Mille splendidi soli, Khaled Hosseini

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E’ un luogo comune, quello dei libri da leggere almeno una volta nella vita. E’ uno stereotipo, quello dei libri che ti emozionano come se fossi tu stessa un personaggio. E’ un’immagine iconica, quella delle lacrime che bagnano le pagine. Khaled Hosseini ha dato vita a tutto questo. Mi sbilancio, con il rischio di ricredermi in futuro: è uno dei libri più belli e più veri mai letti fin’ora. Fotografa una realtà più che attuale, un vissuto storico di cui forse tendiamo a dimenticarci, nell’Afghanistan dei talebani e dei “signori della guerra”, fino all’attentato alle torri gemelle, alla dichiarata guerra degli americani, alla resurrezione di Kabul. Al centro di tutto questo, le donne. Le donne afghane nascoste sotto i burqa, relegate in casa, al pari di schiave indegne di amore, nate solo per dare alla luce figli maschi, cucinare per i mariti, pulire la casa, picchiate a sangue per i più futili motivi, senza diritto alla difesa. E’ uno sfondo crudo e immondo, quello che si apre nel romanzo. Mariam e Layla sono due donne come le altre, a cui la vita non può promettere una felicità facile, donne che presto imparano ad accontentarsi dei piccoli momenti, delle piccole gioie, degli intervalli di sole tra un temporale e una tempesta. Mariam è una harami, una bastarda, nata da una serva e un possidente di terre, rifiutata dal padre per timore del giudizio sociale, abbandonata dalla madre che si impicca davanti a casa. Mariam ci ha provato, ha bussato alla porta di colui che le ha dato vita, ha aspettato per tutta la notte pregando per un miracolo, ma a quindici anni è stata consegnata a Rashid, sposa incosciente ad un uomo di quarant’anni, nella città di Kabul. Il lettore sembra quasi gioire per quella coppia che trova un equilibrio, che passeggia per la via, lei in silenzio, lui affettuoso a modo suo, lei che cucina, lui che si complimenta perché il cibo è molto buono, pare quasi un tragicomico spettacolo di teatro, ma è una triste realtà. Una realtà che diventa drammatica dopo il primo aborto di Mariam, il primo di una lunga serie, che fa di lei la peggior creatura assassina, colpevole di aver privato il marito di un erede maschio. E poi c’è Layla. Layla figlia di un insegnante universitario, e di una madre che con la morte dei figli in guerra ha perso tutto, la fiducia nel futuro, la forza di alzarsi dal letto, l’amore per la sola figlia rimasta. Layla cresce protetta dalla guerra, chiusa nella biblioteca con il padre, convinta di potersi guadagnare una laurea, un lavoro, illusa dalle amiche di meritare una foto sui giornali. E invece Layla rimane orfana, il ragazzo di cui si era innamorata, Tariq, e con cui aveva fatto l’amore una sola volta, scappa in Pakistan per proteggere la sua famiglia, e abbandonata a sé stessa non trova più niente. Non trova la fiducia, la forza, una vera prospettiva. Getta via perfino la sua libertà, dandosi in sposa allo stesso Rashid che aveva raccolto da terra anche Mariam. Si abbandona alla menzogna, fingendo che quella bambina concepita immediatamente sia sua, non di un Tariq che ancora spera di poter raggiungere, un giorno, chissà quando e chissà in che modo. Dopo i primi tempi, le due donne trovano una solida complicità, un affetto che le unisce nella sopportazione quotidiana, nelle privazioni che sono ormai legge, nelle percosse da cui si difendono l’un l’altra, nei divieti di uscire, studiare, divertirsi, muoversi, e spalla contro spalla si concedono di sognare, di sperare che le cose cambino, e che due donne, da sole, possano scrivere il proprio destino. Ma una donna non può scappare di casa, a Kabul. Non può pensare di essere perdonata, a Kabul. Layla dà alla luce un secondo un figlio, un maschietto privilegiato per il solo suo sesso, destinato ad una vita certamente migliore, per quelle ragioni che il regime aveva imposto per legge. Mariam e Layla vivono di questo, vivono del thè sorseggiato in giardino, vivono dei bambini da crescere, vivono delle preghiere. Non hanno nulla, nemmeno la parola degna di essere ascoltata, nemmeno la ragione quando la cinghia taglia loro la carne, eppure sono felici così. Non conoscono altro. Là fuori le bombe abbattono gli edifici, la gente muore, ma loro sono vive. Quando i soldi non bastano per comprare da mangiare, la figlia viene mandata in un orfanotrofio, e dalle parole di Hosseini emerge un dolore lancinante, il dolore di una madre strappata via dalla propria figlia, come un arto che si stacca dal corpo lacerandosi in schizzi di sangue. E’ un dolore più macabro di qualsiasi mina antiuomo, di qualsiasi bomba, di qualsiasi carro armato. Proseguendo nelle pagine, si scopre che forse per qualcuno c’è un futuro, che non è sempre tutto perduto, che la sopportazione, la misera felicità di due schiave del mondo, può in qualche modo essere ripagata. Si scopre che il destino non è mai qualcosa di già scritto, che le persone non sono sempre il nemico, o fantasmi irrintracciabili, che i sogni possono ancora realizzarsi, anche sotto la pioggia mortale di proiettili e schegge. Si scopre il sacrificio, l’amore, i legami che quelle stesse donne, trattate alla stregua di beste, sono in grado di creare. Il romanzo di Hosseini ti colpisce come un getto d’acqua violento, ti fa proseguire la lettura per ore, con il cuore che batte e davanti agli occhi i volti di Mariam, di Layla, di Rahid, di Tariq, della piccola Aziza, del piccolo Zalmai. E’ una famiglia che si ha la sensazione di conoscere, e le emozioni bruciano, come se improvvisamente la camera fosse l’Afghanistan, e la televisione mostrasse le schiere dei talebani armati. Sono tante, le emozioni, talmente tante ad ogni nuovo capitolo, ma tutte confluiscono in un nodo alla gola di agghiacciante consapevolezza: perché è la realtà. Oltre il romanzo, c’è la realtà. E’ realtà che una ragazzina di quindici anni venga costretta al matrimonio e cacciata di casa, è la realtà che l’uomo possa picchiare una donna fino a farle saltare i denti e sputare sangue per giorni, è la realtà che tutte queste donne siano nate colpevoli, o uccise in grembo dal futuro drammatico che le attende. Fa male trovare in un romanzo la consapevolezza di questo. E poi rendersi conto di quanto tutto sia lontano da qui, dai diritti e dai valori occidentali, dalle donne che studiano, lavorano, vanno al cinema, si sposano con chi amano, mostrano il proprio corpo e i propri abiti, escono tra amiche. Non capiamo quanta fortuna abbiamo. Così come Mariam e Layla non capivano la propria sventura, e si rallegravano davanti a una semplice tazza di thè contaminata dall’acqua sporca. E’ solo che… c’è chi nasce dove non merita, dove nessuno merita, e da cui troppi non riescono a scappare.

