Ho letto la saga di Harry Potter

Ho dovuto superare i vent’anni di età per approcciarmi al magico mondo di Harry Potter. Vent’anni, dopo che ho rifiutato quei libri classificandoli come un prodotto per bambini. Vent’anni, dopo che ho visto i film un paio di volte senza mai capire a fondo la trama. La verità sta tutta qui: J. K. Rowling è una scrittrice, e per dire di aver conosciuto davvero Harry Potter non si può prescindere dai romanzi. Sono sette in tutto, pubblicati tra il 1997 e il 2007. Una storia famosissima, almeno superficialmente, quella del maghetto che ha fatto la storia di una generazione. Harry il prescelto, il sopravvissuto, l’orfano, l’oggetto della profezia, l’eroe. Tanti appellativi per definire un ragazzo che fino agli undici anni ha vissuto in un sottoscala, convinto che i genitori siano morti in un incidente d’auto, maltrattato dagli zii materni, inconsapevole delle sue capacità fuori dall’ordinario. Ma la verità gli viene presto rivelata, e la sua ammissione alla rinomata scuola di magia di Howgarts sembra essere tutt’altro che uno scherzo. Sì, Harry è un mago. A dirla tutta un mago famosissimo senza in realtà aver mai fatto niente di speciale. E’ sopravvissuto all’anatema che uccide scagliato da Voldemort, l’oscuro signore, o colui-che-non-deve-essere-nominato, il più potente e crudele mago di tutti i tempi. E questo legame inscindibile, questo inspiegabile capovolgimento delle leggi magiche, sarà il filo conduttore di una trama lunga sette anni, in cui Harry si troverà più volte a fronteggiare il nemico, e ogni volta sembrerà sempre più difficile, perché da un lato Harry crescerà, e dall’altro Voldermort rinascerà dalle proprie ceneri. Sono due anime opposte, un eroe e un antieroe perfetti, capaci di leggere l’uno nella mente dell’altro, nemici che non potranno convivere a lungo, perché uno dei due dovrà morire per mano dell’altro. La genialità della Rowling sta nell’aver ambientato una trama fantasy in un mondo di esseri umani, per lo più ragazzini, alle prese con l’adolescenza, le amicizie, i primi amori, i compiti per la scuola, l’incomprensione degli adulti. Maghi e non maghi convivono, nel tentativo di proteggersi, creando un equilibrio di rispetto reciproco. E appare talmente tangibile, talmente vero, che quelli che Harry chiama babbani potremmo essere noi: noi sciocchi umani che non vediamo la magia neanche se ci sfiora la punta del naso. E’ così facile immergersi nei romanzi, riconoscersi nei sentimenti dei personaggi, immaginare realisticamente di ricevere posta via gufo, strillettere che parlano da sole, manici di scopa incantati, biglietti per le partite di Quiddich. Harry non è altro che un ragazzo, e probabilmente da solo non sarebbe mai sopravvissuto. Ma quello che la Rowling riesce a portare in primo piano, in una saga che affronta il tema della morte con una sensibilità rara, è proprio la forza dell’amore. Amore di una madre per il proprio figlio, disposta a sacrificarsi per salvarlo, a soffrire al posto suo, per dargli un’opportunità di vita che altrimenti gli sarebbe stata portata via. L’amore di un figlio per il proprio padre, un punto di riferimento per lui, pur senza averlo mai conosciuto, e incapace di vederne i difetti, perché quell’uomo è per il proprio figlio un eroe. E poi l’amore dei propri amici, delle persone fidate, di coloro che sono stati disposti a rischiare tutto, la propria casa, la propria famiglia, la propria vita per aiutarlo. Persone unite da un legame fortissimo, che nemmeno i più oscuri poteri magici sono mai stati in grado di spezzare. Ecco che cosa rende Harry più forte, ecco che cosa lo ha salvato dalla maledizione mortale: l’amore. Ed è lo stesso amore a generare uno degli incantesimi più importanti, il patronus, che allontana le figure oscure dei dissennatori, ideati dalla Rowling come simbolo della depressione di cui aveva sofferto: “risucchiano la pace, la speranza e la felicità dall’aria che li circonda”, e soltanto l’amore li può allontanare. Ecco che l’autrice inserisce frammenti di se stessa nei libri, fa provare a Harry il suo stesso dolore, e gli fa trovare un’ancora di salvezza nelle persone che gli vogliono bene. Ron e Hermione, fondamentali nei romanzi più che nei film, pronti a seguirlo ovunque e tirarlo fuori dai guai. E se da un lato Harry, come suo padre, ci appare coraggioso, ma testardo e a tratti incosciente, l’affetto incondizionato di Ron e l’intelligenza sopraffina di Hermione sono la chiave di volta di una struttura romanzesca perfetta. I buoni non sono mai privi di difetti, non sono infallibili, commettono errori, cadono e si rialzano, perché prima di essere maghi sono innanzitutto esseri umani. E l’altra faccia della medaglia mostra che i cattivi non sono sempre perfide macchine, ma a volte hanno anche paura, e