I ragazzi dello Zecchino d’Oro

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Cosa si prova ad essere nati e cresciuti a Bologna, patria dello Zecchino d’Oro, manifestazione canora che si svolge ogni anno dal 1959?

Beh, orgoglio. Non appartengo alla generazione dei miei genitori, che hanno vissuto la nascita della televisione, i banchi di legno a scuola, il grembiule con il fiocco, i pomeriggi in bicicletta, la cultura diversa, il lavoro diverso, un mondo diverso. No, io non vi appartengo. Sono nata più tardi, nel 1998. Ma sono cresciuta con le cassette dello Zecchino d’oro, con i video animati delle canzoni storiche, quarantaquattro gatti, la giacca rotta, il pulcino ballerino, il walzer del moscerino, Popof, ricordo ancora i colori, i disegni, i ritornelli a memoria. Sono cresciuta con quelle musiche, e scoprire anno dopo anno quanto sia cambiato lo Zecchino d’oro, quale eredità sia stata quella di Mariele Ventre, è emozionante. Il film è interamente dedicato a lei. Una donna speciale, una donna di cuore, una donna che aveva davanti a sè un futuro brillante, fatto di concerti e di fama, ma che ha rinunciato a tutto questo per il solo lavoro che la facesse sentire viva. Insegnare canto a dei bambini, in quanti lo farebbero? In quanti riuscirebbero a crederci, ad ascoltarli, a vedere in loro il bisogno di esprimersi? In quanti darebbero loro una possibilità?

Matilda De Angelis è, nel film, Mariele, in un toccante racconto biografico attento ai dettagli, e diretto da un ex voce del coro dell’Antoniano. Un occhio del tutto consapevole si assume un onere importante, quello di narrare come il Piccolo Coro dell’Antoniano sia nato e cresciuto, divenendo un punto di riferimento per Bologna e per l’Italia intera. Era il 1963, e Mariele non sapeva che avrebbe creato qualcosa di immortale.

Difficile riuscire a interpretare una donna così profonda, determinata, dall’animo sensibile, difficile mostrare il suo dolore e le sue rinunce, perché Mariele non era soltanto la direttrice di un coro per bambini. Lei, nei bambini, riusciva sempre a scorgere un lato speciale. Chiunque l’abbia incontrata, conosciuta, o abbia scambiato con lei qualche parola, oggi ripete sempre la stessa cosa: era una persona meravigliosa. Nel film la sua è una vera affezione, un legame profondo che la spinge a cambiare vita, a rinunciare a tutto quanto di pronto già aveva, un fidanzato, un tour di concerti, una carriera. Via, tutto via. Un punto di arrivo e di partenza nello stesso momento, un incrocio in cui Mariele decide improvvisamente di svoltare, nonostante le sue paure, nonostante il timore di non essere all’altezza.

Mimmo è il protagonista chiave di tutta la parte romanzata della storia. Un bambino meridionale, venuto al nord con la famiglia per cercar fortuna. Suo padre lavora di notte, sua madre gestisce la casa, e i valori sono quelli di un patriarcato ormai storico, dove l’uomo deve lavorare al più presto, anche se bambino. Ma Mimmo è un bambino un po’ speciale. Non si conoscevano, allora, certe malattie dai nomi strani, ma è proprio Mariele a osservare Mimmo sotto una luce diversa, e a capire che i brutti voti e la difficoltà nella lettura erano dovuti ad un solo problema: la dislessia. Una tematica inserita in un contesto chiaro, uno spunto di riflessione, certo, ma anche un modo per rappresentare Mariele nell’immediato, perché sia subito chiaro quanto riesca a spingersi oltre con lo guardo. Mimmo non vive nel lusso, non è ben educato, fatica a relazionarsi con gli altri, viene da una realtà diversa, in un’Italia che ancora appariva spaccata in due. Eppure anche gli stereotipi acquisiscono concretezza, perché la storia narrata è incredibilmente umana. E’ la storia di una famiglia in cui manca il dialogo, il sapersi ascoltare, sedersi a tavola tutti insieme e parlare, ma sarà proprio Mariele a scardinare quelle mura, a condurli verso una nuova strada, ad aiutarli a capirsi. Con la sua testardaggine e il suo amore lotterà per Mimmo come una seconda madre, perché quando capisci di dover fare qualcosa, di essere la chiave per risolvere il problema, allora saresti disposto a tutto pur di dare una mano. Mariele imparerà insieme ai bambini, crescerà con loro, vincerà quelle sue paure di non essere all’altezza, e si scioglierà nell’abbraccio del suo piccolo Coro, ma la cosa più importante di tutte, in fondo, è che imparerà a non arrendersi. E vincerà. Per Mimmo e per tutti i bambini a venire, anche per quelli che oggi, dopo sessantadue anni, ancora cantano i quarantaquattro gatti, la giacca rotta, il pulcino ballerino, il walzer del moscerino, Popof.

Questo film fon è soltanto il racconto di un gruppo di bambini in un coro, è un pezzo di storia del nostro Paese, di tutte quelle generazioni che con lo Zecchino D’Oro sono cresciute, e forse dallo Zecchino D’Oro qualcosa lo hanno imparato. Il semplice concetto di integrazione, che tra i bambini non ha nemmeno bisogno di essere spiegato. Il coraggio di trasmettere in televisione un messaggio, quello della pace, dell’uguaglianza, tra italiani del nord e italiani del sud, tra francesi e cinesi, tra australiani e africani, tra cinesi e tedeschi, uguaglianza con chi non ci vede, chi non cammina, chi non parla come tutti gli altri, ogni anno vediamo bambini tenersi per mano, giocare insieme, riuscire perfino a comunicare senza conoscere la lingua dell’altro, e restiamo semplicemente a guardare, affascinati, perché spesso questa capacità viene dimenticata. Mariele è stata la prima ad aver capito quanto fosse speciale, è stata la prima a  volerla proteggere e diffondere, per rendere il mondo un posto migliore. E lo so, forse questo va oltre i suoi intenti, forse la favola del Piccolo Coro nasce soltanto come un’idea divertente, uno spettacolo per intrattenere, eppure dopo più di sessant’anni siamo qui a ricordare una certa Mariele Ventre, direttrice del Piccolo Coro dell’Antoniano. Qualcosa di importante lo avrà pur costruito.

Una pellicola  senza pretese, senza budget stellari o nomi hollywoodiani, eppure nella semplicità della trama, dei costumi, dei dialoghi, la figura di Mariele emerge in tutta la sua umanità, e la colonna sonora dell’epoca è quanto di più familiare, toccante e allegro potessero inserire. Un film che da adulto ti ricorda l’infanzia, da ragazzo ti fa scoprire la storia, e da bambino ti fa divertire. L’ho guardato in famiglia, condividendo con loro quelle emozioni bellissime e ringraziandoli per avermi sempre cresciuta con quegli stessi valori di pace, unità, uguaglianza. Come se da Mariele avessimo tutti ereditato un po’ di cuore.

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