Chernobyl

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Essere uno scienziato vuol dire essere un ingenuo. Siamo così presi dalla nostra ricerca della verità da non considerare quanti pochi siano quelli che vogliono che la scopriamo. Ma la verità è sempre lì, che la vediamo o no, che scegliamo di vederla o no. Alla verità non interessano i nostri bisogni, ciò che vogliamo, non le interessano i governi, le ideologie, le religioni. Lei rimarrà lì, in attesa tutto il tempo, e questo alla fine è il dono di Chernobyl. Se una volta temevo il costo della verità, ora chiedo solo: qual è il costo delle bugie?

Quanto poco sappiamo di quello che accade intorno a noi? Quanto sappiamo di Chernobyl, la città fantasma, la città radioattiva, la città del cancro, la città che nasceva sul sangue di ebrei e polacchi, e che oggi nasconde nuovi cadaveri, contaminati, bruciati, uccisi da dentro, da qualcosa che nemmeno poteva essere visto. Un incidente senza precedenti, un’esplosione enorme, 400 volte più radioattiva della bomba di Hiroshima. Poteva essere evitato? Sì, poteva essere evitato. Ma vivere e lavorare in Unione Sovietica significava obbedire, seguire gli ordini, il più delle volte inconsapevoli, perché conoscere la verità era scomodo. Significava fregarsene della sicurezza, dei materiali scadenti, della totale assenza di un controllo, perché importava soltanto essere i primi, sulla carta, sui titoli di giornale, importava guardare gli americani negli occhi, alzare la voce, mentire. Ma Chernobyl non ha resistito a tutto questo. Non si può nascondere al mondo un’esplosione nucleare, una nube radioattiva che minacciava di invadere tutta l’Europa occidentale, e i cadaveri sfigurati, decomposti, le ustioni da grafite, i tumori. Non si può. La miniserie si è guadagnata un Oscar per questo: per aver raccontato la verità. Una fedele ricostruzione del disastro, un racconto d’impatto che, è vero, non è semplice da guardare, da ascoltare, ma merita di essere visto.

Il 26 aprile 1986, alle ore 1:23:40 del mattino, gli operatori del turno di notte eseguirono il test di sicurezza sul reattore 4. Totalmente impreparati, colti alla sprovvista, perché il test fu rimandato di dieci ore, furono messi davanti ad un manuale di istruzioni, come se avessero dovuto governare un giocattolo, una macchinina telecomandata. Non avevano idea di quello che sarebbe successo, non conoscevano i difetti tecnici del reattore, il malfunzionamento del pulsante di emergenza, quel maledetto AZ-5 che per assurdo scatenò l’esplosione. La fretta di poter dire ce l’abbiamo fatta, l’Unione Sovietica ce l’ha fatta, fu quella dannata fretta ad uccidere centinaia, migliaia di persone. Non un errore umano, ma l’incapacità di aspettare appena 24 ore. Non fu colpa di chi premeva i bottoni, no, loro erano soltanto delle marionette nelle mani dei superiori. Non si pensava che il nocciolo potesse esplodere, non si conosceva la quantità di radiazioni emesse, i vigili del fuoco furono mandati a morire, senza protezioni, a ridosso delle fiamme, tra i detriti di grafite e i pezzi del reattore, ma tutti parlavano di un incendio a Chernobyl, non di un disastro nucleare. Per tutta la notte si stimava un quantitativo di radiazioni di 3,6 röntgen/ora: il massimo rilevabile. Ma la realtà superava nettamente l’immaginazione, nei pressi del reattore gli strumenti più sofisticati misurarono ben 20.000 röntgen/ora, un numero mai rilevato prima. I primi corpi furono portati in ospedale a Pripyat, operatori, vigili del fuoco, militari, ma nessuno riusciva ancora a spiegarsi come il nocciolo potesse essere esploso. Negare, negare, negare sempre. Abbiamo fatto tutto correttamente, questo si ripetevano Aleksandr Akimov e Leonid Toptunov, due degli esecutori del test, in quel turno di notte che cancellò le loro vite. Leonid aveva soltanto 25 anni. 25. E fu messo al comando di un reattore nucleare, con soli quattro mesi di esperienza, minacciato di essere licenziato, e costretto a ignorare tutti i protocolli, a seguire istruzioni con delle parti depennate, a procedere con il test nonostante i valori sballati, la potenza bassissima, le dieci ore di attesa che avevano già compromesso il reattore. Fu costretto a eseguire gli ordini, con la consapevolezza che in gioco ci fosse molto di più di una firma su un foglio.

