Penny celebrity masterchef

Partiamo dal presupposto che sono una mezza fanatica dei programmi di cucina, dai tappabuchi che mandano in onda all’ora di pranzo fino al seguitissimo e celeberrimo Masterchef. E partiamo anche dal presupposto che il mio miglior piatto stellato è una pappa al pomodoro Barilla. Sono la pecora nera della famiglia, cresciuta con un babbo che passerebbe le giornate ai fornelli, con una zia che cucinerebbe per un reggimento, con una mamma che fa una torta alla settimana, con una nonna regina dei sughi e dei secondi, e con uno zio che ha la casa piena di ricettari. Non potevo nascere cuoca, era già scritto. Diciamo che me la cavo, sopravvivo, non ho ancora incendiato niente, potrei campare a piatti di pasta e teneroni in padella per tutta la vita, ma se c’è da sperimentare non mi tiro indietro. La mia prima ricetta originale l’ho creata a dodici anni: rotolini di prosciutto crudo e sottiletta scaldati. Dei mattoncini di sale. Per le successive cinque ore mi ritrovavo in bocca il deserto del Sahara, al che ho decretato fallito l’esperimento e ho appeso al chiodo il mio grembiule lindo e pulito. Però ho continuato a studiare. Eh sì, il forno a microonde ad oggi non ha più segreti per me. Ci ho riscaldato tutto, minestre, spezzatini, contorni, fette di pane, una volta anche il gelato, e in due minuti il mio pranzo era pronto. Colloso ma pronto. Ma poi diciamocelo, alle due del pomeriggio, con una fame assassina e dopo sei ore di scuola, andrebbe bene anche un tronchetto di legno abbrustolito. Ben vengano gli gnocchi della domenica tornati allo status di patate. Con il passaggio alle scuole superiori ho deciso che avrei imparato a cucinare la pasta. Niente di più facile e soddisfacente, basta una pentola d’acqua, un po’ di sale, il pacco di spaghetti e un sugo pronto. Da quel giorno la mia vita è stata completa. Ho cucinato piatti di pasta per chiunque venisse a casa mia, come se fosse la gentile offerta di un ristorante stellato, mettendoci tutto l’impegno del mondo nel mescolare, nel condire, nell’assaggiare senza ustionarmi la lingua. L’evoluzione dei sughi pronti sono state in primis la pasta in bianco (olio e parmigiano come se piovesse), in secundis un sughetto con pesce spada affumicato che risulterebbe illegale in trenta nazioni. Poi ho imparato – per pura necessità di sopravvivenza – le cotture alla griglia di petto di pollo e hamburger di manzo, il che ha richiesto una serie di interventi con lo scalpello per staccare la carne dalla padella. So cuocere anche i contorni surgelati, quelli misti con i pezzettoni di patate che rimangono crudi, le zucchine che si bruciano in tre minuti e le carote che non cambiano mai colore. So fare le uova sode! Non me ne vengono due uguali neanche in cento tentativi, ma per ora non ho mai avvelenato nessuno. E non serve specificare che le insalatone sono un’altra delle mie specialità: ci sbatto dentro, oltre alle uova sode, anche mezzo frigorifero, tra una scatoletta di tonno, un pomodoro, dei pezzi di parmigiano irregolari, e dei crostini ricavati sbriciolando i crackers. Da quando ho poi scoperto il forno serio, quello che scalda e non rende i piatti radioattivi, ho dato prova di sapermela cavare con una pietra miliare dell’arte culinaria: signore e signori, i sofficini Findus. Quei triangoli impanati e ripieni di lava incandescente che ti vendono in confezioni formato convenienza, al che tu ti riempi il freezer di sofficini e sei a posto per la stagione.

In conclusione si potrebbe dire che io mi nutra, ma che non sia brava a inventare ricette. Anzi, lo si può affermare proprio con certezza. Faccio schifo. E pensare che seguo assiduamente i vari programmi di cucina, e vedo gente che dal nulla ricrea lasagne e ravioli ripieni di ogni bene, gente che sfiletta pesci inquietanti, gente che impasta farine del Madagascar e oli giapponesi per ricavarci del pane. Da parte mia solo ammirazione. Dovreste provare a guardare qualche puntata di Masterchef, e vi sfido a sentirvi dei geni in cucina dopo aver visto i piatti che vengono serviti. Per carità, parliamo di alta cucina, quella fighetta, che serve un boccone in un piatto da portata, e che si fa pagare cinquanta euro per tre penne al sugo. Ma in una qualsivoglia puntata di Masterchef accadono i miracoli. Persone che tirano fuori una ricetta da due gamberi, un vasetto di clorofilla, una spolverata di cacao e un mango, gente che cucina midollo di tonno e katsuobushi, aspiranti cuochi che si abbarbicano tra funghi enoki, camomilla, fegatini, tofu, latte di cocco e ciliegie. Ciaone. Tu li vedi belli tranquilli, con cinque pentole sul fuoco, un frullatore a immersione, una pentola a bagnomaria, una ciotola per l’affumicatura, una pasta stesa a mattarello, e nessuno che vada nel panico. Io a mala pena mi azzardo a scaldare il sugo mentre cuoce la pasta. Poi sono fantastici gli chef stellati che portano le loro creazioni, e i concorrenti che le guardano manco fossero opere d’arte del Louvre. C’è quello che fa i brodetti colorati, quello che impiatta i fiori, quello che è andato alla ricerca degli agrumi esotici, e ti serve una mano di Buddha o un limone caviale come se fossero bistecche. C’è quello che fa i panini gourmet, quello che scompone la pizza, quello che fa le tagliatelle con le seppie crude, quello che cuoce il pesce in un cubo di argilla. Fantascienza. Poi ti servono un pugnetto di roba, con una salsina sul fondo, una spuma di aria caraibica, una cialda infilata ad cazzum, e te la fanno pagare un rene umano alla volta. E anche qui, per carità, solo ammirazione. A volte li guardo inebetita perché non so neanche che ingredienti stiano cucinando, figuriamoci se so cosa stiano facendo. In venti minuti questi stendono la pasta a mano, preparano il sugo da zero, si inventano una salsina, e io sono ancora lì a contare quante uova ci vadano nell’impasto. Doppio ciaone. Poi i giudici assaggiano una briciola di quel pugnetto di roba, e si mettono a disquisire sui contrasti, sull’uso del sifone, sulla caramellatura, e mi sembra di assistere a una conferenza di astrofisica avanzata. È qui che mi arrendo definitivamente, e torno a leggere i minuti di cottura degli spaghetti sulla confezione.

