Storia (semi-lunga) dai tetti di Londra

Dopo aver chiuso la telefonata, Annie si è guardata intorno. Non usciva all’aria aperta da almeno quattro giorni, da quando il governo britannico aveva annunciato il lockdown per combattere l’epidemia. Quattro giorni in cui si era rifugiata nella piccola mansarda, e aveva ripreso in mano la chitarra acustica che ormai suonava di rado. Il lavoro e la sua maniacale passione per le chitarre elettriche avevano riempito la stanza con almeno otto modelli dello stesso strumento, e probabilmente soltanto lei riusciva a percepire la differenza, quel suono unico e quella sensazione di possedere un coro di voci distinte. Lei era nata per fare quello: per suonare, nient’altro. Non aveva mai rinunciato al suo sogno, ed era stato quel sogno a farle incontrare quella che era diventata la sua migliore amica. Hannah era la sua coinquilina, l’unica persona che capiva davvero il suo legame con la musica, lo aveva sempre capito, semplicemente perché era un legame che condividevano. Si erano conosciute all’università, e per gioco avevano iniziato a suonare assieme, una chitarrista e una tastierista di vent’anni, senza sapere che un giorno, al loro nome, sarebbero stati associati dei titoli di canzoni, canzoni vere, canzoni che, col tempo, tutti avrebbero potuto ascoltare. Avevano sognato insieme, e di certo non sarebbe stata l’epidemia a fermarle.

Avevano parlato al telefono per almeno due ore, ma dopo aver messo da parte il cellulare il silenzio della casa vuota si era fatto sentire, e non sarebbe bastato il suono della chitarra acustica per riempirlo. Non quella casa, abituata a ben più rumore e alto volume. Così Annie aveva preso il suo strumento, una vecchia tovaglia, ed era salita sul tetto. Sapeva farlo, bastava passare dal lucernario e arrampicarsi sulla tettoia, e lei non era la persona da lasciarsi impaurire dall’altezza. Da lassù poteva sbirciare nel giardino di fronte, dove un uomo stava grigliando qualche salsiccia per il pranzo, e i bambini correvano a piedi nudi nel prato. In alto, sopra di lei, il cielo era limpido, come di rado si era visto a Londra in primavera. Un sole talmente vivo da riflettere sui tetti scuri della città, facendoli sembrare quasi incastonati di diamanti. Eppure il silenzio sembrava disperso nell’aria, interrotto solo dal grido acuto delle sirene delle ambulanze, pesante come una coltre di ghiaccio appesa al cielo. Era come se spezzarlo potesse far crollare tutto. Ma un suono era pronto a romperlo, una melodia dolcissima, delicata, di una chitarra acustica trasportata dal vento. Suonava seduta sul tetto, ad occhi chiusi, immaginando che quelle note potessero attraversare gli oceani, e portare conforto in quei letti di morte, in quei corridoi dalle pareti bianche, dove i medici muti piangevano di nascosto. Suonava, ma non cantava. In fondo non cantava mai. Non era mai stata intonata, non aveva studiato canto, e si vergognava, come in quelle serate al karaoke con gli amici, quando lei restava in disparte a guardare. Ma sulle corde appena pizzicate si posò una voce, una voce bianca, angelica che arrivava da lontano. Annie non si fermò, ma con lo sguardo sbirciava attorno a sè cercando un balcone, una finestra aperta, o un lucernario violato, come il suo. Suonava e la voce continuava a cantare, e nessuna delle due osava fermarsi, perché era magico, inaspettato e bellissimo. Annie cambiava gli accordi, e la voce la seguiva recuperando vecchie canzoni dalla memoria, come se quella musica potesse parlare, come se stessero entrambe leggendo lo stesso spartito. Dopo un tempo infinito, Annie si fermò. E finalmente la vide, seduta sul tetto del palazzo accanto, ad una strada di distanza da lei, un baratro pericoloso, ma che non poteva inghiottire un sorriso. Si salutarono con un cenno, ma non dissero niente. E nel silenzio risorto restarono a guardare il tramonto, mentre un’altra ambulanza correva urlando sotto i loro piedi.

Il giorno dopo Annie tornò sul tetto, con la chitarra e la stessa vecchia tovaglia su cui sedersi. Ma prima di cominciare a suonare si guardò intorno, e vide la ragazza del giorno prima, le sorrise, e ricevette in risposta un gesto della mano. La voce di lei arrivava limpida, non le importava della distanza, o dello spazio tra i due edifici, volava come polline invisibile, e si fermava soltanto quando la chitarra ammutoliva, in cerca di nuovi accordi da suonare. Era trascorsa un’ora quando una voce nuova si sovrappose alla musica. Un ragazzo le stava osservando da un terrazzino sottostante, e improvvisamente si era messo a cantare. Che strani giochi sonori, le note riuscivano a seguire l’angolo del tetto e a tuffarsi nel vuoto, mentre il canto profondo del ragazzo saliva piano, come se non volesse interrompere l’armonia che si era creata. Ormai non c’era più silenzio, ma una musica costante che viaggiava e nessuno sapeva dove. Quando il sole cominciò a calare, la chitarra si zittì, e i tre ragazzi si scambiarono un sorriso a distanza, felici, sì, perché non avevano solo condiviso un momento, si erano donati conforto, come un abbraccio capace di saltare da un tetto all’altro.