In quanti morirono? Nessuno lo saprà mai. L’evacuazione fu ordinata soltanto 36 ore dopo l’incidente. Senza spiegazioni, assicurando che sarebbe stata una soluzione temporanea, ma quelle persone erano già condannate. 36 ore sotto una nube di polveri radioattive di 5 tonnellate. Chi sopravviverebbe senza conseguenze? Ai più fortunati furono diagnosticati tumori. Molte donne incinte persero i figli. Altri morirono tra sofferenze atroci, senza riuscire nemmeno ad assorbire morfina. Mentre l’Unione Sovietica si preoccupava del danno d’immagine, centinaia di uomini, donne e bambini cominciavano a tossire, a vomitare sangue, a sentire la pelle bruciare.

Valery Legasov se ne accorse. Lui sapeva che cos’era accaduto, era un chimico, primo vicedirettore dell’Istituto Kurčatov di Energia Atomica. Lui conosceva i rischi di quel reattore che ancora bruciava, e riuscì a evitare che si innescasse una nuova fusione, riuscì a farsi ascoltare da Gorbačëv, riuscì a convincere la Commissione Governativa di Chernobyl dei pericoli, dell’urgenza di intervenire. Lui, affiancato da Boris Shcherbina, vicepresidente del consiglio dei ministri, mandato dal Cremlino sul luogo dell’incidente assicurandogli che non fosse pericoloso. Ma dietro i loro nomi importanti, dietro le loro direttive, ci sono volti che in pochi ricordano, e che si sono sacrificati per il bene dell’umanità. I volontari che lavorarono sulla centrale per svuotare la piscina di raffreddamento. I minatori, che lavorarono notte e giorno per scavare un tunnel sotto il reattore e inserire sistemi di raffreddamento. I liquidatori, che liberarono a braccio il tetto dai blocchi di grafite, e quelli che negli anni hanno continuato a ripulire la città, consapevoli dei rischi enormi, ma determinati a salvare il paese. Tutti coloro che si opposero alla versione ufficiale dei fatti, e per questo furono messi a tacere, incarcerati, condannati. Ulana Khomyuk è la loro voce nella serie, un personaggio simbolico, quello che ha fatto domande, quello che ha visitato gli ospedali, quello che ha scritto le testimonianze su carta. Ulana Khomyuk è tutti coloro che hanno cercato la verità.

Ecco, su Chernobyl sono state dette tante menzogne. Le telefonate, le direttive dall’alto, i malfunzionamenti del reattore, i test andati male, quei documenti che forse avrebbero potuto evitare il peggio, furono archiviati come segreti di stato. Chi sapeva la verità, è stato messo a tacere. Si è cercato il silenzio, in un disastro senza precedenti che ha seminato morte, distruzione e sofferenze atroci.

– Professor Legasov se vuole lasciare intendere che lo stato sovietico è in qualche modo responsabile dell’accaduto, la avverto che si avvia su un terreno pericoloso.
– Ci sono già stato su un terreno pericoloso, siamo tuttora su un terreno pericoloso, per i nostri segreti, le nostre menzogne, sono esattamente ciò che ci definisce. Quando la verità ci offende noi mentiamo, mentiamo, finché neanche ricordiamo che ci fosse una verità, ma c’è, è ancora là. Ogni menzogna che diciamo, contraiamo un debito con la verità. Presto o tardi quel debito va pagato. Ecco cosa fa esplodere il nocciolo di un reattore rbmk: le bugie.
[…]

