Settantesimo Festival di Sanremo: considerazioni semiserie

Si è già concluso il settantesimo Festival della musica italiana. Un appuntamento annuale, preceduto dalle doverose polemiche, chi è quello lì, ma doveva cantare quello là, ma doveva condurre Tizio, ma io preferivo caio. Alla fine abbiamo ascoltato le 24 canzoni in gara, abbiamo giudicato senza pietà, abbiamo commentato gli abiti diversamente sobri meglio di Enzo Miccio, e siamo giunti al termine. Sì, al termine di un Festival che è stato – diciamo così – un varietà. Il Festival dei siparietti non richiesti, delle pause pubblicitarie e sì, anche della musica italiana.

È stato come sempre il Festival del gap generazionale. Da Rita Pavone e Michele Zarrillo a tutti quegli ex-concorrenti dei talent che giuria demoscopica e sala stampa hanno piazzato in fondo alla classifica. Poi loro: Achille Lauro ed Elettra Lamborghini. I più commentati, i più criticati, i più osannati e, ahi noi!, le icone rappresentative di questo Festival. C’è chi li ama e c’è chi li odia, roba da far scatenare una guerra fredda. Ma nel dubbio, io sono rimasta ferma al momento twerking della Lamborghini sul palco dell’Ariston, e alla raccapricciante visione dei completi di Achille Lauro: prima la tutina aderente e sbrilluccicosa color carne, poi l’abito rubato a David Bowie, poi ancora un cigno nero che voleva sembrare la Marchesa Casati, e infine un incrocio tra la donna barbuta e la regina Elisabetta. Non mi sono più ripresa. Ma andiamo avanti.

Questo è stato il Festival del pubblico vip in prima fila: il figlioletto di Amadeus, Cristiano Malgioglio, Novak Djokovic, Cristiano Ronaldo. È stato il Festival delle mitiche scale di Sanremo, protagoniste indiscusse dell’entrata di cantanti e ospiti: Albano stava per volare con la faccia a terra, a Sabrina Salerno si è incastrato il tacco, Ghali ha simulato una caduta mortale che ha fatto infartare l’intera platea. È stato anche il Festival delle vallette di Amadeus, di Fiorello onnipresente come una mosca, di Tiziano Ferro che ha omaggiato alcune delle più belle canzoni italiane della storia di Sanremo. È stato il Festival di Beppe Vessicchio, atteso come si attende la nazionale di calcio italiana.

È stato anche il Festival dei monologhi importanti, che avrebbero meritato ben altro spazio, ma che sono stati piazzati intorno alla mezzanotte. È stato il festival di Rula Jebreal, che nessuno voleva sul palco, ma lei ha deciso di intervenire, e lo ha fatto con un monologo da brividi. Ha raccontato con coraggio le violenze subite dalla madre, e ha parlato in difesa di tutte le donne sole, silenziose, in cerca di un rifugio sicuro. La standing ovation più meritata della settimana. È stato il Festival di Roberto Benigni, e del suo monologo di trenta minuti sul Cantico dei cantici. Discutibile la sua maniera di trasformarlo in un’opera porno, per poi arrivare a dirci che l’amore è universale, e che qualcuno lo aveva già scritto centinaia di anni fa. Perchè Benigni è cosi, può piacere o meno, ma sa di che cosa parla, e a modo suo è provocatorio, criptico, ammaliante.

Ed è stato certamente il Festival degli ospiti, che hanno cantato almeno mezzo concerto ciascuno. Mika, Lewis Capaldi, Dua Lipa, e poi i capostipiti della musica italiana verace: Albano e Romina, i Ricchi e poveri, Gigi D’Alessio, Sabrina Salerno, mio nonno s’è messo gli occhiali da sole per guardarseli in bianco e nero. Sembrava la fila degli anziani alle Poste per ritirare la pensione.

