Gita al faro, Virginia Woolf

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«Sì, di certo, se domani farà bel tempo,» disse la signora Ramsay. “Ma bisognerà che ti levi al canto del gallo,” soggiunse.
Queste parole procurarono al suo bambino una gioia immensa, come se la gita dovesse effettuarsi senz’altro, come se il prodigio che a lui sembrava d’aver atteso per anni e anni, fosse ormai, alla distanza d’una notte nel buio e d’una giornata sul mare, quasi a portata di mano. Giacomo Ramsay, all’età di sei anni, apparteneva di già a quella vasta categoria di gente che non può tener distinte le proprie emozioni, ma lascia che i lieti o mesti presagi del futuro annebbino quanto va realmente accadendo.

E’ difficile entrare nella penna e nella mente di Virginia Woolf. I suoi personaggi sono complessi, hanno tutti una psicologia ben definita, i loro pensieri sono riportati su carta come se a scriverli fosse il silenzio. Nessun mediatore, nessun “ha detto”, “ha pensato”, “ha riflettuto”. I protagonisti dialogano tra loro, poi si rifugiano nella propria testa e si lasciano trasportare. Il lettore è rapito da una non-trama, dalle sensazioni di un gruppo di persone che condividono una casa di vacanza, fulcro dell’intera vicenda e protagonista indiscussa. I

l romanzo segue i coniugi Ramsay, analizzato con occhio critico nei battibecchi continui, nelle distanze e nelle differenze, nel perpetuo occuparsi delle più piccole cose, leggere una fiaba a James, cucire una calza, bere un caffè. Sono stati innamorati, hanno avuto otto figli, probabilmente il tempo ha fatto il suo corso a grandi falcate, lasciando capitoli ancora incompleti e incomprensioni irrisolte. Emergono due figure inscindibilmente legate, che non riescono a comunicare con i sentimenti, solo con le parole a volte dure e a volte vane. Sotto lo stesso tetto incontriamo Lili Briscoe, una pittrice insicura di sé, senza appigli a cui aggrapparsi o certezze con cui vivere. Incontriamo Charles Tansley, che nega la capacità di dipingere e di scrivere delle donne, mentre ammira profondamente il signor Ramsay. Incontriamo Augustus Carmichael, il poeta che sarà colpevole di ordinare un’altra porzione di minestra, e di macchiarsi quindi di ingordigia. Virginia Woolf entra nelle teste dei personaggi, e trasforma i futili argomenti di conversazione in occasioni: occasioni per capirli, conoscerli, indagare il passato. Le debolezze di ciascuno sono poste al centro di un’incapacità di comunicare davvero, perché le verità rimangono solo pensieri inespressi. I Ramsay stessi, sposi da una vita, vengono dipinti in un’immagine di estrema tenerezza, come bloccati sui propri passi, consapevoli di ciò che l’altro vorrebbe ma incapaci di dare. I figli vorrebbero una carezza dal padre, ma lui non sa come addolcire la demolizione dei loro sogni e la sua freddezza.

La prima parte del romanzo è una perpetua attesa. Di cosa? Di una gita al faro che per tutti sarebbe la rottura della monotonia della vita di casa. Una gita che molti dei personaggi presentati non compiranno mai. Il trascorrere del tempo muta in fretta le stanze della casa, macchiando i muri, rovinando le porte, sporcando le stoviglie, e andrà ad intaccare perfino il nucleo familiare dei Ramsay, dimostrando così che nessuno può proteggersi da un destino che avanza, e dalle fatalità. Eppure c’è una sorta di lieto fine, nel romanzo. Un lieto fine taciuto, come i pensieri che gli inetti personaggi non sono stati in grado di comunicare. Un lieto fine che Lili Briscoe riesce finalmente a riportare sulla tela, ponendo fine a una storia eternamente sospesa e incompleta.

E’ un romanzo strano, che a metà ho dovuto ricominciare per potervi entrare appieno. Un romanzo che richiede di lasciarsi andare, di penetrare nelle psicologie contorte che di volta in volta si alternano, richiede di accettare di sentirsi confusi, e di andare alla ricerca, nella memoria, dei personaggi già conosciuti. Non è una storia che ha un inizio, uno svolgimento ed un finale. E’ come un quadro: da vivere e da interpretare.

12 pensieri su “Gita al faro, Virginia Woolf

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