Stranger things

Non sono una di quelle persone che guarda solo le serie tv più popolari o i film del momento, ma con “Stranger things” è andata esattamente così. La prima stagione risale al 2016, e ricordo che non riuscivo a spiegarmi il motivo per cui ne parlassero tutti. E’ solo una serie tv, pensavo. Così ho deciso di guardarla e di darmi delle risposte. La farò breve, è un piccolo capolavoro. Ambientata negli anni Ottanta, nell’Indiana, nella cittadina immaginaria di Hawkins, i primi dieci episodi seguono le vicende di Will, Mike, Dustin e Lucas, quattro ragazzini qualunque, che giocano nel seminterrato di casa sognando mostri e demogorgoni. Ma “Stranger things” è un ibrido tra horror e fantasy, e sin dai minuti iniziali le atmosfere si fanno più cupe, inquietanti, cariche di agitazione nervosa. Will scompare nel mistero, mentre una strana ragazzina viene ritrovata spaesata e in fuga, senza un nome ma con un numero tatuato sul braccio: Undici. Da questo momento lo spettatore ha ben chiaro in testa che in “Stranger things” non esiste un unico mondo, ma ci sono portali che conducono ad una seconda dimensione, il sottosopra, dove i demogorgoni fanno da padroni, e dove Will sembra essere rimasto prigioniero senza via di scampo. Ben presto si scopre ciò che lega quella ragazzina con i capelli rasati, la sparizione di Will e mondo ultraterreno: si tratta di un laboratorio nascosto, alla periferia di Hawkins, che controlla il grosso portale e gli accessi al sottosopra. Tutta la serie ruota attorno alle stesse figure, i quattro amici, Undici, e i fratelli maggiori, che più degli adulti riescono a guardare con gli occhi dei più piccoli, e a credere ai racconti di mostri orribili e ombre minacciose. Eppure non è un horror in senso stretto, perché la trama segue intrecci elaborati, e in tre stagioni riesce a caratterizzare sempre meglio ciascuno dei personaggi, focalizzando l’attenzione sul loro passato, sui loro pensieri, sui loro comportamenti, su dialoghi di vita quotidiana che per dei ragazzini sono una cosa normale. E poi c’è Undici, il personaggio cardine di tutta la serie. L’attrice fenomenale riesce a rendere giustizia ad una protagonista dalle mille sfaccettature, a partire dai poteri soprannaturali per continuare con il suo trascorso da cavia di laboratorio, senza mai dimenticare quelli che sono i desideri e i sentimenti di una ragazzina di tredici anni. Instaura con lo sceriffo Hopper un vero legame, ritrovando in lui la figura di un padre che non era più abituata ad avere. Ritrova la madre durante la seconda stagione, spinta dalla volontà di chiudere tutti i conti in sospeso con il suo passato. Si innamora di Mike e sperimenta con lui la sua prima vera relazione. Stringe amicizia con Max, e con lei trova il coraggio di uscire, vivere una vita normale, fare shopping sfrenato e mangiarsi un gelato al centro commerciale. Undici è un personaggio in completa evoluzione, che attraversa diverse fasi senza mai perdere la sua vera essenza. Arrivati alla terza stagione, lo spettatore si rende conto che gli equilibri sono cambiati, il gruppo dei quattro amici non è più lo stesso di prima, e la nostalgia viene convogliata nei sentimenti stessi di Will, ancora troppo fragile e legato all’infanzia che gli è stata rovinata. Ma gli anni sono passati, e giocare nel seminterrato non è più la stessa cosa. Questo cambiamento di rotta è gestito alla perfezione, completamente in funzione di una nuova trama che sposta l’attenzione da Will agli altri personaggi, ora protagonisti attivi e membri della stessa squadra pur senza rendersene conto. La terza stagione sposta rapidamente la videocamera da un protagonista all’altro, ne descrive chiaramente il carattere e i principali difetti, assegna loro un ruolo chiave che fino all’ultimo istante sembra fine a sé stesso e destinato a fallire. Ma il mind-flayer, il mostro deforme che minaccia di sterminare l’umanità intera, e gli infiltrati russi nascosti nel centro commerciale, sono antagonisti destinati ad essere sconfitti. Perché “Stranger things” è così, ti aspetti sempre un lieto fine, ma fino ai titoli di coda dell’ultima puntata rimani con il fiato sospeso, perché la trama si svolge lentamente per poi esplodere nei momenti di massima tensione, in cui stringi il cuscino e capisci allora di trovarti davanti anche ad un horror.

Gli effetti speciali sono ammirevoli, invasivi al punto giusto, tanto da lasciare ampio spazio all’ambientazione, punto forte e forse peculiare di tutta la serie tv. Perché non si trova tutti i giorni un horror riprodotto sullo sfondo degli anni Ottanta, rappresentato nel dettaglio e ricordato anche dalle più piccole cose, le biciclette, i walkie talkie, gli stessi vestiti e le magliette dei ragazzi infilate dentro i pantaloni, tutto dimostra un’attenzione meticolosa ad ogni singolo particolare. Significa lavoro, tanto lavoro, tanto studio e tanta dedizione. Così mi sono data le risposte che cercavo, perché tutti parlano di questo “Stranger things”? Perché merita. Perché riesce a catturare l’attenzione di tutti, anche di quelli allergici agli horror e ai film di fantasia. Perché le musiche e l’ambientazione sono un bellissimo tuffo nel passato. Perché ai personaggi ci si affeziona, si prova un’empatia particolare, perché le sofferenze fisiche dei mostri soprannaturali non le possiamo immaginare, ma quelle dei quattordicenni normali sì, la paura di crescere, la scoperta dell’amore, le discussioni con i genitori, le amicizie sincere. E’ una quotidianità che tutti abbiamo vissuto, e che in “Stranger things” tutti possiamo ritrovare.

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. disastermindblog ha detto:

    Io ho iniziato a vederla proprio come te ma da poco, la seconda stagione la sto trovando in molte parti un po’ “facilona”, troppe intuizioni della madre di will a caso…

    1. Ehipenny ha detto:

      Non spoilero niente ma anche nella terza ho trovato alcune forzature.. la prima stagione è sempre la prima, è difficile tenere al passo l’asticella purtroppo, però rimane comunque un buon lavoro 🙂

      1. disastermindblog ha detto:

        Ecco mi hai capito 😜

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