“Mille splendidi soli” è un romanzo che insegna, emoziona, ti fa piangere e tremare, apre gli occhi, sconvolge, ti fa affezionare, divorare le pagine, ti fa incuriosire, sperare, credere, sognare, essere anche tu, come Mariam e Layla, una donna dell’Afghanistan durante il regime.

8 commenti Aggiungi il tuo

  1. loredana ha detto:

    Libro che mi ha commosso e fatto riflettere.

    1. Ehipenny ha detto:

      Anche a me tanto 🙂

  2. Paola ha detto:

    Mi era piaciuto molto, sebbene lo ricordi poco, l’ho letto molti anni fa

    1. Ehipenny ha detto:

      Un libro veramente bellissimo, le sue emozioni si ricordano anche dopo tempo 🙂

  3. Viaggiando con Bea ha detto:

    Mi hai fatto rivivere la bellezza di questo libro. L’ho letto tutto d’un fiato e visto che è passato molto tempo magari chissà lo prendo tra le mani e lo rileggo. Non da meno il cacciatore di aquiloni anche se ho preferito questo. Chissà com’è “e l’eco rispose”. Grazie per questo sunto magnifico. Buona giornata 🙂

    1. Ehipenny ha detto:

      Grazie a te, è bello ricordare libri che anche altri hanno letto! Il cacciatore di aquiloni è nella mia lista dei desideri, “e l’eco rispose” non lo conoscevo, chissà 😀

      1. Viaggiando con Bea ha detto:

        Se ti è piaciuto mille splendido soli vedrai che il cacciatore di acquiloni non ti deluderà.

      2. Ehipenny ha detto:

        Ti farò sapere presto allora! 😘

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