È stato il Festival delle liti all’ultimo sangue. Prima Tiziano Ferro, che ha lanciato scherzosamente l’#fiorellostattezitto all’una di notte, anche lui in crisi come il pubblico davanti alla televisione, ma Fiorello l’ha presa male e lo ha accusato di bullismo e incitamento all’odio. Soltanto dopo le pubbliche scuse, un duetto e un bacio a stampo sacrificale, è tornato il sereno come se niente fosse mai accaduto. Poi è nato il caso Morgan e Bugo, un duo che è letteralmente esploso a meno di ventiquattr’ore dalla finale: dopo aver minacciato di non esibirsi nella puntata delle cover, venerdì sera Morgan si è presentato con un foglietto, ha cambiato il testo del brano in gara offendendo Bugo, e Bugo lo ha abbandonato sul palco a metà canzone. E’ stato il picco del dramma. Amadeus è andato in cortocircuito, Fiorello è intervenuto con decisione convinto che qualcuno si fosse sentito male, e chiedendo non troppo velatamente: Ma chi è Bugo?. Pare che fino all’alba Bugo sia stato più ricercato di un pluriomicida. Testimoni raccontano di sputi, morsi e offese, un Bugo incavolato nero nell’attrezzeria dell’Ariston, e un Morgan in fuga. Questa è storia.

Ma è stato anche il Festival degli artisti in gara, e questo non si può negare.

Come sempre accade, le canzoni che piacciono a me non vincono mai. Neanche tra le nuove proposte. Ho apprezzato la vittoria di Leo Gassman, quel ragazzo pulito e determinato, con una voce matura, che sta cercando in tutti i modi di liberarsi da quel cognome scomodo, ma io facevo il tifo per Tecla, che a soli sedici anni ha presentato un bel testo carico di significato.

Ci vuole forza e coraggio
lo sto imparando vivendo
ogni giorno questa vita
La verità, siamo candele nella notte
a illuminare mentre la gente chiude porte
nei maglioni lunghi a nascondersi nel niente
dagli sguardi di chi resta indifferente
Abbiamo dato troppo e poco ci è concesso
certe lacrime non chiedono permesso
nello specchio, negando l’evidenza
chiamarlo amore quando è solo dipendenza

Dei 24 cantanti in gara, poi divenuti 23 con la squalifica di Bugo e Morgan, il mio personalissimo podio lo avrebbe dominato Levante. Un brano impegnato, di non facile comprensione, che esalta la diversità e il coraggio di non uniformarsi agli altri. Testo di Levante, musica di Levante, a riprova di come un’artista completa riesca a mettere tutta se stessa in una canzone. Ma difendere il proprio lavoro, esprimere le proprie idee, affrontare i giornalisti a costo di risultare polemici, si paga. Per lo meno sul palco di Sanremo. Per lo meno se a giudicare sono anche gli stessi giornalisti che del brano non avevano capito niente.

Hey tu, anima indifesa
Conti tutte le volte in cui ti sei arresa
Stesa al filo teso delle altre opinioni
Ti agiti nel vento
Di chi non ha emozioni
Mai più, è meglio soli che accompagnati
Da anime senza sogni pronte a portarti con sé, giù con sé.
Laggiù, tra cani e porci,
Figli di un Dio minore pronti a colpirci
Per portarci giù con sé, giù con sé.
Noi, siamo luci di un’altra città
Siamo il vento e non la bandiera, siamo noi.
Noi, siamo gli ultimi della fila
Siamo terre mai viste prima, solo noi

(da “Tiki bom bom”)

Una bellissima scoperta è stata anche Rancore, giustamente premiato dalla critica per aver portato sul palco il miglior testo. Il suo è un testo esclusivamente da ascoltare, da comprendere, magari anche da rileggere, un testo che gioca con le immagini del paradiso perduto, e in cui la mela, nelle sue mille forme, diventa un simbolo, il simbolo delle scelte dell’uomo e dei cambiamenti della storia.

Noi stacchiamo la coscienza e mordiamo la terra
Tanto siamo sempre ospiti in qualunque nazione
Chi si limita alla logica è vero che dopo libera la vipera alla base del melo
Che vuole…
Quante favole racconti che sappiamo già tutti
Ogni mela che regali porta un’intuizione
Nonostante questa mela è in mezzo ai falsi frutti è una finzione
E ora il pianeta terra chiama destinazione

[…]

La freccia vola
Ma la mela è la stessa
Che resta in equilibrio
In testa ad ogni figlio
Come l’Eden
Come l’Eden
Come l’Eden, prima del ‘ta ta ta’
Come prima quando tutto era unito
Mentre ora cammino in questo mondo proibito

(da “Eden”)

Non so se avrei consegnato la vittoria a Diodato, a Francesco Gabbani o ai Pinguini Tattici Nucleari. Un bel podio, tre artisti diversissimi, che forse, arrivati a quel punto, avrebbero meritato di condividere il premio tutti insieme.
Però chiamerei per un ulteriore applauso Tiziano Ferro, per il coraggio nell’aver interpretato dei colossi della musica italiana, da “Almeno tu nell’universo” di Mia Martini a “Perdere l’amore” in duetto con Massimo Ranieri. Perché magari lo ha fatto sbagliando qualche nota, con emozione e comprensibile paura, ma con altrettanto rispetto per i grandi artisti che sono venuti prima di lui. Non è da tutti chiedere scusa tra le lacrime per non essere riuscito a cantare come avrebbe voluto.

