Bebe Vio

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Non seguo molti sportivi, non mi informo su di loro o sulla loro vita. Ma c’è una donna che da sempre ammiro con tutta me stessa: Bebe Vio. Lo so, è banale dire che rappresenta la gioia di vivere, la forza di rinascere, la capacità di sentirsi belle nonostante le imperfezioni. E’ banale, ma lo faccio lo stesso. Lei è il prototipo di donna che vorrei un giorno diventare, una donna che ha perduto braccia e gambe, che ancora porta, e porterà per sempre, i segni di una malattia tremenda, che in un atto di pietà le ha lasciato la vita. Una meningite all’età di undici anni, quando non si è ancora nemmeno coscienti di cosa sia la morte. In quanti avrebbero mollato? In quanti non sarebbero felici? In quanti non sarebbero più capaci di sorridere? In quanti avrebbero lasciato lo sport, lo studio, i propri sogni, le proprie amicizie? Bebe non lo ha fatto. Ha indossato le sue protesi, ha imparato ad afferrare gli oggetti, a camminare, a correre, a scrivere, a scattarsi un selfie, ha preso la patente di guida, ha continuato a studiare, ha continuato a vincere a scherma, il suo sport da quando era bambina. Sorride, sempre. E questo mi fa sentire ogni volta tanto più piccola di lei. Io credo che nessuno possa comprendere cosa voglia dire, dover ripartire da zero, con il mondo contro, a dirti che non sarai mai più quella di prima, che non potrai più tirare a scherma o sognare una medaglia. E invece ce l’ha fatta, ha ritrovato la forza necessaria, si è sollevata da sola, di nuovo sulle proprie gambe di plastica, e ha dimostrato a tutti che arrendersi non porta mai a nessun traguardo. Guardo spesso il suo profilo su Instagram, pieno di foto colorate e felici, di sorrisi, di amiche, di una donna normale con una vita normale che nessuno pensava sarebbe divenuta così. Non è semplice immaginarlo, dal fondo del burrone. Non è semplice capire come risalire un muro alto chilometri. Noi che diamo importanza anche alle più piccole imperfezioni, alle occhiaie, ad un neo di troppo, alla cellulite, al peso segnato dalla bilancia, noi che ci trucchiamo ogni giorno per nascondere un volto pulito, noi che ci facciamo crescere i capelli perché vogliamo le acconciature più strane, noi che diamo per scontato tutto, anche quel corpo che a Bebe Vio è stato portato via, noi non sappiamo valutare la ricchezza di ciò che abbiamo. Io lo dico con tutta la sincerità che possiedo: la ammiro, perché quando ci penso, quando penso che potrei avere braccia e gambe di plastica, mi chiedo come farei. Come uscirei di casa, come mi farei la doccia, come scriverei, come mi vestirei, come scenderei le scale, come camminerei, come guiderei la mia auto, come farei a praticare uno sport, come mi guarderebbero gli altri, come mi guarderebbero gli amici. Avrei paura, paura di fare pietà alle persone, paura di dover chiedere aiuto, paura di non essere amata ma solo compatita, paura di non essere più indipendente, paura di non poter andare da sola dove voglio io, paura di dover rinunciare a troppe cose. Ma Bebe ha tutte le risposte, dietro quel suo enorme sorriso. Io la guardo per questo, perché a vederla mi sembra sempre tutto più semplice, ogni problema che ai nostri occhi appare come una catastrofe, diventa un piccolo impercettibile disturbo che non richiede preoccupazione. Io la guardo, e mi sembra di essere la persona più fortunata del mondo. Quando qualcosa va storto, quando perdo una battaglia, quando le mie speranze sono vane, quando i sogni tardano ad essere realizzati, io la guardo e me ne dimentico. Perché sembra quasi dirmi, vedi? Non ho più braccia e gambe, ma sognavo di vincere le olimpiadi e l’ho fatto, sognavo di studiare e lo sto facendo, sognavo una vita felice e ce l’ho. Nessuno ci credeva, tranne me. Perché a lei è stato tolto tanto, la sua guerra è stata difficile, eppure è qui, ad insegnarci che la vita non finisce mai, che la vita è un dono prezioso, che non bisogna sprecare il tempo che ci è concesso a piangersi addosso, a rimpiangere il passato, a tremare. Le paure si superano, le ferite guariscono, le cicatrici ci raccontano. Spesso è complicato accettarsi, amarsi, apprezzarsi nonostante i difetti. Bebe ha dei segni sul volto, e dei moncherini al posto di braccia e gambe. Ma non è triste, insoddisfatta, arresa. E’ una guerriera, che forse per il resto dei suoi giorni dovrà faticare più degli altri, e che non troverà mai normale mangiare con forchetta e coltello, scrivere una pagina di diario, versare un bicchiere d’acqua, fare una passeggiata, non lo troverà normale perché tutti lo fanno diversamente, ma la sua vita sarà questa: la vita di una donna coraggiosa, che non è stata certo un’eroina, non ha salvato altre vite al di fuori della propria, non ha scalato montagne o battuto dei record, la vita normale di una donna normale, che non ha mai smesso di credere di potercela fare. Non provo pietà, ma pura ammirazione. Non perché tira di scherma da una sedia a rotelle, non perché indossa delle protesi, non perché è stata malata. Ammirazione perché ha inseguito sempre i suoi sogni, anche i più lontani. Ammirazione perché ha raggiunto i traguardi che nessuno pensava sarebbero mai stati suoi. Ammirazione perché è ancora difficile guardare una persona con un problema e non pensare “poveretto”: a cosa serve la pietà? Ammirazione perché Bebe sorride alla vita. E al giorno d’oggi sono in pochi a riuscirci davvero.

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. Giorgiana ha detto:

    Bellissimo! Ammirazione sì.

    1. Ehipenny ha detto:

      Grazie mille! Mi fa piacere :))

  2. loredana ha detto:

    Lei e Alex Zanardi sono tra le persone che ammiro maggiormente.

    1. Ehipenny ha detto:

      Vero, anche Zanardi 🙂

  3. Kikkakonekka ha detto:

    Ho perso 3 anni fa l’occasione di incontrarla di persona. Ero invitato ad un incontro organizzato dalla mia Ditta, e lei era presente come ospite, ma ho preferito stare a casa perché odio questo tipo di manifestazioni. Ma mi sarebbe piaciuto conoscerla, quello sì.

    1. Ehipenny ha detto:

      Cavolo sarei andata io hahah, lei è una di quelle che vorrei conoscere anch’io 😀

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