Furore, Steinbeck

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Non conosciamo la miseria, la disperazione, la sensazione di non avere più niente, non sappiamo che cosa voglia dire scappare, lasciare tutto alle proprie spalle, caricare su di un camion i materassi e le stoviglie, seguendo un sogno sfumato. Sono gli anni della Grande Depressione, là in America. E la famiglia Joad é soltanto una, una delle tante tra le migliaia senza più una casa, un lavoro, un vestito pulito. Leggere quelle pagine ti fa star male, perché ti rendi conto di quanto tu abbia oggi, e di quanto ti sembri poco, ma quelle famiglie combattono per un po’ di carne, una polenta, qualche patata, e quei bambini non possono nemmeno comprarsi dei biscotti, o giocare con un pallone. È come se Steinbeck ti portasse da loro, su quel camion scassato che è tutto, perché permette nei loro sogni di attraversare l’America. La loro è una dignità che non si abbandona, non si perde, continua a sperare, ad avere fiducia, a crederci. Si cerca lavoro, un modo onesto per mangiare, si prega a mani giunte per spaccarsi la schiena, per spezzarsi le mani, per raccogliere frutta, cotone, per coltivare un campo e rivoltare la terra, si chiede di lavorare, anche per pochi centesimi, perché quei centesimi, forse, un giorno varranno una braciola. Il sogno della California si trasforma nell’orrore, nella selvaggia rincorsa dei cartelli, e nella fuga dagli sbirri malvagi. Era il sogno di comprare casa, ma quei pochi stracci e un materasso saranno sempre il solo loro rifugio. Era il sogno di lavorare in officina, o di studiare, ma é difficile anche solo avvicinarsi ai frutteti e farsi battere come bestie da soma. Nessuno li vuole, gli Okies. Sono sporchi, malati, affamati, poveri, quando il solo loro spirito si muove per la fame e la ricerca di dignità. Nasce un senso di famiglia e di vicinanza in ogni angolo, là dove i camion e le tende si radunano per la notte, si mettono in comune le poche briciole raccolte, le mani giunte, le preghiere, si cammina insieme, aspettandosi reciprocamente e sentendosi in colpa per gli altri. Non abbiamo idea di cosa sia stato tutto questo. Una transumanza di contadini, che hanno visto i propri terreni sparire, squarciati dalle ruspe e martoriati, e che non hanno mai capito quale sia stata la loro colpa, forse quella di essere stati mezzadri? No di certo. Ma il mondo é ingiusto. Perfino le case sono state picchiate, gambizzate, incrinate. Forse la vera storia che Steinbeck ha in mente è proprio questa: l’annullamento dell’uomo. Perché non è totalmente uomo chi dorme con il materasso posato sulla strada, e una fragile tenda nei mesi invernali. Non è totalmente uomo chi si nutre di patate e polenta, e non può permettersi un cartone di latte. Non é totalmente donna chi porta in grembo un neonato per vederlo morire, con il terrore di non avere di che nutrirlo, o di darlo alla luce senza una casa in cui cullarlo. Non è totalmente uomo chi è costretto a fuggire, a sottomettersi alle botte, alla polizia che incendia i prati, chi deve abbassare la testa per non essere arrestato, chi deve vivere al buio di un bosco per non essere trovato. Non è totalmente uomo chi perde tutto in un giorno solo, per un fiume che straripa, un lavoro che finisce, una paga abbassata. Non è totalmente uomo chi muore di stenti, dopo aver lasciato la propria vita, e non riceve nemmeno un funerale e una bara, perché i soldi bastano appena per mangiare. Non è totalmente uomo chi è costretto sempre a difendersi, a vivere al limite, a non alzare mai un dito per replicare: chi non ha diritti non è uomo, chi non ha occasioni non è uomo, chi non ha uno spazio non è uomo. Il furore vince, ad un certo punto, sugli animi buoni, sull’abitudine a lavarsi ogni mattina, a pulire i piatti e le pentole dopo il pranzo, a pettinarsi e ad indossare il bel vestito la domenica. Il furore abbatte tutti quegli istinti umani che ci distinguono oggi dalle bestie. Si finisce per accontentarsi, rischiando solo per un pezzo di pane e una patata, sperando solo di poter lavorare un altro giorno senza che la paga si abbassi. La famiglia Joad non ha una fine, anche se il romanzo non ha più pagine. Nessuno può sapere che cosa le succeda, nessuno ha idea di che fine faccia. È una delle tante, e come tale è destinata forse a continuare a peregrinare, lottando silenziosamente con la sola forza della resistenza, della fiducia, della fede. Del resto, le cose prima o poi devono cambiare. Finisce così un romanzo di cinquecento pagine, nell’attesa che noi sappiamo essere cambiata, perché da allora di anni ne son passati. Finisce lasciandoti una sensazione nuova, come se avessi appena studiato un capitolo di storia, scritto da loro, dalla famiglia Joad, con i verbi all’indicativo e le parole più semplici, ma tanta emozione. È la verità, che emerge. Non sotto forma di frasi perfette, o di fatti salienti, ma di emozione. Leggendo Steinbeck si prova paura, freddo, fame, rabbia, tristezza, come se fossimo tutti in viaggio su di un camion verso la California.

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. Paolo Albera ha detto:

    Un romanzo che non dimenticherò mai, mi ha commosso, e poi per dare il colpo di grazia ho messo su Springsteen che in The Ghost of Tom Joad canta le ultime parole che Tom dice alla madre… Insomma una storia durissima ma rappresentativa di ogni tempo (anche questo).

    1. Ehipenny ha detto:

      Non conosco la canzone,o forse l’ho sentita una volta ma non saprei ricordarla… davvero un romanzo che ti tocca, sia per la storia sia per come è scritto

  2. loredana ha detto:

    Uno dei primi romanzi che ho letto, e da allora Steinbeck è uno dei miei autori preferiti.

    1. Ehipenny ha detto:

      Ottima scelta 🤗

  3. Paola ha detto:

    Un autore straordinario. Questo il suo libro più duro, ma anche gli altri fanno emergere queste condizioni di vita per noi inimmaginabili. Dovremmo ricordarcene di più, per realizzare quanto le cose sono migliorate. Cerca le foto di Dorothea Lange

    1. Ehipenny ha detto:

      Non ho letto gli altri ma vorrei leggerli, hai ragione apre davvero gli occhi..
      Viste le foto, che dire gli occhi parlano da soli

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