Poi avrei chiamato Antonio Maggio e Gessica Notaro, che hanno cantato un brano che è un esempio di grande coraggio e forza d’animo, per una donna che è stata sfigurata al viso, ma che non ha mai smesso di lottare mettendoci la faccia.

E adesso guardami invece tu,
e dimmi se mi riconosci
Lo so che sono un po’ cambiata
ma se ti impegni un po’ ci riesci
Potevi sciogliermi i dubbi che avevo
o i miei capelli a sentirmi più bella
Però mi hai sciolto il sorriso ma io
ho quello di riserva

[…]

E ho imparato che i baci non mordono,
che gli abbracci più forti guariscono
che la vita é uno spazio da conquistare
finché te ne rimane
E ho imparato persino ad amare
anche se non é stato facile
Devi salvare la faccia e il cuore
La faccia e il cuore

E infine avrei chiamato Christian Pintus, lui che ha raccontato il dramma di Paolo, malato di Sla da quando aveva ventidue anni, privato del proprio corpo, della propria indipendenza, eppure ancora pieno di amore, di sogni, di voglia di vivere. E lo ha fatto con una canzone, un brano rap che merita di essere ascoltato.

Piacere sono Paolo
ho fretta di raccontare
scusatemi la voce
da casello autostradale
sognavo di fare lo chef ci sono riuscito
vedermi con la sedia a rotelle ti ha infastidito?

Questa malattia fa paura vista fuori
ho lottato pure quando ho perso i sapori
ho guidato un drone nel cielo
ho parlato al g8
e ora canto a Sanremo

Sono la montagna che va da Maometto
pur restando disteso nel letto
per volare mi bastano gli occhi
quelle volte che il mondo sta stretto

Questi sarebbero stati i miei vincitori ma, come ho detto, i miei preferiti non vincono mai. Lo so già, sin dal primo ascolto. Me ne farò una ragione, perché in fondo Sanremo dura meno di una settimana, mentre la musica… beh, quella è per sempre. Buona musica a tutti!

4 pensieri su “Settantesimo Festival di Sanremo: considerazioni semiserie

  1. Grazie! Per avermi illuminata sui testi e sulle presenze con competenza e gradita critica. Del festival ho visto solo I ricchi e poveri, e Cristiano Pintus, entrambi mi hanno emozionata! Poi mi hanno inviato il video integraledi Benigni e sono rimasta basita. Credo di aver perso un programma davvero buono. Peccato. Mi rifarò il prossimo anno. Buona serata.

    • Grazie a te! Devo dire che questa è la prima volta che seguo cosi tanto Sanremo, anche se le canzoni le ascolto sempre. È stato un programma buono, hanno saputo catturare gli spettatori pur finendo a notte fonda e questo è già tanto. Certo non sono mancati i momenti “evitabili” ma nel complesso è stato un bello spettacolo 🙂
      Un abbraccio

  2. Non volermene se ti lascio un commento che suona polemico..
    Ho molto da ridire sul festival in generale ..e su questo in particolare. Penny..
    Innanzitutto c’è il giro di denaro vergognoso: la RAI e i conduttori intascano molti soldi e pensando alla gravità della situazione lavorativa italiana è eticamente insostenibile.
    Inoltre lasciami dire che in 1 piano ci sono sempre stati i vip, inoltre col passare del tempo noto una maggiore ipocrisia da parte di chi organizza; c’è una marpioneria nel far credere di essere coloro che fanno il bene della crescita degli spettatori.
    Tutto è buono per fare spettacolo..

    • Come negare tutto quello che dici… non credo nel Festival come celebrazione della musica italiana, per lo meno non come lo era in origine… è vero che circolano talmente tanti soldi che non sappiamo neanche come sono fatti, in tutta la televisione è così, e il festival è televisione.. lo guardo come intrattenimento e come spunto, nulla di più
      Un sorriso 😘

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