– Lei non è coraggioso, non è eroico, è un uomo che sta morendo e ha dimenticato se stesso.
– Io so chi sono e so quello che ho fatto. In un mondo giusto sarei fucilato per le mie bugie ma non per questo, non per la verità.
– Gli scienziati, voi e la vostra stupida ossessione della ragione. Quando la pallottola le bucherà il cranio che importanza avrà il perché? Nessuno sarà fucilato, Legasov. Tutto il mondo l’ha vista a Vienna, sarebbe imbarazzante ucciderla ora, e per cosa? La sua testimonianza di oggi non sarà accettata dall’accusa, non sarà divulgata dalla stampa, tutto questo non è mai accaduto. No, lei vivrà la vita che le resta, ma non come scienziato, non più. Manterrà il suo titolo, il suo ufficio, ma nessun compito, nessuna autorità, nessun amico, nessuno vorrà parlare con lei, nessuno vorrà ascoltarla. Altri uomini, uomini inferiori a lei, riceveranno il merito per ciò che lei ha fatto. Il suo lascito sarà il loro lascito. Vivrà abbastanza per vedere tutto ciò. […] Non si incontrerà nè comunicherà con nessuno di loro, non parlerà più con nessuno di Chernobyl. Rimarrà così immateriale al mondo che la circonda che quando finalmente morirà si avrà difficoltà a credere che lei sia mai esistito.

I titoli di coda riportano alcuni dei dati più sconcertanti su questa vicenda, dati che per venire alla luce hanno richiesto un sacrificio incalcolabile, in termini di vite umane e non solo.

Valery Legasov si tolse la vita all’età di 51 anni, il 26 aprile 1988, esattamente due anni dopo l’esplosione di Chernobyl. I nastri audio col suo memoriale furono fatti circolare tra la comunità scientifica sovietica. Il suo suicidio impedì che venissero ignorati. In seguito alla sua morte, i funzionari del Soviet alla fine riconobbero i difetti di progettazione del reattore nucleare RBMK. I reattori furono riconfigurati per impedire che potesse ripetersi un incidente come Chernobyl.

Per il loro ruolo nel disastro di Chernobyl, Victor Bryukhanov, Anatoly Dyatlov e Nikolai Fomin furono condannati a 10 anni di lavori forzati. Dopo il suo rilascio, Fomin tornò a lavorare in un impianto nucleare a Kalinin, in Russia. Dyatlov morì di malattia associata a radiazioni nel 1995.

Il corpo di Valery Khodemunchk non fu mai recuperato, è per sempre sepolto sotto il Reattore 4.

Gli indumenti dei vigili del fuoco sono ancora nel seminterrato dell’Ospedale di Pripyat, sono tuttora pericolosamente radioattivi.

Delle persone che guardarono dal ponte della ferrovia, è stato riportato che nessuna di loro sopravvisse: il ponte è oggi noto come il ponte della morte.

400 minatori lavorarono 24 ore al giorno per un mese per impedire la totale fusione nucleare: 100 di loro morirono prima dei 40 anni.

I 3 volontari che permisero lo svuotamento della piscina di raffreddamento sopravvissero dopo le cure in ospedale.

Le regioni contaminate di Ucraina e Bielorussia comprendevano un’area di 2600 chilometri quadrati. 300000 persone furono evacuate dalle loro case, tuttora è loro proibito tornarci.

Non sapremo mai il costo in vite umane di Chernobyl: si stima tra i 4mila e i 93mila morti. Il bilancio ufficiale sovietico è di 31.

Su Chernobyl sono state dette tante menzogne, ma HBO ha deciso di raccontare la verità. Quella che si conosce, quella a cui sono giunti anni di indagini, quella cruda e violenta, che ti sbatte in faccia l’ignoranza, l’impreparazione, l’inconsapevolezza di chi quel giorno era in servizio, operatori della centrale, vigili del fuoco, membri dell’esercito, capi politici, perfino chimici e scienziati, che non credevano possibile un disastro come quello. La miniserie è stata premiata agli Oscar, ma il premio più grande che possa ricevere penso sia proprio l’essere guardata. Non vi dirò che sarà semplice, che i corpi sfatti e ustionati non verranno mostrati, che le mancanze e le prepotenze verranno censurate. Ma Chernobyl è stata anche una storia di eroi. Eroi sconosciuti, che hanno salvato gran parte dell’Europa occidentale, che si sono offerti volontari, rischiando la propria vita perché andava fatto, e lo avevano capito. Perchè in fondo, dietro le menzogne, esiste sempre una verità.

