Compagni di corso – parte 1

Non sono assimilabili agli amici, non sono relegabili allo status di totali estranei, così ne parlo come di compagni di studi che per forza di cose non posso ignorare. Da più di un anno a questa parte siedo nell’ala destra dell’aula, in terza o quarta fila, insieme alle amiche e con gli amici sempre dietro, perché si sa che i ragazzi sono allergici alla vicinanza con il professore.

Il primo maschio con cui ho avuto un contatto all’inizio dell’università è stato M., un ex artista dell’Accademia che ad oggi ha venticinque anni, e che suscita reazioni opposte in chi vi si imbatte: o lo ami o lo odi. Io, personalmente, lo odio con tutto il cuore, vene e arterie comprese. É il classico tizio che interviene in ogni discorso, interrompe, dice la sua, si rende conto di non aver capito niente dell’argomento, fa una battuta che non fa ridere, poi si sposta e cambia conversatori. Si ritiene il centro dell’universo, il sole che illumina il pianeta. È un circolo vizioso da cui non riesce ad uscire. Spara sentenze, freddure che fanno piangere più delle cipolle, commenti acidi che mi fanno innervosire. Ricordo che all’inizio probabilmente ci provava con me, sbagliando malamente approccio: “Bella, eh, la lezione di macroeconomia”. Era serio. Io avevo dormito dal primo all’ultimo minuto, si fa per dire. Bella un corno. Quando smetterò di vederlo comparire dietro ogni angolo, di vederlo voltarsi durante le lezioni per dire ancora la sua opinione, di temere il suo avvicinamento come se fosse un virus contagioso, allora starò sicuramente meglio. Ah, dimenticavo, l’evoluzione del suo approccio é stata “Oh ne hai messo di profumo eh”. E “Io faccio ridere tutti. Tranne lei, lei non ride mai”. Lei sono io.

Poi c’è A., la fotomodella del corso e sponsor della linea di abbigliamento “mi-alzo-alle-quattro-per-scegliere-cosa-indossare”. È una ragazza dell’est, alta e bionda, la solita. La solita se non fosse che ogni suo outfit sembra preso in prestito da una casa di moda. E la camicia bianca con il completo di giacca e pantaloni, che pare il corredo della segretaria di un notaio. E l’abbinata di indumenti rosa e fucsia dalla testa alle scarpe, che fanno pendant con lo zaino, l’astuccio e le penne color confetto. E la pelliccia che sembra una volpe appena spellata. E le calze con le note musicali che intonano la Primavera di Vivaldi. E la gonna attillata che superati i cinquanta chili ti fa sembrare un prosciutto, ma lei é un tronco d’albero e non ha questi problemi. E poi ci sono i ciappi per i capelli incastonati di perline, le unghie modellate con lo scalpello e dipinte da Giotto, i cappelli che competono solo con la famiglia reale britannica. Ogni mattina é una sorpresa.

Poi c’è il suo amico, L., che per un anno è sembrato essere il suo fidanzato in incognito, incollato a lei, inseparabile anche a suon di cannonate. Poi lei si é fidanzata con un altro, e lui è rimasto il cagnolino da passeggio che ogni tanto ritorna nei suoi pensieri, ma altre volte non é altro che un soprammobile da poltrona. E dire che é una persona per bene, gentilissima, forse perfino troppo seria, se nel trmpo libero divora trattati di filosofia e si imbuca ai seminari più disparati. Ma ho sempre sperato di incontrare qualcuno di colto, che pur ogni tanto combina qualche marachella come far squillare il cellulare a lezione, perché ha dimenticato di togliere la suoneria. Ma con nonchalance ha risposto alla domanda del professore mentre spegneva il telefono, e nessuno si è più scandalizzato.

C’è T., fidanzato della fotomodella, un baldo giovane di origini inglesi, che in ogni stagione o mese dell’anno che sia gira in maglietta a maniche corte e jeans. È iperattivo, caricato come quei giocattoli in cui tiri la cordicella e loro cominciano a tremare e saltare, all’infinito. Anche lui trema, salta, si presenta a mezzo mondo anche se tutti sanno già chi sia lui, parla con tutti come se fossero tutti vecchi amici o fratelli, batte i cinque e dona pacche sulle spalle a perfetti sconosciuti. Noi ci siamo presentati all’inizio del secondo anno di università, credo. O forse ci siamo presentati per la quarantesima volta dopo aver parlato due volte e mezzo. In ogni caso, all’inizio del secondo anno ha avuto l’ardire di supporre “Noi ci siamo parlati diverse volte ma non ricordo come ti chiami”. Che strano!

C’è il fuoricorso di un anno, M., con cui ho parlato per la prima volta solo per chiedergli come fosse l’esame di matematica. È un bel ragazzo, capello riccio e lungo raccolto in un cipollotto molto femminile ma più stabile, meno casalingo arruffato. Ha perennemente bisogno di tre banchi per ogni lezione, uno per lo zaino, uno per il quaderno, e uno per il gomito che invade lo spazio altrui. Non è una cima, lo si era capito, ma per lo meno é simpatico. Nonostante sia il grande amicone del comico mancato descritto all’inizio, nonostante insieme facciano più rumore di un set di trapani accesi in contemporanea. Lui fa ridere. Lui non parla troppo a sproposito. Lui sa trattare con le ragazze. Anche se il novanta per cento delle battute sono a sfondo sessuale. Fa niente. Aspetto solo il giorno in cui finalmente siederà dritto, in un banco che non sia in seconda fila, stretto tra due persone, con i capelli sciolti e senza fasce da tennista strane. Rimane comunque un problema: ha dei capelli più belli dei miei.

Continua…

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. disastermindblog ha detto:

    Tornerei volentieri a frequentare un corso di laurea ma non più sui banchi delle scuole superiori 😂

    1. Ehipenny ha detto:

      No no alle superiori mai più 😅

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