessa a distanza, la lavagna digitale, i compiti online, non può essere questo il futuro, perché esiste un limite invalicabile, qualcosa che la tecnologia non potrà mai sostituire, ed è il rapporto con gli altri. A scuola si impara da tutto, dai professori, dai compagni, dagli scherzi in corridoio, dalle chiacchiere con i bidelli, e saranno questi i ricordi che porteremo nel cuore, che racconteremo ai nostri figli, e che ci avranno insegnato un po’ di più a vivere. L’ultimo giorno di scuola, per me, è stato questo. E’ stata la consapevolezza di aver concluso un periodo importante, unico, e pieno di tante emozioni. Non riesco a immaginarlo diverso. Probabilmente è così assurdo anche solo da raccontare che quasi non ci si crede. Nessuna raccomandazione di non lanciare uova e farina, nessuna bottiglia da stappare, nessun gavettone, nessun abbraccio, nemmeno una foto ricordo davanti all’ingresso, come quella che ho appeso in camera, e che ancora conserva le grida degli studenti sulle scale, tutti con le braccia alzate.

Sono grata di averlo potuto vivere, e me ne accorgo soltanto ora, ad un passo dalla laurea, dopo aver creduto per settimane che saremmo stati noi i più sfortunati. La verità è che non c’è niente di normale, di quotidiano, di paragonabile a quello che era prima. La distanza ha cancellato tutto, ha uniformato le nostre giornate, le ha rese quasi tutte uguali, donandoci solo qualche tramonto dalla finestra, o le videochiamate degli amici. E quello che abbiamo atteso per anni, quel momento che abbiamo sognato, è trascorso in silenzio, senza lasciare nemmeno un biglietto. Cosa resta? Forse soltanto la notte prima degli esami, il tempo di rivedere il film per l’ennesima volta, e rendersi conto che anche quella notte sarà diversa. Solo una canzone, e l’idea che per gli altri tu sei quello fortunato, perché avrai un compito più facile, perché sarà come non fare l’esame. Ma io porto nel cuore anche quello. Il ricordo dell’orale di maturità, e quell’abbraccio, lo zaino gettato a terra, e le persone che erano lì per me, che mi stringevano tutte insieme, e mia madre fuori da scuola, per farmi una sorpresa… Adesso perfino l’abbraccio sarebbe proibito. E’ troppo. Troppo diverso, troppo difficile da accettare. Mi metto nei panni di quei ragazzi, e capisco la loro rabbia, la loro tristezza, la loro rassegnazione davanti a qualcosa che non potevano cambiare, ma forse nemmeno accettare. Perché non si può chiedere loro di rinunciare ad un momento unico della propria vita, e pretendere che si sentano quelli fortunati perché il loro esame sarà più facile. Non invidio la loro età, così come non invidio la mia. Forse soltanto i bambini raccoglieranno i cocci di un periodo straziato, e troveranno la gioia di costruire il mondo da capo, con l’idea che in fondo lavarsi le mani è importante, ma una vita a distanza non può essere vissuta. Chissà se qualcuno avrà mai il coraggio di dirlo. Di dare un senso dispregiativo al distanziamento sociale. Di dire che è sbagliato essere egoisti, mettere a rischio le altre persone, ma che non si può sempre pensare a chi sta peggio, altrimenti la forza di combattere nessuno la troverà mai. Non sempre le cose vanno come vorremmo, e ci sono casi in cui non possiamo fare niente per cambiarle, solo prenderle per quello che sono, e rimpiangere quello che non sono state. Ma non ci sono mancanze che non meritino di essere sofferte, mancanze che non valgono la pena di essere rimpiante, e soprattutto oggi, in un periodo in cui tutti pensano di essere il capro espiatorio, le vittime su cui il mondo si è accanito, ma basta voltare lo sguardo per notare chi ci sta accanto e sta zitto, perché crede di non avere il diritto di lamentarsi. Come tutti quei ragazzi che ieri hanno finito la scuola, e forse avrebbero tutto il diritto di sentire il peso di un momento perduto, ma noi li abbiamo additati come quelli più fortunati, senza nemmeno aver provato a capirli. Eppure io li capisco. Sarà che sono più grande, ma di quanto?, appena tre anni. Sarà che anch’io non ho vissuto l’ultimo giorno di lezione, non ho salutato i miei compagni di corso della triennale, e non potrò indossare la corona di alloro davanti alla facoltà. Anche a me qualcuno dice che sono fortunata. Fortunata perché farò gli esami da casa, perché si potrà copiare, perché saranno facili. Ma non è così. Sono soltanto occasioni perse. Basterebbe mettersi nei panni degli altri per capirlo. E più si cresce, più ci si rende conto di quanto la tecnologia sia granitica, intransigente, e di quanto non possa sostituire il contatto umano, di quanto possa far soffrire, perché aggiunge soltanto distanza al distanziamento sociale, e alla paura, che nessuna legge può contemplare, ma che esiste, mentre tutti fingono di non vedere.