Il terzo giorno pioveva, ed Annie rimase in piedi in mezzo alla stanza con la chitarra tra le braccia, in cerca di un modo per far arrivare la sua musica agli altri, o per lo meno alla ragazza del condominio accanto che, ne era certa, la stava aspettando. Poi si ricordò. Mesi prima aveva suonato con Hannah seduta alla finestra, strette in un quadrato pericoloso, con il sole sulla schiena e le piante tra i piedi. Ecco l’idea! Aprì la finestra e si sedette, con le gocce di pioggia che le sfioravano il braccio, e cominciò a suonare. Dieci minuti, e tre voci intonarono all’unisono la stessa canzone. La ragazza, il ragazzo, e una donna nascosta dietro una tenda, ma con i vetri aperti. Il silenzio e il ticchettio incessante scomparvero, inghiottiti da una musica più invadente, da quelle voci sovrapposte che un tempo si sarebbero fatte la guerra, troppo diverse per essere un vero coro, ma che in quella distanza fisica avevano trovato il loro equilibrio. Erano tre giorni che Annie suonava tutti i pomeriggi, e sulle dita aveva i segni lasciati dalle corde di metallo, i più belli, perché raccontavano qualcosa che non sarebbe stata capace di descrivere a parole.

Quattro, cinque, dieci giorni, il sole era tornato a splendere, Annie era tornata sul tetto, e la ragazza con lei. Ogni tanto qualcuno le guardava dalla finestra o si affacciava al balcone, e restava lì alcuni minuti, canticchiando a bassa voce. Alcuni osservavano preoccupati, perchè un tetto è sempre pericoloso. Altri erano semplicemente incuriositi, perchè in fondo, dopo i Beatles, forse nessuno aveva mai cantato da così in alto. Ma gli sguardi muti si perdevano nell’aria, troppo sordi per ascoltare e troppo educati per intervenire. No, a loro importavano le voci. Voci qualsiasi, anche stonate, anche i sussurri alla finestra di chi non si considerava all’altezza. Era un mondo minuscolo dentro un mondo più grande, un angolo di Londra pervaso di magia. Il silenzio calava soltanto al tramonto, in segno di rispetto per una giornata che si era portata via tante, troppe vite umane. Ed era come se allungando il braccio, le due ragazze si potessero stringere la mano, chiudendo gli occhi davanti ad un sole sempre più stanco, davanti a un cielo sempre più nero, e divise da una strada vuota presidiata da un poliziotto. Anche lui aveva alzato la testa, attratto da una musica che sentiva a malapena, una chitarra e una voce femminile, ma aveva scorto solo un braccio di sfuggita, sul tetto. Impossibile, aveva pensato. Nessuno può cantare sul tetto.

E giunse la fine del lockdown. L’ultimo giorno prima di un lieve ritorno alla normalità. Certo, non sarebbe stato facile, Hannah non sarebbe tornata dalla Germania prima di qualche settimana, e non ci sarebbe più stato motivo di rifugiarsi sul tetto. Annie sapeva che quella, probabilmente, sarebbe stata l’ultima volta. Si era arrampicata dal lucernario con quella consapevolezza, e con una canzone in testa che voleva assolutamente suonare. La ragazza era già seduta tra le tegole quando Annie alzò il braccio, e decise di presentarsi. In fondo avevano condiviso il pomeriggio per quasi due mesi. Erano costrette a gridare per riuscire a sentirsi, e la conversazione morì nella via sottostante, schiacciata dal silenzio più vivo del solito. Annie non lo aveva ancora notato. Si sedette con la chitarra in braccio e suonò l’accordo di Do, il più semplice, quello che aveva imparato per primo da bambina. Iniziava sempre così, con quello stesso accordo da anni, come se in quell’accordo potesse trovare tutti gli altri. Ma questa volta, insieme all’accordo, non la raggiunse una sola voce. Era qualcosa di enorme, di indescrivibile, che veniva da tutte le direzioni, un coro frammentato di voci che si cercavano, si univano, e danzavano insieme. Annie si guardava intorno, e non vedeva altro che persone alla finestra, gente sul balcone, con lo sguardo rivolto verso l’alto e un leggero sorriso. Non ci aveva pensato, ma quella era l’ultima volta un po’ per tutti. Da qualche giorno le sirene delle ambulanze avevano smesso di gridare, e i telegiornali sembravano aver ritrovato un po’ di fiducia da raccontare. Molte persone sarebbero tornate al lavoro il giorno seguente. Molti bambini sarebbero stati accompagnati al parco per una passeggiata. E lei sarebbe andata a trovare i suoi genitori. Non li vedeva da mesi, ma solo durante la quarantena si era resa conto di quanto le mancassero, o di quanto fosse segretamente preoccupata per loro. Ma tutti questi pensieri svanirono su quel tetto, cancellati da un accordo di Do con la chitarra. La ragazza dell’edificio accanto cantava, e con lei il ragazzo sul balcone, la donna dietro la tenda, un bambino al suo fianco, un signore anziano, una famiglia, una ragazzina al cellulare, una giovane coppia che si teneva per mano, un uomo con un cane in braccio, il signore che il primo giorno grigliava la carne in cortile, e infinite altre persone che Annie vide davanti a sè, come se le strade fossero scomparse e i palazzi si fossero improvvisamente avvicinati. Era un coro stonato, confuso e dissonante ma carico di un’emozione che lei non aveva mai provato. Pensava a quando avrebbe dovuto raccontarlo. Così le venne un’idea. Prese il telefono, lo collegò alla piccola cassa portatile, e chiamò Hannah. Due volti su uno schermo, anni trascorsi a suonare assieme, ed ora vivevano a chilometri di distanza, una sul tetto, e l’altra dentro casa. Annie le chiese di suonare il piano. Nessuna spiegazione, solo il sogno di realizzare il loro primo concerto su un tetto, insieme a tutte quelle persone. E fu così.

