Storia romanzata di un coming out

Marcella ci stava pensando da giorni. Come fare a dirglielo? Era impaurita, spaesata, e conosceva bene sua madre, sapeva che per sua figlia sognava il principe azzurro, quello delle fiabe, e non sarebbe stato facile. Avevano sempre avuto quel rapporto un po’ soffocante, quel legame stretto che a volte si lacerava, quando una delle due decideva di seguire la propria strada. Ma in fondo si volevano bene, forse troppo, forse un bene malato. Marcella era cresciuta con lei, lontana dal padre da quando aveva undici anni, e aveva imparato a condividere tutto, ad accorciare le distanze, a piegare un carattere duro come il suo, e aveva sempre accettato ogni cosa, le critiche, le condanne, gli sguardi arrabbiati. Quando si era lasciata con il fidanzato, non si erano parlate per due mesi. Era un ragazzo bellissimo, educato, probabilmente il principe azzurro che la mamma sognava, ma Marcella non poteva continuare a mentire. Non lo amava, non quanto avrebbe meritato lui, e non era giusto alzarsi ogni mattina con un senso di colpa più grande. In fondo glielo aveva insegnato proprio sua madre che i sentimenti non si possono comandare. Non era forse lei ad aver sempre seguito il proprio cuore? Non era stata lei ad abbandonare famiglia e figli per inseguire un amore? Non le aveva raccontato più volte di quell’uomo sposato che aveva cercato, e infine trovato, coronando il suo sogno lontano da tutti? A confronto, Marcella doveva solo dirle che si era innamorata.

Miriam le teneva la mano, quel pomeriggio. E mentre pensava a quelle ultime settimane, si sovrapponevano ai suoi ricordi le immagini di sua madre, una donna austera, con quello sguardo schivo difficile da sostenere. Ma doveva farlo. Doveva dirle la verità. Doveva dirle che si era innamorata, eppure non immaginava che sarebbe stato così difficile. Prese il telefono e compose il numero, stringendo più forte la mano di Miriam, e le chiese di poterla incontrare. Sapeva che avrebbe dovuto lasciare quella mano. – Vai, lo capirà. -, le disse lei. Non ne era sicura, ma in cuor suo ci sperava. Uscì di casa e la raggiunse, si sedette su quel divano che l’aveva vista crescere, e guardò la propria mano nuda, immaginandola ancora stretta a quella di Miriam.

– Mamma, ti volevo parlare…

– Ma certo, dimmi, sono qui.

– E’ una cosa importante, solo che… Faccio un po’ fatica.

– Cosa c’è che non va? Ti sento strana. Non… Non ti sarai mica innamorata… di un uomo sposato? Non fare mai il mio stesso errore, Marcella. Dimenticalo, ti rovineresti la vita.

– No, mamma. È vero che mi sono innamorata. Ma… Lei… si chiama Miriam. L’ho conosciuta al lavoro e… Sono felice, mamma. Te lo giuro. Non guardarmi così, è una bella persona, quando te la farò conoscere…

– No. Non esiste.

Calò un silenzio pesante. Nessuna delle due alzò lo sguardo dal pavimento. Era infinitamente più facile osservare i motivi del tappeto, piuttosto che parlare. Poi una voce riempì la stanza, e per Marcella fu come una coltellata in pieno petto.

– Ritorna in te, Marcella, tu sei impazzita. Forse in palestra ti hanno dato qualcosa che ti ha fatto star male, in quei beveroni che ti porti in giro magari.

– No… Ascoltami…

– No. Tu mi farai morire! Hai perso il senno per caso?! Hai avuto un sacco di ragazzi, tu… Ti ricordi di Federico? Che fine ha fatto Federico? Non sei nata così, eri normale, Marcella. Cosa ti è successo?

La madre si alzò dal divano, e la lasciò lì, a sfregarsi le mani come se non fossero nemmeno le sue. Le sue parole le rimbombavano in testa, ritorna in te, sei impazzita, eri normale… Il dolore si propagava, come una ferita che versa sangue bollente, ma non trovava nemmeno le forze per difendersi, per spiegarle che Miriam l’amava davvero, e che era stato difficile assecondare per la prima volta quel sentimento nuovo. Le veniva soltanto da piangere, perché immaginava che per un genitore non sarebbe stato facile, in qualche modo lo capiva, ma sperava che sua madre ci avrebbe almeno provato, o che sarebbe rimasta lì con lei, a stringerle la mano e a dirle di non preoccuparsi, che le avrebbe voluto bene lo stesso. Ma accanto a lei c’era soltanto un cuscino.

– Mamma, ascoltami, ti prego.