La cucina non fa per me. Ma neanche quella basilare. Ma neanche una frittata, perché non so come si gira sulla padella. Ma neanche un uovo in camicia, che ho visto fare in tre minuti mentre a me si è sciolto nella pentola. Una volta con una mia amica abbiamo cenato con i würstel: li abbiamo presi a manate, sbattuti in padella e serviti così, come grissini. Al diavolo l’impiattamento fighetto. Un’altra volta un’altra mia amica mi ha invitata a pranzo, e mi ha servito le tagliatelle del giorno prima saltate in padella. Si chiamano proprio così, “tagliatelle del giorno prima”, è la ricetta. Poi ho anche amiche che in cucina si dilettano, e in vacanza sfornano melanzane alla parmigiana, zucchine pasticciate e sughi al tonno che neanche al ristorante. Diciamo che non esistono tante vie di mezzo, ma nel dubbio, quando gli altri cucinano, io mi offro sempre di lavare i piatti. Oh, quello lo so fare! Beh… l’ultima volta ho rotto un solo bicchiere e scheggiato un piatto. Sono brava o no?

12 commenti Aggiungi il tuo

  1. J ha detto:

    La mia anima ha lasciato il corpo sui wurstel presi a manate, una scena devastante 🤣🤣🤣
    A volte capita di guardare quelle trasmissioni e la domanda che mi sorge è sempre la stessa: ma poi, alla fine, chi cacchio lava le 7 pentole che hanno usato per cuocere un uovo al tegamino?

    1. Ehipenny ha detto:

      Bella domanda 😂😂😂 ma anche chi fornisce loro le erbe di machu picchu o i frutti del Madagascar appositamente per loro

  2. illettorecurioso ha detto:

    Ahaha direi che ognuno ha le proprie qualità 🤣

    Io ho fatto la scuola alberghiera, quindi me la cavo in cucina, però odio cucinare, quindi non lo faccio quasi mai!

    1. Ehipenny ha detto:

      Allora non è la mia qualità 😂

  3. loredana ha detto:

    Abbasso i programmi di cucina, specie quando si arriva ALL’IMPIATTAMENTI, parola orribile per cui in un piatto enorme si mette una forchettata di spaghetti arrotolati con arte, ma che arrivano in tavola desolatamente freddi, se va bene appena tiepidi. Gli spaghetti devono essere caldi, abbondanti e con un aspetto rustico, direi quasi “spettinato” . Poi ci vuole pazienza, dedizione, provare e riprovare e, aggiungo, un marito che faccia da cavia 😂.

    1. Ehipenny ha detto:

      Guarda sugli spaghetti mi fai venire in mente un impiattamento di Masterchef, praticamente parliamo di una vera e propria forchettata, cioè hanno servito la forchetta con gli spaghetti già arrotolati 😂 io so’ da piattone con il sugo che deborda hahah

  4. Kikkakonekka ha detto:

    Io a livello culinario sono solo in grado di sopravvivere, con grandi pastasciutte e prodotti surgelati da preparare in pochi minuti.
    Guardo qualche volta Masterchef (le repliche) ma solo per curiosità, dato che in cucina è meglio che io non faccia esperimenti.

    Mio figlio (oggi 17enne, al tempo 15enne) fece un esperimento mentre era a casa da solo, ed a momenti incendia la casa.

    1. Ehipenny ha detto:

      Noto con piacere che allora non sono l’unica avversa agli esperimenti 😅

      1. Kikkakonekka ha detto:

        Ed adoro i sofficini.

  5. Micio Alpha ha detto:

    4 Penny in padella Findus 😂😂😂😂😂😂😂🐷

  6. fulvialuna1 ha detto:

    Mia figlia solo piatti pronti, quando io e mio marito ci allontaniamo, freezer stracolmo, non ama cucinare, però se la cava nel riscaldare. Io vengo da una famiglia di cuoche eccelse, amo cucinare, mia sorella assolutamente no, credo sia single anche per questo (scherzo). Non si usa il microonde n casa, divieto assoluto, per una serie di motivi.
    Non ho mai visto un programma di cucina, mi annpoiano a morte.
    (sfrutta la cucina delle donne di casa, va sempre bene 😉 )

    1. Ehipenny ha detto:

      Beh dai anche riscaldare è un’arte! Quando in famiglia si hanno cuochi o cuoche è sempre una bella fortuna😘

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