Festival di Sanremo VentiVenti

La sacra settimana del Festival è un rituale, non c’è che dire. Un festival di cui si parla con mesi di anticipo, e tutti si sentono improvvisamente critici musicali, conduttori, registi, magari anche direttori d’orchestra. E le dieci vallette non vanno bene perché son troppe e tutte belle, e Rula Jebreal neanche perché odia gli italiani, e Rita Pavone è vecchia e sovranista, e Junior Cally ha scritto una canzone che inneggia al femminicidio. Alla fine Amadeus ha fatto il cavolo che gli pareva, si è tenuto le vallette, Rula Jebreal, Rita Pavone e pure Junior Cally.

Ammettiamolo, per i primi minuti Amedeo sembra un motore diesel, inizia in sordina, con una giacca impanata di lustrini, e si muove sul palco come un busto di marmo con le ruote. Ma l’ingresso di Tiziano Ferro riesce a scongelare la situazione: il grande Tizianone nazionale apre il Festival con Volare di Modugno, si commuove cantando Mia Martini, duetta con Massimo Ranieri su Perdere l’amore, e con di sereee neeereee tutti gli spettatori sono in ginocchio davanti al televisore, col fazzolettino in mano. Insomma, la spontaneità di Tiziano è direttamente proporzionale alla sua potenza vocale, una combo che da sola potrebbe benissimo reggere il Festival fino alle tre del mattino.

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Così aveva detto e così ha fatto, Amadeus accoglie le sue vallette in abiti pomposi, scollati e lunghi cinque metri con un iconico “Sei bellissima, te lo posso dire?”, puntuale anche se scendesse la figlia del ragionier Fantozzi. Frecciatina? C’è poco da dire su Diletta Leotta, il protagonista è senza dubbio lo strascico del suo vestito risorgimentale.

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Riuscitissime le conduttrici del TG1, che più che un cantante sembra stiano per annunciare un servizio di cronaca nera. E che dire di Sabrina Salerno, rimasta bloccata a metà scala per un tacco incastrato? Ah, il karma…

Ma parliamo un po’ di queste scale, queste temutissime scale, che gli uomini scendono con balzi regolari e un doppio salto carpiato dal terzultimo gradino, mentre le donne… Beh, loro ci pensano su. Si fermano in cima e guardano in basso, misurano la pendenza, riflettono, con il terrore negli occhi, con lo sguardo concentrato di chi deve scalare l’Himalaya, poi sollevano il vestito a due mani e si buttano. Sì, proprio si buttano, si buttano sul primo gradino. UNO. Li contano. DUE. ODDIOCADOTRE. Contano i passi che le allontanano dalla morte. Ansimano. Arrivano in fondo sudate, tese, quasi commosse. Che poi, mi chiedo io, ma se ‘sta scala fa così paura, che bisogno c’è di mettersi i trampoli sotto i piedi, con dei tacchi a spillo che paiono i coltelli da cucina di Carlo Cracco?

Unica eccezione: Levante, che con un paio di tacchi di piombo incastonati di pietruzze, scende le scale di corsa come se c’avesse la torta in forno. Rimane il dubbio sulla sua postura a novanta gradi perdurata per tutti i quattro minuti della canzone. Quasi quasi potevo sentire mia madre che dall’altra stanza le diceva stai dritta, che poi da vecchia le paghi tutte!

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Ma al di là delle paranoie femminili, risolvibili semplicemente entrando sul palco in ciabatte, il più sofferente del Festival è sempre il conduttore. Poveraccio, analizzato a fondo, tenuto sotto osservazione, criticato al primo nome sbagliato. Io le capisco le ansie dei conduttori, quelle sì che sono ansie vere. E ricordati la mattonella precisa da cui devi annunciare i concorrenti, e sistema le vallette come pedine degli scacchi perché loro non sanno dove andare, e porta i fiori alle donne prima che scappino dal palco, e imparati i nomi di tutti i direttori d’orchestra (no, non basta Beppe Vessicchio),

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e annuncia trentacinque pause pubblicitarie a serata, e sopporta un Fiorello che non si schioda dal centro del palco e ti parla pure sopra. In tutto questo devi mantenere anche un certo rigore, non dico da cerimonia a Buckingham Palace, però… Ecco, ci vuole una buona dose di serietà. Qualunque cosa succeda. Anche se Achille Lauro si denuda sul palco, anche se Albano rischia di volare giù dalle scale, anche se proiettano una gigantografia della tua faccia di trent’anni fa.

