Siddharta

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La maggior parte degli uomini, Kamala, sono come una foglia secca, che si libra e si rigira nell’aria e scende ondeggiando al suolo. Ma altri, pochi, sono come stelle fisse, che vanno per un loro corso preciso, e non c’è vento che li tocchi, hanno in se stessi la loro legge e il loro cammino.

È un romanzo di filosofia. Un romanzo di religione. Un romanzo di metafisica. Aleggia tra le pagine un senso di mistero, quasi di magia, che trasporta il lettore nel mondo di Siddharta, dei saggi, della ricerca dell’Atman. Il protagonista è un uomo perso, senza una dottrina, un uomo che ascolta le regole ma non riesce ad accettarne alcuna, un uomo in cerca della pace, in cerca di una strada per entrare in sé stesso. Sono poco più di cento pagine, nella mia edizione. Pagine intrise di sensazioni, di labirintici discorsi, di profondi e mistici significati, di errori, di percorsi spirituali che odorano di foresta, di sguardi ascetici, di poesia. Siddharta è un cammino che si compie leggendo, alla ricerca, dopo aver percepito sin dalle prime pagine un vuoto. È strano. Forse un poco inafferrabile, esoterico. Orientale. Non è un romanzo come gli altri, e lo si capisce subito, sin dalle prime righe. Siddharta non è un protagonista come gli altri, lui non corre, non si affanna, non si accontenta del primo traguardo, delle prime risposte, non si lascia vincere dalle convenzioni, non si abbandona mai ad un sonno comune, accecante. Siddharta vive in maniera diversa da tutti. Vive senza confini, senza appigli, senza proprietà. Non riesce ad indossare una veste brillante, fastosa e barocca come un Palazzo richiederebbe, non riesce a rimanervi senza provare un senso di disgusto per sé stesso, perché Siddharta non é questo.

Tutti sono sottomessi, tutti desiderano essere amici, desiderano obbedire e pensare meno che si può. Bambini son gli uomini.

Ho appreso, nell’anima e nel corpo, che avevo molto bisogno del peccato, avevo bisogno della voluttà, dell’ambizione, della vanità, e avevo bisogno della più ignominiosa disperazione, per imparare la rinuncia a resistere, per imparare ad amare il mondo, per smettere di confrontarlo con un certo mondo immaginato, desiderato da me, con una specie di perfezione da me escogitata, ma per lasciarlo, invece, così com’è, e amarlo e appartenergli con gioia.

La vita di Siddharta é tutta un viaggio, alla ricerca del significato ultimo di sé stesso. Non attraversa che un fiume, ciò che separa la dimensione spirituale dalla vita terrena, da un lato la città, un cuore che batte affannato, sempre di fretta, sempre infelice, dall’altro lato una barca, pochi averi, povertà. Le risposte che Siddharta trova sono universali, come può essere universale un assioma matematico. E sorprende, perché una dottrina così distante da noi, così celeste e trascendente, riesce a coniugare la materialità del mondo, il suo decadere continuo ed il suo esistere eterno.

Quando qualcuno cerca, allora accade facilmente che il suo occhio perda la capacità di vedere ogni altra cosa, fuori di quella che cerca, e che egli non riesca a trovar nulla, non possa assorbir nulla, in sé, perché pensa sempre unicamente a ciò che cerca, perché ha uno scopo, perché è posseduto dal suo scopo.

Vedi, Govinda, questo è uno dei miei pensieri, di quelli che ho trovato io: la saggezza non è comunicabile. La saggezza che un dotto tenta di comunicare ad altri, ha sempre un suono di pazzia.
[…]
La scienza si può comunicare, ma la saggezza no. Si può trovarla, si può viverla, si può farsene portare, si possono fare miracoli con essa, ma dirla e insegnarla non si può.

Le parole non colgono il significato segreto, tutto appare sempre un po’ diverso quando lo si esprime, un po’ falsato, un po’ sciocco, sì, e anche questo è bene e mi piace moltissimo, anche con questo sono perfettamente d’accordo, che ciò che è tesoro e saggezza d’un uomo suoni sempre un po’ sciocco alle orecchie degli altri.