16 commenti Aggiungi il tuo

  1. J ha detto:

    Bel pezzo Penny.
    Come tanti ho visto la serie tv e parlandone con l’esperto qualificato di radioprotezione dove lavoro, mi diceva che i produttori sono stati molto fedeli alla realtà. Certo, qualche piccolo dettaglio è stato romanzato ma è praticamente andato tutto così come si vede. Da brividi, così come da brividi i tentativi di insabbiamento di una catastrofe di quelle dimensioni.

    1. Ehipenny ha detto:

      Grazie mille! È stata tosta da vedere ma molto molto bella, e soprattutto ti fa pensare

  2. A mio avviso c’è una distinzione da fare.
    Tra scienziati buoni e scienziati cattivi: la differenza esiste ed è una verità innegabile.
    Ci sono coloro che operano alla ricerca del bene per l’umanità intera ma ci sono anche quelli che operano segretamente per il bene di una piccola fazione e di solito a scapito della parte restante (o di una determinata frazione di essa).
    Ma tra quelli buoni, quelli che hanno ottime intenzioni, occorre poi distinguere tra chi veramente riesce a far del bene all’umanità e chi in realtà fa più danni che altro (spesso anche grazie all’intervento successivo di personaggi con intenzioni un po’ meno nobili *).
    Ad esempio chi lavora sulla fisica nucleare può arrecare vantaggi all’umanità come distruggerla se il lavoro porta poi alla bomba atomica …
    Tutti in fondo dovremmo sempre ricordare che comunque gli scienziati sono e rimangono uomini e gli uomini hanno limiti e difetti.

    [* … come ad esempio i cattivi della storia che hai appena descritto.]

    ciao
    👋

    1. Ehipenny ha detto:

      Beh anche se credo che i risultati degli scienziati, se diventano “cattivi”, è per l’uso che certi ne fanno… il sapere è sempre positivo, l’uso del sapere è parte delle armi dell’uomo 🙂

      1. In genere è vero, anzi verissimo … ma non sempre.
        Da qualche parte ho letto che Fermi ha lavorato attivamente anche al Progetto Manhattan, un programma di ricerca e sviluppo in ambito militare che portò alla realizzazione delle prime bombe atomiche durante la seconda guerra mondiale.
        Se è vero, non gli hanno solo “rubato” i risultati dei suoi studi (e gli scopi che avevano non potevano sfuggirgli) …

      2. Ehipenny ha detto:

        Non lo sapevo… diciamo che si spera sempre che gli scopi siano positivi

      3. come dice quel vecchio detto …
        “chi vive sperando …” ???

  3. wwayne ha detto:

    Post semplicemente meraviglioso.

    1. Ehipenny ha detto:

      Grazie mille! Detto da te che in questo campo sei un punto di riferimento 😁

      1. wwayne ha detto:

        Queste parole mi lusingano moltissimo. Colgo l’occasione per dirti che ho appena sfornato un nuovo post: l’ho dedicato a uno dei miei miti personali, una donna che ammiro moltissimo… spero che ti piaccia! 🙂

  4. Paola Bortolani ha detto:

    Bella serie eh? Dovrebbero vederla tutti, soprattutto chi non c’era. Io ricordo un periodo come l’attuale proprio dopo l’incidente di Chernobyl: non si doveva toccare niente, si doveva lavare tutto, non si poteva stare all’aperto. Per qualche mese è stato così, per la nube radioattiva che gironzolava sule nostre teste

    1. Ehipenny ha detto:

      Concordo, io non c’ero e ne sapevo pochissimo, la serie ti stimola a informarti ancora di più e ad aprire gli occhi su una vicenda così tragica.. insegna tanto

  5. Sara Provasi ha detto:

    Questa serie è stupenda!

    1. Ehipenny ha detto:

      Vero, io l’ho divorata!

      1. Sara Provasi ha detto:

        Idem! Ieri ho inizito Loop su Prime, è stupendo e ha atmosfere simili, e la trama ricorda molto Dark *_*

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