Un pianoforte e una chitarra, un po’ come ai vecchi tempi, e le persone applaudivano di gratitudine, perchè in fondo, quelle due ragazze del tetto, le avevano sentite tutti. Magari in silenzio, magari di nascosto, magari senza nemmeno riuscire a vederle. Ma le avevano sentite, e fosse anche solo per un paio di minuti, avevano dimenticato il rumore delle ambulanze e la paura. Il sole seguiva il concerto dall’alto, dal cielo che ormai non era più una coltre di ghiaccio, ma lo specchio di un mondo pronto a rinascere. Aveva raccolto i sorrisi, gli applausi, e le note solitarie di una chitarra acustica sul tetto, e chissà se sarebbe bastato, ma qualche risposta si cominciava a intravedere, tra le nuvole candide e l’orizzonte infinito.Il tramonto. Quello che aveva sempre osservato in silenzio, con la chitarra appoggiata al suo fianco. No, questa volta doveva suonare ancora. Aveva in mente un’ultima canzone, e non sarebbe scesa dal tetto senza averla sentita cantare. Così, sotto la luce calda del tramonto, una chitarra e un pianoforte tedesco ruppero il silenzio per l’ultima volta. E la ragazza del palazzo accanto, quella voce angelica che aveva sempre cantato in disparte, intonò in un sussurro:

There’s a place in your heart
And I know that it is love
And this place could be much
Brighter than tomorrow
And if you really try
You’ll find there’s no need to cry
In this place you’ll feel
There’s no hurt or sorrow

Era un canto pieno di rispetto, di speranza, di timore, di voglia di ricominciare, un canto fatto di lievi note lasciate al vento, e di tanti volti abbassati in preghiera, perchè tutti avevano sofferto, tutti avevano avuto paura.

Heal the world
Make it a better place
For you and for me
And the entire human race
There are people dying
If you care enough for the living
Make it a better place
For you and for me

Annie cantava in un sussurro, e insieme a lei la sua migliore amica, una ragazza sconosciuta seduta su un tetto, e un piccolo angolo di Londra affacciato alla finestra, con lo sguardo rivolto al cielo. Annie prese il cellulare e inquadrò davanti a sè, il tramonto, i palazzi, e la ragazza sul tetto che sorrise. Così anche il sorriso di Hannah attraversò il mare, e dalla Germania raggiunse quella città che l’aveva accolta, e in cui sapeva che avrebbe costruito il suo futuro.Il giorno dopo Annie indossò la mascherina, prese le chiavi di casa, e uscì. Senza una meta, senza la scusa di andare a fare la spesa, con le valige pronte ma ancora un paio d’ore da riempire. Sull’uscio di casa una ragazza si stava guardando intorno. Era la ragazza del tetto, e come se si conoscessero da una vita cominciarono a camminare insieme, a distanza, sorridendosi di nascosto.

[Ogni riferimento a persone esistenti non è casuale, Annie e Hannah sono reali e vivono a Londra, solo la trama è inventata e ispirata ad un video pubblicato sui social da Annie, realmente sul tetto di casa sua e con una ragazza a cantare con lei]

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. tonycitylights ha detto:

    Molto bella questa storia, hai saputo creare intorno a queste due ragazze l’atmosfera giusta, per sentirsi uniti. 👏

    1. Ehipenny ha detto:

      Grazie mille! Non ero granché convinta ma se hai colto il mio tento un po’ ci sono riuscita 😊

      1. tonycitylights ha detto:

        Devo dirti la verità, adesso che sul post hai scritto a cosa è ispirato mi ha aiutato molto.👍😊

      2. Ehipenny ha detto:

        Ecco forse avrei dovuto farlo capire meglio 😅

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