C’è qualcosa di assolutamente altro nella conclusione del romanzo. Siddharta é invecchiato, ha attraversato le fatiche di una vita senza direzione, ha conosciuto saggi dai quali ha ascoltato l’anima parlare, e di alcuni ha accolto lo spirito, come un sorso d’acqua dal fiume. Ma più di tutto, ha saputo accogliere l’amore. É un amore così diverso, così lontano dal suo significato carnale, un amore che unisce e dona la pace, un amore che tutti predicano, ma in pochi riescono a trovare.

[…] l’amore si può mendicare, comprare, regalare, si può trovarlo per caso sulla strada, ma non si può estorcere.

[…] l’amore, o Govinda, mi sembra di tutte la cosa principale. Penetrare il mondo, spiegarlo, disprezzarlo, può essere l’opera dei grandi filosofi. Ma a me importa solo di poter amare il mondo, non disprezzarlo, non odiare il mondo e me; a me importa solo di poter considerare il mondo, e me e tutti gli esseri, con amore, ammirazione e rispetto.

L’amore di Siddharta impregna le pagine di un’universalità fuori dal comune. Trasforma il romanzo in un inno alla vita e al mondo, una ricerca della verità e della gioia vitale. Non è un romanzo d’avventura, non è un trattato filosofico, non é una Bibbia. Non è violento come un indice di Regole. È delicato come soltanto l’amore sa essere, lieve e leggero, lento sui suoi passi, a volte talmente ampio da abbracciare troppi angoli, e allora si rende necessario il ripudio, di tutto ciò che é stato per Siddharta il Male. Un amore che trasforma passo dopo passo la sua strada, la trasforma in qualcosa di mistico, divino, qualcosa di superiore a tutto. Amore per una donna, amore per un figlio, amore per il prossimo, amore per il proprio amico, tutti legami spezzati dalle catene del tempo. Eppure Siddharta lo coglie ogni istante, come si può cogliere l’acqua di un fiume che scorre, con una mano.

Questo amore, questo amore assoluto, Siddharta lo sta insegnando anche a noi.

16 commenti Aggiungi il tuo

  1. J ha detto:

    L’ho scoperto in tempi recenti, Siddharta, ma avrei fatto meglio a leggerlo prima. Ne ho parlato anche in un vecchio articolo.
    La pace e l’inquietudine descritte con la stessa sfumatura, conoscevo Hesse per altre opere ma questa ha lasciato il segno.
    Brava, bell’articolo.

    1. Ehipenny ha detto:

      Grazie! Io l’ho scoperto perché era in una vecchia collana e mi mancava solo quello pensa te, di Hesse non avevo mai letto niente 😀

  2. Ilaria Bho ha detto:

    Bell’articolo! Io lo sto leggendo e devo ammettere che ho dovuto “sforzarmi” un po’ per iniziare ad apprezzarlo, ma lo sto trovando pieno di spunti molto interessanti (anche per riflessioni personali).

    1. Ehipenny ha detto:

      Grazie mille! Sì non è facile subito, bisogna entrarci per apprezzarlo bene 🙂

  3. Menti Vagabonde ha detto:

    Grazie a Siddharta ho iniziato a leggere Hesse

  4. Kikkakonekka ha detto:

    Andrebbe letto almeno ogni 3-4 anni.
    Io credo di averlo letto un paio di volte, credo sia il momento di riprenderlo tra le mani.

    1. Ehipenny ha detto:

      Vero, ha tanti spunti di riflessione 🙂

  5. Pensieri effimeri ha detto:

    l’ho letto 10 volte?…no forse 15!
    Bello bello!

    1. Ehipenny ha detto:

      Wow! Io rileggo poco i libri, ma questo merita molto 😀

  6. Marco Salerno ha detto:

    Sicuramente ha ispirato il mio libro La via del Caos

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