Il vecchio e il mare, Hemingway

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Il vecchio e il mare. Giaceva nella mia libreria da tempo. Mio padre fu il primo a parlarmene, lui che non è un lettore e nella sua vita ha letto molto poco. Ricordo che lo descrisse come un mattone indigeribile, ed io mi immaginai un librone di molte pagine pieno di inutili dettagli e indugi. La verità è che il romanzo non supera le cento pagine, non ha capitoli, non ha pause né vere e proprie descrizioni dei personaggi, non ha neppure una contestualizzazione chiara. E’ un mattone piccolino, che affronta il tema del coraggio, dell’orgoglio, della fortuna, servendosi della storia breve e semplicissima di un anziano pescatore.

Dopo 84 giorni di povertà, di solitudine, di uscite in mare aperto senza alcun risultato, Santiago ha ancora la forza di sollevarsi sulle sue gambe, raccogliere la propria attrezzatura e sfidare le correnti. Con lui c’è un ragazzo, Manolin, il solo che crede ancora in lui, nonostante la stanchezza, la vecchiaia e le cicatrici lo rendano un ferro vecchio, il solo che lo aiuta a crederci, portando l’attrezzatura fino alla barca e guardandolo salpare. E’ la sua speranza, l’incarnazione dell’appiglio a cui ci si aggrappa quando tutto va male. Santiago dorme a terra sui giornali accartocciati, mangia il pesce che raccoglie in mare a mani nude, beve acqua e quel poco di caffé che gli porta il ragazzo suo amico, non ha altri interessi o obiettivi che non siano la pesca, e il baseball di Di Maggio suo idolo. Ma nell’anima sa di essere una cosa sola: un pescatore. E’ con questo pensiero che naviga al largo con una sola bottiglia d’acqua e le sue esche, è con ciò che la sua mente si mantiene lucida, e nella solitudine opprimente si parla, ricordando i tempi in cui il ragazzo era con lui. Quando Santiago scopre di avere tra le mani un marlin lungo cinque metri e mezzo, non si apre una lotta malvagia, una battaglia bestiale per la morte, ma una corsa per la sopravvivenza all’ultimo respiro. C’è una sorta di rispetto, tra uomo e pesce, un camminare l’uno accanto all’altro in un equilibrio infinito, senza vedersi ma immaginandosi e quindi capendosi, un uomo ed un pesce. Si seguono a vicenda fino al lrgo, per tre giorni e tre notti, legati da una lenza che apre piaghe in entrambi i corpi, ed il sangue di entrambi si mescola nell’acqua salata. Ma Santiago è un pescatore, e nel momento di debolezza del pesce, il primo dopo un cammino di pazienza, gli affonda nel cuore la lama che lo uccide, e che lo rivela ai suoi occhi come il pesce più grande mai pescato. Come il ragazzo, più del ragazzo, il marlin gli infonde orgoglio e fiducia, il pensiero della buona carne venduta al mercato, del ritorno della fortuna sulla sua barca. Ma il sangue dell’animale che profuma trasforma la coppia in una preda, e l’impresa si tramuta in una fuga disperata e lenta, che si conclude nell’ultima triste immagine di una lisca di cinque metri e mezzo, che un tempo aveva addosso una delle carni migliori, ma che per natura è divenuta il cibo del combattente più forte. E’ una legge che nessuno può cambiare. Lo sa il vecchio Santiago, lo sa il ragazzo, lo sa perfino il pesce, morto e abbandonato sull’acqua. Hemingway ha riempito ben poche pagine con una storia da un lato strana e dall’altro normale, la storia di un pescatore che ha incontrato la natura e ha dovuto arrendersi al suo meccanico e indifferente agire. Nessuno si è opposto alla fine della storia. Nessuno avrebbe potuto. Per questo, accanto al coraggio, c’è la consapevolezza di sé, delle capacità e dei limiti che ci caratterizzano: ci sono come temi che emergono nella fusione panica dell’uomo nel mare, e non lasciano indifferenti.

Avrei potuto leggerlo in un solo giorno, ma non ce l’ho fatta. Non è quella lettura che divori per la curiosità, non provi un sentimento di ansia, non provi paura, perché il vecchio Santiago è un uomo calmo e razionale, che instaura un rapporto di parità con la propria preda e che lascia il lettore in un angolo, spettatore ammutolito. Non è un mattone. E’ un buon libro, o racconto lungo. E’ un piccolo mattone che va saputo leggere.

10 commenti Aggiungi il tuo

  1. SaraTricoli ha detto:

    Anch’io ho sempre pensato che fosse un libro di 1000 pagine… chissà poi perchè… Dopo aver letto il tuo articolo, credo che mi avventurerò nella lettura. Magari questa estate, quando di solito mi concedo letture diverse e stravaganti ^_^
    Grazie e buona serata

    1. Ehipenny ha detto:

      Anch’io mi ci dedico molto di più in estate, ho più tempo libero e più voglia… te lo consiglio molto :))

  2. Menti Vagabonde ha detto:

    Letto proprio in questi giorni. Il vecchio ama il mare e ne rispetta le sue creatures . C’è sempre qualcosa più grande di noi

    1. Ehipenny ha detto:

      Piaciuto??È vero 🙂

  3. Kikkakonekka ha detto:

    Dopo aver letto “Ulysses” non ho più paura di nessun libro, piccolo o grande che sia

    1. Ehipenny ha detto:

      Wow complimenti davvero!

  4. Daniela ha detto:

    ogni libro va letto con lo stato d’animo giusto, a prescindere dal titolo o dal numero di pagine; meglio avventurarsi nella lettura quando si è predisposti ad affrontare l’argomento e lo stile trattato.

    1. Ehipenny ha detto:

      Verissimo, ogni libro ha un suo momento, altrimenti non lo si capisce e non lo si apprezza a dovere 🙂

  5. Mr.Loto ha detto:

    Ho letto questo libro qualche tempo fa e devo dire che mi è piaciuto molto. Si tratta di un romanza scritto in modo magistrale e con uno stile che fa subito pensare ad un grande scrittore. Consigliato.
    Un saluto

    1. Ehipenny ha detto:

      Concordo su tutto! Scusa il ritardo
      Un abbraccio

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