– Tu sei una femmina! E sei mia figlia, ti ho fatta io, ti ho vista con dei ragazzi bellissimi, e adesso mi parli di questa… questa… Miriam. Non posso accettarlo, non stai ragionando!

– Io sono felice con lei, mamma, guardami.

– Io mi vergogno, Marcella. Mi vergogno per me e mi vergogno di te. Per me questa è una sciagura. Una sciagura, lo capisci? Questa non è una cosa normale, la donna deve andare con l’uomo, è sempre stato così, Adamo ed Eva li hanno fatti così. Non puoi… Io non voglio vederti in giro con lei. Non voglio che ti vedano i nipotini. Tu non puoi amarla, è una donna.

– Mamma…

– Non mi interessa, vattene.

Marcella era in piedi, sull’uscio della cucina, ma sua madre le aveva voltato le spalle, e lei si sentiva come schiacciata da una tonnellata di pietre affilate. Rimase lì, immobile, per almeno due o tre minuti, in quella situazione surreale da cui non trovava una via d’uscita. Ma più il silenzio perdurava, più si sentiva mancare l’aria, e non riusciva più a sostenere lo sguardo su quelle spalle rigide, voltate verso la finestra, quelle spalle che tante volte aveva abbracciato, ma ora le sembravano più lontane che mai. Se ne andò senza dire niente, chiuse la porta di casa, e come un automa percorse la stessa strada che aveva fatto mezz’ora prima, filtrando il mondo circostante da un velo di lacrime che non volevano scendere. Si ritrovò stretta in un abbraccio, e non era quello di sua madre: era quello di Miriam, che la stava aspettando sulla porta e l’aveva afferrata prima che cadesse sulle ginocchia. Percepiva le sue carezze sulla schiena, e si lasciò andare ad un pianto liberatorio.

Ritorna in te, sei impazzita, eri normale, mi vergogno, è una sciagura, non voglio vederti in giro con lei… vattene…

Sentiva la testa esplodere. Miriam le aveva afferrato di nuovo le mani, e chiudendo gli occhi sperava che il tempo potesse scorrere al contrario, riportarla indietro di mezz’ora, cancellarle dalla memoria quelle parole, che l’avevano colpita come tante piccole sforbiciate, ed ora bruciavano sottopelle, senza darle tregua.

– Che cosa è successo? Cosa ti ha detto?

[…]

Il giorno successivo Marcella si svegliò all’alba, dopo essersi rigirata nel letto per ore ed essersi addormentata verso le tre del mattino. Ma la notte le aveva portato consiglio, nuovo coraggio, e il desiderio di chiarirsi una volta per tutte con sua madre. Doveva solo parlarle senza paura, spiegarle quanto amasse Miriam, raccontarle del loro primo incontro, e di quel primo bacio fuori dalla porta di casa, carico di timore ma anche di enorme sollievo. Voleva dirle che quando pensava al futuro, pensava a Miriam, e quando pensava alla famiglia, sognava di stringere la mano di Miriam da una parte, e la mano della mamma dall’altra. Era sicura che l’avrebbe ascoltata, che l’avrebbe almeno guardata negli occhi, e a lei sarebbe bastato, perché avrebbe significato che non la considerava più una pazza. Provò a chiamarla sul cellulare, ma non rispose. Riprovò, e si attivò la segreteria telefonica. Compose il numero del telefono fisso, e finalmente una voce impastata rispose – Pronto? -.

– Mamma, sono io. Ho bisogno di parlarti, è importante. Non…non mi piace come ci siamo lasciate ieri, voglio spiegarti, voglio…

Ma la chiamata si era interrotta, e nell’orecchio sentiva soltanto il tu-tu-tu in lontananza. Come in un incubo ad occhi aperti, le sembrò quasi di risentire sua madre dal cellulare spento, ritorna in te, sei impazzita, eri normale… Ma Miriam le tolse l’aggeggio dalle mani, le prese i polsi, e avvicinando delicatamente le labbra alle sue, la baciò. Per un unico, magico, interminabile minuto, tutto il mondo circostante scomparve. Nessun rumore, nessuna parola, nessuna lacrima. Soltanto loro, strette l’una all’altra, in silenzio e ignare di tutto, felici così. E questo bastava, per quel minuto, a riempire il vuoto che Marcella sentiva nel petto, perché Miriam la amava, e lei amava Miriam come non aveva mai amato nessuno.

Non troppo lontano da quell’abbraccio, una madre stava piangendo in cucina, ricordando la figlia con un ragazzo bellissimo accanto. E con la mano tremante aveva appena sfiorato lo schermo del cellulare, aperto sulle chat di Whatsapp più recenti. Un messaggio recitava: “Contatti bloccati: Marcella”.

Non si parlarono più per due anni e mezzo.