altre volte si pentono del male che hanno provocato. Quello che salta all’occhio è proprio questo. Quello che fa innamorare i lettori, e continuare a leggere dei romanzi più volte definiti “libri per bambini”, è proprio l’abilità creativa della Rowling, che non lascia niente al caso, non l’intreccio, che si va complicando nel corso dei romanzi, non l’ambientazione, descritta in ogni dettaglio in maniera suggestiva, e nemmeno i personaggi, calati nella realtà senza perdere la propria dimensione. I primi due romanzi sono avvolti da un’aura felice, la penna indugia sulla descrizione di Hogwarts, sulle prime lezioni di magia, sulle piccole avventure, sulle liti infantili con Draco Malfoy, sui primi legami sinceri di Harry con il mezzogigante Hagrid, e con Albus Silente, il preside della scuola. Ma in parallelo con la crescita dei protagonisti, lo stile dei romanzi cambia, il linguaggio appare più maturo, gli argomenti trattati si fanno più profondi, le descrizioni sono più rade, e i sentimenti, i sogni, i pensieri cupi prendono il sopravvento. E se è vero che Voldemort si sta preparando a tornare, questo spiega perché i luoghi siano più scuri, inquietanti, tenebrosi, e perché la paura, tenuta sempre nascosta, cominci ad emergere. Non mancano i momenti drammatici, il ricordo della morte dei genitori di Harry, ispirato dalla scomparsa della madre della stessa J. K. Rowling, e la fine di Albus Silente, un’icona della scuola di Hogwarts, e il primo adulto ad essersi preso cura di Harry come avrebbe fatto un padre. Sono pagine che ti strappano qualche lacrima, perché la bravura della scrittrice ti fa affezionare ai personaggi, ti fa capire i loro sentimenti e ti fa sentire la loro stessa mancanza e il loro senso di vuoto. L’ultimo romanzo chiude una storia durata sette lunghi anni, e la chiude dando una spiegazione inequivocabile a tutti gli eventi trascorsi. Viene riabilitata la figura di Severus Piton, antagonista apparente tramutato in eroe, anch’egli salvato dall’amore, un sentimento che non è mai stato in grado di confessare, ma che lo ha fatto pentire dei suoi errori del passato. Viene anche detto addio a una delle figure più buone di tutti i romanzi, l’elfo domestico Dobby, liberato dalla schiavitù a cui era sottoposto per natura, e fedelissimo amico di Harry: morirà per salvarlo, e sarà compianto e seppellito con la dignità di un uomo. E’ sempre l’ultimo romanzo che mostra la reale crescita di un altro mago, Neville Paciock, fino ad allora dipinto come un ragazzo goffo, smemorato, e dotato di scarse abilità magiche, mentre nel contesto di guerra del settimo libro dimostrerà coraggio e determinazione, rivelandosi fondamentale durante la battaglia finale. Tutto ha una ragione, e la verità è che Harry e Neville non sono poi tanto dissimili l’uno dall’altro. Cresciuti senza genitori, Harry li ha visti morire, mentre Neville ha assistito alla loro tortura, che li ha portati alla pazzia. E la profezia, quella che ha designato Harry come il prescelto, come colui che potrà soltanto sconfiggere Voldermort o morire per mano sua, quella stessa profezia non aveva fatto alcun nome, e il prescelto avrebbe potuto essere Neville, ben diciassette anni prima. I romanzi della saga sono come un cerchio che si chiude su se stesso, in cui ogni filo conduttore ritrova la propria origine, e ogni personaggi può finalmente ricominciare a vivere. Il futuro viene soltanto accennato, in un ultimo capitolo che conclude la saga, con un punto fermo che spegne il desiderio dei fan di leggere nuove avventure del maghetto più famoso dell’Inghilterra. Ma forse è giusto così. Harry Potter resterà nei cuori di intere generazioni, e gli insegnamenti che la Rowling è riuscita a trasmettere, l’importanza dell’amore, la forza dell’amicizia, il valore del coraggio, saranno per sempre contenuti in quelle pagine, a disposizione di chiunque vorrà leggere la saga per la prima volta, e di chi vorrà rileggerla da capo, perché ne sente la mancanza.

23 pensieri su “Ho letto la saga di Harry Potter

  1. Oh bene, della serie “meglio tardi che mai”. Probabilmente i primi due libri sono “per bambini” ma poi come hai constatato tu c’è una evoluzione di stile, di atmosfera che evolve con la crescita dei protagonisti e la loro consapevolezza di maghi e persone. Il “lato oscuro” sempre dietro l’angolo…

      • Più che generi diversi cambia proprio il target a cui è rivolto, Harry Potter, per quanto sia una saga a cui sono affezionato essendoci cresciuto, lo si può considerare un modo efficace per “iniziare” una persona al fantasy e adatta a persone di ogni età, al contrario Tolkien è volto a cultori del genere fatti e finiti, infatti un bambino difficilmente potrebbe apprezzarlo o comprenderlo pienamente

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