Poi ci sono i monologhi. Ah, i monologhi! Roba da far concorrenza al Presidente della Repubblica. Sono sempre toccanti, i monologhi. Nel più allegro dei casi, si parla della fame nel mondo. Poi la guerra, i femminicidi, la migrazione, l’unione dei popoli, un inno all’amore che non può mai mancare, pare la sagra degli argomenti paraculi, passatemi il termine. Paraculi ma fatti bene, ci mancherebbe. Perchè poi quando sta per iniziare il monologo lo senti, lo percepisci proprio. Tutti si ritirano, le luci si abbassano, cala un silenzio generale, ‘che potresti sentire il Tizio in ultima fila soffiarsi il naso, e infine entra l’ospite, dieci minuti per scendere le scale, e quello si siede a caso su qualche mobilio e inizia a parlare. Tipo Maria De Filippi, questa è la storia di un barcone…

Ma a parte gli scherzi, i monologhi sono stati per ora tra i momenti più toccanti del Festival. Rula Jebreal ha raccontato la storia di sua madre, vittima di violenza e troppo fragile per combattere, ergendosi in difesa di quelle donne che non hanno trovato un rifugio. Paolo Palumbo, giovanissimo, malato di Sla, ha lasciato parlare la voce robotica dei macchinari, e ci ha donato un messaggio pieno di vita, di voglia di fare, di amore, una lezione che tutti dovremmo più spesso ricordare.

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Niente da dire neanche sugli ospiti di questo Sanremo. A partire da un duo che ha venduto milioni di copie, che ha fatto sognare, che resterà per sempre nella storia della musica, signore e signori, Lady Gaga e Bradley Cooper! Ah, no. Scusate. Errore mio. ALBANO CARRISI E ROMINA POWER! Ecco, ora ci siamo. Dopo quarant’anni sono ancora qui, presenti in ogni programma televisivo 365 giorni all’anno, sempre vestiti uguali, lui col cappello da spiaggia e lei col poncho da matrona. E il pubblico irriducibile con la mano sul cuore: felicitààà, è un bicchiere di vino con un panino la felicitààà! Nostalgia nostalgia canagliaaa!

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Poi un gruppo di irriducibili che si è riunito per l’occasione, un pezzo importante della discografia mondiale, un fenomeno intergenerazionale, signore e signori, gli Abba! Ah, no. Scusate di nuovo. Sempre errore mio. I RICCHI E POVERI! Ora si ragiona. Mamamamammamariaaaa! E parte un trenino in sala stampa ‘che Capodanno se lo sogna. La prima cosa bellaa avuta dalla vitaa è il tuo sorriso giovane sei tuuu! Me so’ commossa.

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Giusto in tempo per l’entrata di Gigi D’Alessio, il Gigione nazionale dei Capodanni in piazza e dei concerti estivi. Il Gigi delle ballate romantiche neomelodiche al pianoforte, ‘che me lo immagino benissimo sotto una finestra a cantare una serenata. Relegata a notte fonda Sabrina Salerno con l’immortale Boysboysboys, lei che c’ha cinquant’anni ma invecchia meglio di Jennifer Lopez e Shakira in abitini succinti e paillettes.

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Io poi considero al pari degli ospiti gli spettatori del pubblico nell’area vip, primo tra tutti Cristiano Malgioglio, vestito da poltrona dell’Ariston e acclamato più di Ronaldo allo Juventus stadium. Bastava un’inquadratura panoramica per vederlo, un puntino rosso fuoco in mezzo a giacche e cravatte nere da becchini.

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Secondo a Malgioglio solo Novak Djokovic, arrivato in fretta e furia dall’Australia apposta per il Festival, e chissenefrega della coppa del torneo di tennis, del ritorno al primo posto in classifica, si è cambiato in aereo ed è arrivato apposta per noi. Un Novak tutto intimidito è stato invitato sul palco, attratto a mo’ di calamita sfruttando una racchetta, e ci ha regalato una delle performance migliori in settant’anni di storia di Sanremo: Terra promessa di Eros Ramazzotti. Non ha preso una nota che fosse una, stonato come una campana, ma con il fervore di chi è ad una serata karaoke con gli amici: è stata pura poesia.

