La nostra primavera

La chiamano fase due, ripartenza, qualcuno rinascita. Certo che è strano. Sognavamo la fine della quarantena come una specie di liberazione, il giorno in cui saremmo usciti di casa e saremmo arrivati di corsa fino al mare. Ma quello che ci resta è la paura. La diffidenza. Quel distanziamento sociale che ci ha salvati, ma al tempo stesso ci ha riempiti di dubbi. No, non è tornato tutto come prima, non tornerà tutto come prima, chissà quando potremo riavere le nostre abitudini, le risposte alle nostre domande, o un amico che ci ascolti davvero senza pensare a chi sta peggio di noi. Perché forse nella fase due saremo un po’ più egoisti. Come se in ospedale non ci fosse più nessuno, luoghi fantasma che hanno visto una tragedia, e che ancora giacciono sotto le macerie dei letti vuoti, dei corpi che non ci sono più. Ma noi pensiamo ai congiunti da andare a trovare, al lavoro da riprendere, allo stipendio da guadagnare, perché nessuno ci regala niente, neanche in tempi di guerra. Sì, una guerra. E come dopo la fine di una guerra, le persone hanno paura. Sognavamo le città piene di vita, le strade trafficate, i parchi pieni di gente stesa al sole, ma la verità è che si respira soltanto un po’ di sollievo in più. Due mesi in cui siamo sentiti protetti, chiusi tra le barriere sociali delle nostre case, nel mutismo di chi legge i numeri, non ci capisce niente, ma si arrabbia lo stesso, eppure oggi qualcosa è cambiato, non ci sono scuse alla resa, ci viene chiesto di combattere, e allora con paura combattiamo. Ma contro quale nemico? Forse un virus che si nasconde, che scava silenziosamente i polmoni, e che non è ancora stato sconfitto? O forse contro noi stessi, e quel bisogno di sentirci al riparo da qualcosa che non sappiamo controllare. E dire che è un paradosso, ci affidiamo alle macchine, ai sistemi elettronici, ai mezzi di trasporto che si guidano da soli, e non ci fidiamo della nostra stessa specie. Dagli abbracci si è passato al metro di distanza, ma dalla distanza approssimativa ad un muro di pietra il passo è breve. Basta solo un po’ di paura in più. E allora, se parliamo tanto di ripartenza e di rinascita, forse dovremmo imparare da quella primavera che abbiamo vissuto dalla finestra. Una stagione di coraggio, di bellezza, di vita che risorge, seppur con fatica, e con la consapevolezza che una pioggia può rovinare ogni cosa. Ma mica si arrende, la primavera. E’ là, che ci guarda scrutare le strade contando i passanti, perché non si capisce mai se sia in corso un assembramento. Tutte quelle parole per parlare di niente. Abbiamo paura degli altri e di noi stessi, paura di fare del male alle persone care, paura di non farcela, ed è così dannatamente umano che nessuno riesce a spiegarlo, non c’è una ragione, se non il grande cuore che nascondiamo dietro ancor più grandi egoismi. Ma il mondo non poggia sulle spalle di uno solo. Si fonda piuttosto sul buonsenso, sul rispetto, sulla forza di volontà, valori che non ci può insegnare un’autorità politica, una banca, e che non possono nascere dalla rabbia, perché la rabbia è come un inverno più rigido di tutti gli altri. Un buon motivo per non lottare, ma con la rabbia non si è mai andati da nessuna parte. E ci sta, lo capisco, mi sono arrabbiata anch’io, ma forse è proprio guardandosi allo specchio, in quegli occhi impauriti e arrabbiati, che si capisce quanto sia tossico nutrirsi di questo. Se dev’essere una rinascita, deve splendere il sole. E deve tornare il coraggio di uscire di casa, di rivedere i parenti, più avanti anche gli amici, e di tornare al lavoro con la voglia di farlo, con più precauzione, certo, ma con meno terrore. Dobbiamo smettere di vedere gli altri come soldati armati, perché sono soltanto persone fragili, come lo siamo noi, e come noi si nascono dietro il muro del distanziamento sociale, rinunciando a tutti quei momenti preziosi che ci sono concessi, e che invece non riusciamo a vedere. Si riparte dalle piccole cose, com’è sempre stato. Non dalle grandi feste, dagli abbracci in piazza, ma magari da una passeggiata al parco, o da un sorriso lasciato sulla porta di casa. E vale tantissimo, anche se non ci sembra così. Sono stati due mesi strani, abbiamo vissuto tra i telegiornali e le conferenze stampa del governo, abbiamo sentito parlare di emergenza, abbiamo letto bilanci di vite umane ogni sera, ma è arrivato il momento di raccogliere tutte quelle ore spese a pensare, e di mettere in pratica quella voglia di tornare a vivere che ci siamo raccontati. Il mondo è là fuori, non è scappato via, non è morto, è solo un campo martoriato dalla grandine, un ramo di fiori senza boccioli, ma ancora verde di linfa. E noi potremmo essere i contadini, con gli stessi guanti e le stesse mascherine addosso, ma senza sentirci in gabbia o privati della libertà. La vera libertà la decidiamo noi, e lo facciamo dal primo momento in cui scegliamo di avere paura. No, non si può avere paura per sempre. Si deve reagire. Si deve vivere. E si deve rispettare con dignità l’elenco di limitazioni imposte, che forse ora ci sembra assurdo e infinito, ma che un giorno, potremo dirlo, ci avrà salvato la vita.