Ho scritto il racconto dopo aver visto, nel programma C’è posta per te, la vicenda di Marcella e Miriam (qui il video). Le due ragazze convivono da tre anni, ma la mamma di Marcella non ha mai accettato la relazione, arrivando a escludere la figlia dalla propria vita, a bloccarla su WhatsApp in modo che non le possa scrivere, e a voltare la faccia dall’altra parte se la incontra per strada. Le frasi dette dalla madre durante la puntata del programma sono le stesse che ho riportato nel racconto. I sentimenti di Marcella e Miriam sono quelli che ho provato a immaginare io. E la storia è romanzata, ma non così distante da quello che potrebbe succedere anche domani, a un isolato di distanza da dove abitiamo, in una famiglia che magari conosciamo.

Lo so che non è facile, per un genitore. Ma quel sentimento che alcuni definiscono “contro natura”, non è altro che Amore. Soltanto Amore. E anche se noi figli diciamo di essere grandi, di non avere più bisogno di aiuto, la verità è che a volte vorremmo soltanto un abbraccio, le coccole della mamma, o un ti voglio bene di papà.

L’omosessualità non è una malattia, non è una forma di pazzia, non è un atto contro natura, non è anormale. È Amore. Non odiate i vostri figli per questo, non rifiutateli, non allontanateli, perchè non sono diversi da prima, non sono sbagliati, e magari non hanno il coraggio di dirvelo, ma hanno bisogno di voi. Quanto voi avete bisogno di loro.

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. Kikkakonekka ha detto:

    Molto complicato, se non ci trova dentro alla situazione.
    Cosa sarebbe accaduto a me se…?
    E se mio figlio invece…?
    Davvero, non saprei.

    Però l’amore di un genitore per un figlio non dovrebbe venir meno per queste cose, ecco.

    1. Ehipenny ha detto:

      È proprio questo che ho voluto sottolineare… personalmente mi toccano molto queste cose, e quello che ha detto la madre in televisione mi ha lasciata allibita, perché definire una figlia “non normale” e rifiutarsi anche solo di provare a capire? Non dico che sia facile, ma un genitore dovrebbe desiderare il bene del proprio figlio

  2. fulvialuna1 ha detto:

    Una tematica difficile.
    Per alcuni non è facile accettare che i figli abbiano un orientamento sessuale diverso dalle aspettative.In alcune famiglie c’è ancora un retaggio culturale del passato.
    La mia fortuna è avere avuto genitori sempre avanti (calcola che ho 61 anni), in casa nostra circolavano amici “diversi” già all’epoca. Personalmente non ho problemi ad accettare ma riconosco che non è per tutti facile.

    1. Ehipenny ha detto:

      Mi ricordo che ne avevamo già discusso insieme, è sempre bello leggere che esistono casi differenti, è un tema che mi tocca molto… anche se riconosco anch’io che non sia facile

  3. Erik ha detto:

    tema molto complicato, io ti confesso che da uomo mi crea una qualche forma di disagio immaginare due uomini che condividono la vita, ma la forma di disagio di cui parlo è unicamente indirizzata all’aspetto sessuale.
    Ho impiegato diverse volte molte ore per indagare in questa direzione verso la mia parte più profonda… e onestamente non sono ancora riuscito a superare questo disagio che però è unicamente vincolato all’atto sessuale e per altro diametralmente opposto a quello che magari si può provare per il sesso opposto.

    Dal punto di vista della vita, del rapporto di coppia e del sentimento invece non provo particolari restrizioni nel senso che anche mentalmente sono convinto che se due persone si sentono bene così hanno tutto il diritto di poter vivere quel sentimento in totale libertà.
    Ogni volta che ci ragiono mi vengono in mente tutte quelle persone che intrappolate in un corpo maschile o femminile si sentono nell’animo qualcosa di diverso, alla fatica che queste stesse persone incontrano nella loro vita e al fatto che molto spesso l’umanità non è sembrata preparata non ad accettare questa difficoltà ma anche solo a capire che possa esistere… in questo senso non credo sia giusto giudicare nessun essere vivente senza aver almeno prima a provato a comprendere la sua anima o la parte che lo stesso può e riesce a mettere in luce.

    Diversamente però soffro ancora molto una volta quando si vuole ostentare questa caratteristica (anche se pur ritenendo possibile la legittimità a farlo a cospetto di possibili soprusi subiti), quando l’individuo in qualche modo secondo volontà o meno mette in evidenza in modo marcato il suo bisogno di libertà magari però invadendo in senso opposto quella degli altri.

    Nel rispetto tutti dovrebbero esser rispettati e allo stesso modo rispettare…

    mondo utopistico lo sappiamo bene

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