Dante Alighieri Day

Non sono mai stata un’appassionata della Divina Commedia, non mi ci sono mai riconosciuta, non condivido molti dei pensieri danteschi, eppure penso sia uno dei capolavori più importanti della nostra letteratura. Nelle opere di Dante, e non mi riferisco soltanto alla mastodontica Commedia, ci sono tanti versi bellissimi, componimenti immortali, che ancor oggi, nelle scuole, vengono letti, analizzati, studiati. Eppure c’è uno stralcio che mi ha sempre commossa. È la storia di Paolo e Francesca, canto quinto dell’Inferno. Il professore lo adorava, e declamava quelle terzine ad alta voce, ricordo che ogni volta mi veniva la pelle d’oca, che avrei voluto poter cambiare il finale, salvare Paolo e Francesca da una condanna che non ritenevo giusta. Ma sono versi di una bellezza sublime. Universali, armonici, veri. E se devo pensare a un modo per celebrare Dante Alighieri, non posso far altro che condividere quella breve storia, sperando che possa suscitare, in qualcuno, le mie stesse emozioni.

«O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ‘l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand’ io intesi quell’ anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ‘l poeta mi disse: «Che pense?».

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».

E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’ io morisse.

E caddi come corpo morto cade.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. fulvialuna1 ha detto:

    A me commuove la loro storia e Dante in questo è divino…

  2. Paola Bortolani ha detto:

    credo sia il canto più famoso

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