Post scriptum: non commenterò quelle menti superiori che si sono messi a ballare in strada a Milano, perché loro, è evidente, non hanno capito una mazza di niente.

8 commenti Aggiungi il tuo

  1. Daniela ha detto:

    è ancora presto per ragionare come tre mesi fa. Il numero dei decessi sarà calato ma non azzerato. qui in Piemonte siamo in controtendenza e aumentano i contagiati. Ho visto in rete che a Mondello hanno iniziato a fare il bagno, francamente anche se abitassi in una zona di mare non mi sentirei di farlo. Indubbiamente non è solo una questione psicologica, si è cambiato approccio per necessità e la necessità sussiste ancora. E si spera che tra quindici giorni non si debba fare un rapido dietrofront per l’acutizzarsi dei casi. Io andrei molto cauta nell’affrontare la cosiddetta fase due, e bisogna restare lucidi per aumentare l’attenzione alla disinfezione personale visto che la possibilità di uscire comporta il contatto con porte oggetti di comune utilizzo.

    1. Ehipenny ha detto:

      Certo, questo volevo far intendere, prestare attenzione, ma senza farsi prendere dalla paura e senza privarsi di quel poco che ci è concesso da oggi, in assoluta sicurezza. Essere consapevoli ecco

      1. Daniela ha detto:

        certo, Confesso che ho notato qualcuno passare dal panico all’indifferenza, sono sbagliate entrambe le reazioni, meglio la consapevolezza, considerare che c’è, esiste e può fregarci quando abbassiamo troppo la guardia. Ciao

      2. Ehipenny ha detto:

        Esattamente. Un abbraccio 😘

  2. tonycitylights ha detto:

    Bellissimo post Penny.
    Ti giuro letto solo ora, 22:26 aperto WordPress. Te lo dico perché ho scritto la stessa cosa, ma in maniera sintetica e superficiale, nel mio quotidiano post sulle storie Instagram dedicato ai giorni di quarantena. 👏

    1. Ehipenny ha detto:

      Grazie mille! Mi fido mi fido, avevo letto 😄

  3. Kikkakonekka ha detto:

    Speriamo di trarre qualche insegnamento utile da questo periodo, come il rispetto delle distanza, il rispetto per chi abbiamo di fronte, una maggiore attenzione alla pulizia, più ordinati nei mezzi pubblici, nei locali e nelle file d’attesa.
    Poi i cretini non mancheranno mai.

    1. Ehipenny ha detto:

      Eh già, speriamo

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