Terry O’Neill

Sono curiosa: chi di voi lo conosce o ha già sentito il suo nome?

Ebbene, io sono a conoscenza della sua esistenza da un paio di settimane a questa parte, da quando ho scoperto la mostra organizzata nella mia città, al Palazzo Albergati di Bologna. Terry O’Neill è un fotografo, un occhio attento al mondo delle celebrità, autore di celebri scatti divenuti famosi in tutto il mondo, copertine di dischi, poster, immagini simboliche in rete. Mi sono documentata. Negli anni Cinquanta, Terry lavorava per un’unità fotografica di una compagnia aerea all’aeroporto di di Londra, ed è proprio qui che nacque la foto che diede inizio alla sua carriera: un uomo addormentato in sala d’attesa. Non un uomo qualunque, ma il Segretario di casa della Casa Bianca. Da quel giorno la sua vita è cambiata radicalmente, ma quello che oggi abbiamo è un fotografo che ha potuto conoscere e immortalare quasi tutte le leggende del Ventesimo secolo, un artista eccellente, capace di catturare il lato umano della persona davanti a sé. La prima foto che venne pubblicata fu quella dei Beatles, sul retro dello studio di Abbey Road, mentre stavano registrando il loro primo album in studio, “Please please me”. Era il 1963. Inutile che vi faccia un elenco completo di tutti i suoi lavori, sarebbe impossibile recuperarlo. Vi posso citare i Rolling Stones, Nelson Mandela, la famiglia reale inglese, Clint Eastwood, Paul Newman, Katherine Hepburn, Ava Gardner, Steve McQueen, la moglie Faye Dunaway, Frank Sinatra, Elizabeth Taylor, Brigitte Bardot, Tina Turner, Amy Winehouse, tutti gli attori che hanno vestito i panni di James Bond, e una serie di scatti che hanno seguito varie fasi della vita di David Bowie e Elton John. C’è soltanto una cosa che caratterizza e unisce tutte le fotografie di Terry: la naturalezza dei suoi personaggi, la profonda umanità che emerge dai loro volti, la peculiarità dei loro sguardi che spesso fissano l’obiettivo. La mostra raccoglie circa una sessantina di opere, poche stanze dense di immagini, preziose e uniche, ricordi di un tempo passato che non può più tornare. Non ne esci più ricco, forse questo no, ma ne esci felice. In quelle stanze è racchiusa la storia della musica, del cinema, dello spettacolo di un’intera generazione, ed è raccontata in silenzio, attraverso le foto più intime e sincere che potessero essere mai scattate. Sguardi colti di sorpresa, atti di vita quotidiana, sorrisi amici, stampe iconiche di cui difficilmente si conosce l’autore. In fondo i fotografi sono così, si muovono nell’ombra, lasciano la propria traccia su quadrati di carta colorati, entrano in contatto con l’anima della persona, e riesce a raccontarla cogliendone un solo momento, bloccando lo scorrere del tempo con una macchina fotografica, per sempre. E’ un’arte affascinante, che richiede vista e sensibilità, coraggio e osservazione. E’ semplice scattare una bella foto, basta un bel panorama, una persona vestita elegante, un oggetto d’arte. Ma  scattare una foto che faccia emozionare chi la guarda, questa è la vera sfida. Terry ha preso centinaia di volti che per il pubblico non erano altro che maschere, celebrità irraggiungibili e lontane, meno umane, come se le loro vite fossero qualcosa di inconoscibile, entità aliene impossibili da immaginare. Allora non esisteva internet, non esistevano i social network, a nessuno era concesso di scandagliare la vita privata degli artisti, spiare i loro spostamenti, indagare le loro relazioni. Terry O’Neill ha semplicemente provato a raccontare quello che il grande pubblico non poteva vedere. Scatti sul set, prima di salire sul palco, in casa propria, in studio, scatti presi dalla vita quotidiana di persone dedite all’arte, persone prima che personaggi, persone prima che celebrità. Con coraggio e maestria ha saputo racchiudere l’essenza delle loro anime, ed ogni foto sembra invitare chi la osserva a fermarsi, a guardare quegli occhi fissi e profondi, che raccontano quella vita inimmaginabile di gioie e dolori comuni. Terry O’Neill ha conosciuto il cuore del mondo del cinema e della musica del Ventesimo secolo, lui stesso si è definito fortunato, nel posto  giusto al momento giusto, ma ha dimostrato un talento raro che ancora oggi ci regala fotografie meravigliose. A questa mostra non ci è andato quasi nessuno. Pochissimi sapevano chi fosse, pochissimi hanno deciso di informarsi, e probabilmente è stata la stessa fortuna a spingermi a cercare il suo nome. Per pubblicizzare l’esposizione hanno appeso una foto di Amy Winehouse, in bianco e nero, bellissima. Ed è bastata quella a farmi incuriosire. Forse non sarà la mostra più bella mai vista, non sarà memorabile, ma sono intenzionata a comprare un libro di Terry O’Neill. Perché? Perché mi ha lasciato qualcosa, perché vorrei poter guardare quelle foto una seconda volta, una terza, e scoprire i dettagli che alla prima occhiata sfuggono sempre. Perché apprezzo e ammiro il suo lavoro, l’impegno che traspare da ogni scatto, la passione e l’interesse totale per la persona davanti all’obiettivo. Il fotografo si annulla per quell’istante in cui l’immagine viene catturata, il tempo di un flash, il tempo di un clic della macchina, e ritorna a vivere in prima persona. Ma in quell’istante, in quel singolo istante, esiste soltanto la persona da fotografare. Anzi, no. La sua anima più vera. 

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