Ieri è stato l’ultimo giorno di scuola. Anzi no. Il 5 marzo è stato l’ultimo giorno di scuola. Ieri è stato il momento della consapevolezza: aver vissuto l’ultimo giorno di scuola senza sapere che sarebbe stato l’ultimo.

20 pensieri su “L’ultimo giorno di scuola è stato tempo fa

  1. Ricordo il mio ultimo giorno, c’erano i dinosauri poi arrivò un tale che iniziò a cantare e si estinsero tutti!😱😬😈

  2. L’ultimo giorno di scuola è sempre un evento unico ed irripetibile.
    Alla luce dei bassissimi contagi, io lo avrei reso obbligatorio. Davvero non capisco, numeri alla mano, che problemi ci sarebbero stati (sempre con le precauzioni necessarie).

  3. A volte dimentichiamo quanto l’istruzione sia fatta non solo di nozioni e voti ma anche di confronto e socializzazione!
    All’università perfino gli esami sono condivisione: ok, bello non aver dovuto perdere tempo e la tecnoligia è una manna dal cielo però non possiamo ridurre sempre e solo tutto all’efficienza. Ammettere che il rapporto con gli altri è importante e ci è stato tolto (a noi come ai ragazzi più piccoli) sarebbe un gesto maturo da parte delle istituzioni. Non siamo automi. E se non lo riconoscono adesso penso sarà difficile riescano a dargli il giusto peso anche dopo… Personalmente non penso che concedere un ultimo giorno di scuola a chi a scuola non andava da marzo avrebbe fatto la differenza; ma in vista di settembre credo che si debbano impegnare a fare di meglio perché la scuola hanno dimostrato di non saperla gestire nè capire.

    • Non potrei essere più d’accordo, quando sento parlare chi sostiene che la didattica a distanza sia stato un successo mi sale una rabbia… non si possono sempre nascondere i lati negativi. E parlo da universitaria, se per me è stato pesante non immagino quanto possa esserlo stato per i liceali o i più piccoli, o chi aveva bisogno di un sostegno in più… Per settembre la vedo dura, la ministra cambia idea ogni mattina, i sindacati dei docenti si oppongono a tutto, e sembra passata la priorità di pensare alla scuola… certo, c’è un’economia da portare avanti, ma allora che non si venga a dire che si punta sui giovani. Il ministro dell’università tra l’altro non so nemmeno che faccia abbia o se esista

      • Il ministro delle università una cometa: lascia scie di interviste piene di “vedremo di fare esami e lauree in persona in estate” e scompare. Così da marzo e nel mentre è estate 😅 Per fortuna che le singole università hanno margine d’azione in autonomia sennò eravamo messi male noi studenti e laureandi 🙈

      • Esatto 😂 Anche se fossi in lui mi preoccuperei di quegli studenti che stanno perdendo appelli per colpa della connessione che cade, potrebbero essere un tantino inferociti 😅

      • Io sono una che ha perso la connesione proprio durante l’esame!! 😂👌🏻 il prof preso da eccessiva diligenza mi ha fatto girare il computer a 360° per assicurarsi che non avessi suggerimenti o fogli intorno e così facendo ho perso il contatto col filo del wifi. Sento la Prima domanda e poi BUIO. Per fortuna ha avuto abbastanza elasticità mentale per capire il guaio e mi ha riammessa all’incontro senza problemi.

  4. bello, bellissimo condivido in pieno per mio figlio che ha terminato la terza media con un esame farsa per mia figlia che alla seconda laurea rischia di non potere fare gli esami per la tecnologia non affidabile. Grazie un bel post.

    • Grazie a te! Penso che chi lo vive più o meno personalmente possa capire, da fuori sembrano sciocchezze, ma non è così. Capisco bene tua figlia, ed è inconcepibile perdere un appello perché cade la connessione, inconcepibile che non si sia trovata un’altra soluzione..

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