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Ma che dire dei cantanti in gara? Qua si parla di evento epocale, signore e signori. L’incontro esplosivo tra generazioni, tra fazioni politiche, tra generi musicali, tra elementi fuori di testa e cantautori con la chitarra. Menzione d’onore per Rita Pavone, che resuscitata dalle tombe egiziane, è stata vestita da circense e piazzata a cantare una canzone rocketara violenta (si narra che Amadeus la aspettasse col defibrillatore in mano). Il risultato è quello di un film horror sull’invasione di corpi demoniaci posseduti.

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Achille Lauro, invece, ha preso la prima cosa che si è trovato tra le mani: un mantello regale di tessuto per tappeti placcato oro, e si è presentato sul palco. Probabilmente accaldato, alle prime note della canzone si è denudato, rimanendo in tutina sbrilluccicosa color carne ‘che manco le calze contenitive fanno un tale effetto salsiccia. Aiuto.

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Nota a margine: leggo una moltitudine di commenti euforici che si permettono di paragonare Lauro a David Bowie per via della tutina. Mi auguro che ciò sia dovuto a uno shock cerebrale e che domani siano tutti rinsaviti.

Quindi è venuto il momento di Elettra Lamborghini, annunciata dal coro in maniera sobria e per nulla egocentrica: Eeeeeleeettraaah, Elettra Lamborghini! Notevole l’abito, dello stesso tessuto di Achille Lauro, ma con l’installazione di due spolverini Swiffer sugli stinchi ‘che manco le tende del mio salotto. Da dimenticare la canzone, impossibile da cancellare il momento twerking sul palco dell’Ariston. Un sacrilegio.

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Tra i cantanti non manca mai la quota talent di Maria De Filippi, che annualmente fa scorta di giovani under 25 e li sistema meglio di un centro per l’impiego. Non mancano nemmeno le canzoni d’amore smielate, baciami, abbracciami, ho bisogno di teeee, se mi lasci sto maleee! Abbiate pietà. Una regola fissa però c’è: quando le aspettative sono alte, la probabilità che il brano faccia schifo sfiora il 100%. E tu aspetti, perché col culo che c’hai sarà sicuramente in fondo alla scaletta, aspetti, e sopporti i trenta interventi di Fiorello, la settantesima pubblicità della Tim scivolascivolascivolascivola, le inquadrature inutili sul pubblico mentre sistemano il palco, e per cosa? Un obbrobrio. Non spegni il televisore solo per orgoglio, ma sei ferito come se avessi subito un torto personale. Perché poi ci sono quei nomi che sembrano in gara per sbaglio, su cui non scommetteresti nemmeno una vecchia lira, e che invece tirano fuori dal cilindro le belle canzoni. Riescono addirittura a reggere il confronto con l’orchestra, che pare annientare le voci di quasi tutti i cantanti, loro che si sgolano con la vena del collo pulsante, loro che scendono dal palco con la tachicardia, ma niente, non ce la fanno, si sente meglio il ting del triangolo delle parole della canzone.

Ebbene, questo è il mio resoconto non richiesto del Festival di Sanremo VentiVenti. Manca ancora la serata dei duetti, le semifinali dei giovani, la finale di sabato sera che riunirà gli italiani più dei mondiali. Manca tutto, ma sono giunta ad una conclusione: e se togliessimo le canzoni in gara dal Festival, e lasciassimo soltanto gli ospiti? Io vedrei benissimo Albano e Romina all’Eurovision con la canzone scritta da Cristiano Malgioglio, voi no?

11 pensieri su “Festival di Sanremo VentiVenti

  1. Pingback: Festival di Sanremo VentiVenti — Ilmondodelleparole – Evaporata

  2. Ero un po’ prevenuto riguardo questo Sanremo, ma tutto sommato la canzoni sono buone, e gli ospiti si collocano bene nel contesto.
    MI spiace solo che le canzoni vengano quasi messe in secondo piano, perché si parla quasi di tutto tranne che di esse.

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