Il punto della situazione

Non pensavo che sarebbe andata così. E non credevo che sarebbe stato difficile. Ritorno alla normalità… Eppure questa non è una normalità. Non siamo tornati quelli di prima, non è questa la mia vita di prima. E sarò egoista o incapace di adattarmi, ma quella che chiamano fase due mi sembra soltanto la stessa fase di prima, ma con più malumore e più problemi. Non sono l’unica che esce di casa e guarda gli altri, controlla quello che fanno, dove camminano, se indossano la mascherina, perché tutti abbiamo paura del prossimo, ed era prevedibile, ma viverlo è diverso. Ci si sente schiacciati da qualcosa di invisibile, qualcosa da cui cerchiamo di proteggerci, ma a volte non basta nemmeno, perchè non si può vincere con la paura, non si può solo scappare. È come un mondo sotto un cielo di telecamere. Siamo stati piazzati davanti ai computer, agli schermi dei cellulari, costantemente connessi, sempre controllati. E per me non è questa la normalità.

Oggi ho seguito l’ultima lezione all’università, l’ultima prima della laurea triennale, e lo so che in realtà non finisce niente, che a settembre sarò iscritta al corso della magistrale, e tutto ricomincerà da capo, ma è stato strano lo stesso. Lo avevo immaginato sin dall’inizio, con quell’emozione di dire addio all’aula di via Ranzani, quella storica, quella in cui abbiamo sostenuto quasi tutti gli esami, e con la voglia di festeggiare, prima della sessione estiva, magari con un aperitivo o con una grigliata in cortile. E invece l’ho vissuto a casa, davanti al computer, in silenzio. Mi sembra quasi di non ricordare le lezioni in presenza, i professori alla cattedra, e le pause caffè trascorse in fila alle macchinette automatiche. Mi sembra che non faccia nemmeno parte del 2020. Non ho una foto ricordo di questi mesi, e non l’avrò nemmeno di questo giorno assurdo, in cui tutto è finito con uno schermo spento e il pranzo da cucinare. Compagni di corso, vicini di banco, noi, quelli della terza fila, a settembre non saremo più insieme. C’è chi se ne andrà dall’Italia, chi smetterà di studiare, chi dovrà ancora finire gli esami, e tutto quello che non ho vissuto mi mancherà. Come se mi fosse stato portato via. Chissà come sarà laurearsi nel proprio salotto di casa, girarsi e non vedere i sedili vuoti dell’aula, con i volti dei pochi amici a guardarti, e i tuoi genitori lì, con la corona d’alloro e le lacrime. Ma come si fa, con il distanziamento sociale…

Ormai ricordo soltanto i volti degli altri sullo schermo del computer. Due mesi in cui quello che era normale è divenuto straordinario. Perfino gli esami saranno strani. Con l’ansia che la connessione internet non funzioni, che il programma si spenga, che salti la luce a casa, che non ci sia il silenzio sperato, e nessuno su cui contare, perché saranno tutti lontani. Il distanziamento rischia di diventare distanza, un ostacolo invalicabile, e non riesco a vedere niente di positivo in questo. Mi manca la normalità. Non posso dire il contrario. Mi manca aspettare fuori dall’aula con gli appunti in mano, mi manca finire un esame e fermarmi al bar con gli amici, mi manca vederli, guardarli in faccia, condividere quei momenti che non torneranno mai più indietro. Lo so, è una rinuncia importante, probabilmente fondamentale. Ma ci sono giorni in cui vorrei soltanto poter passare al 2021. Come se quest’annata fosse finita a febbraio, e tutto il resto del tempo non fosse mai esistito.

Ho rivisto gli amici la scorsa settimana. E insieme alla gioia di poter stare di nuovo insieme, mi sono ritrovata a pensare a quanto fosse diverso. Non mi basta? Non lo so. Forse sì, e sono anche fortunata ad averlo, lo so. Dovrebbero definirmi ingrata. Ma il pensiero di dover fare quelle cose che un tempo erano normali, e stare attenta a tutto, alla mascherina, alla distanza di un metro, alle file fuori dai negozi, mi fa capire quanto in fondo sia difficile parlare di normalità. Certo, mi sono resa conto un po’ di più di quello che vorrei nella mia vita. Ho scoperto che ci sono persone che mi sono mancate e persone che non ho ancora rivisto, nonostante ci sia stata occasione, semplicemente perché non c’è lo stesso legame. E sembrerà assurdo, ma il primo giorno in cui mi sono svegliata e i miei genitori non c’erano, per un solo instante, brevissimo, mi sono sentita quasi… sola. Senza mio padre perennemente al telefono, senza mia madre con i suoi dubbi davanti al computer, in casa c’era silenzio, e non succedeva da almeno due mesi. Perfino io, abituata a quel silenzio, ho fatto fatica a riconoscerlo. E allora come si può dire che sia normale? O che sia facile, basta dimenticarsi di tutto, e tornare a fare le stesse cose di prima? Ci vuole tempo, e magari anche un paio di paraocchi per non guardarsi in giro, farsi il sangue amaro e smettere di crederci. Non ho mai pensato che avrei smesso di leggere perfino il giornale. Ma non lo sopporto più. E preferisco passare il mio tempo semi-normale con le persone a cui voglio bene, perchè è per loro che ho pianto all’inizio della quarantena, una sola volta, per il timore di perderle.

Non è la mia normalità, ma forse tra qualche settimana mi apparterrà di più. Forse tra qualche mese non mi sembrerà più così strano. E forse anche da questa fase due impareremo qualcosa.

12 pensieri su “Il punto della situazione

  1. per ora anche a me questa “fase 2” non piace e la “normalità” la sento ancora molto ma molto lontana… e sopratutto al momento non vedo un programma che miri veramente ne a ristabilire una sorta di “normalità” ne tantomeno, e questo mi spaventa ancora di più, a costruire un domani diverso, migliore di ieri cogliendo quello che di buono questa vicenda ci ha insegnato… la sensazione è che si sia tutti fermi ad aspettare di vedere quello che succederà e se è vero che non si può determinare tutto lo è altrettanto che affidarsi unicamente al caso è ciò che ci distanzia più di ogni altra cosa dalla nostra storia.. di esseri umani.

  2. Mi piace pensare a un confronto, e qui mi ricollego agli ultimi tuoi discorsi. Un confronto fra te, per cosa stai vivendo, e quelli che invece si sono ripresi una libertà che è ancora troppo presto per indossare come si dovrebbe. Manca la cautela, ma poi ti rendi conto che ci sono persone cone te Penny e questo vuol dire che la speranza resiste.

    • Beh si dice che il mondo è bello perchè è vario, e vario lo è di sicuro, anche dai punti di vista di chi vive questo momento in condizioni diverse. Non credo esista un punto di vista unico, ma forse quando ci guarderemo indietro un pensiero comune anche piccolo magari uscirà… chissà 😀

  3. Io ancora non me la sento di rivedere parenti e amici, anche se siamo stati sempre in contatto. Non è per paura, ma è che mi sono adagiata, inletargita (spero di non aver inventato un neologismo), insomma, questa solitudine, il non essere obbligata a uscire, le giornate silenziose, interrotte solo dalla tv, dalle telefonate…beh, questa oasi di pace mi piace e non mi va di buttarmi fuori nel mondo esterno e neanche di essere disturbata qui.

  4. Non c’è dubbio che l’esperienza di questa pandemia lascerà delle tracce profonde nei nostri comportamenti nelle abitudini, nel modo in cui viviamo gli altri. Ci abitueremo. Spero solo che si riesca a trovare un equilibrio per tutti. In bocca al lupo per la triennale 😉

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