Autobus: lo sterminio dei pendolari

Gli autobus di Bologna sono i soli con cui io abbia stretto un difficile ma saldo rapporto. Macchine infernali, non saprei definirli in altro modo. Comincio col dire che ci sono due periodi dell’anno in cui dei mezzi arancioni sembra scomparire ogni traccia: agosto, mese per eccellenza in cui le strade si trasformano nel deserto dei Tartari, e l’arco temporale delle vacanze natalizie, in cui i soli veicoli in circolazione sono fermi con le quattro frecce e senza autista. Le fermate degli autobus riportano gli orari in cui una persona normale si aspetta arrivi il mezzo: illusi! Quelli indicati sono gli orari in cui SICURAMENTE NON passerà alcun tipo di autobus, ed anzi passerà il mezzo nella direzione opposta, accosterà alla fermata dall’altra parte della strada, e ripartirà lasciandoti ancora la falsa credenza che sia giunto adesso il tuo turno. Due ere geologiche dopo, dopo aver detto dodici volte all’anziana che il 20 non è ancora passato, dopo aver consultato quaranta volte gli orari affissi, dopo aver cercato notizie di rotture stradali, asteroidi e sparatorie in città, dopo aver cominciato a parlare da sola maledicendo gli dei egizi, l’autobus arriva. Anzi, arriva una fila di sette autobus incolonnati, che potrebbero travestirsi da regionale di Trenitalia e fare pure bella figura. La cosa divertente è che il tuo autobus è proprio l’ultimo della colonna, e rimani interdetta se scattare come Usain Bolt alle Olimpiadi o se attendere pazientemente che l’autocarro si avvicini: non sai le sue intenzioni, non le riesci a decifrare. Nove volte su dieci il bastardo percorre due centimetri, poi spalanca le porte a tre chilometri dalla fermata, aspetta che tu corra con le borse in testa, il passeggino spinto a calci, il cane e i figli al seguito, il tacco perso in un tombino, il cellulare finito in autostrada, e i pantaloni alle caviglie. Ti aspetta, e poi ti chiude le porte in faccia. La sola volta su dieci in cui ciò non accade, ti ritrovi con un piede ancora fuori dall’autobus, chiuso tra le porte ad altezza caviglia, con la giacca e la borsa penzolanti, con la testa puntata contro un paio di ascelle maleodoranti, e il controllore ad un palmo di naso che già ti chiede di mostrare il biglietto. Piccola parentesi sui controllori: non hanno pietà. Ho visto persone per bene ricevere una multa per un biglietto scaduto da un minuto, altre perché l’orario dell’obliteratrice era sfasato di un’ora, altre ancora perché la macchinetta non voleva mangiarsi le monetine. Ma io sono passata all’abbonamento annuale, che non timbro perché ho già pagato le mie cifre a doppio zero a suo tempo. Tornando all’ambiente dell’autobus, dovete sapere che esistono tre tipi di macchine infernali: la macchina infernale classica, quella snodata, e quella in miniatura. La prima è puntualmente piena, con un ammasso di gente pigiata con la faccia contro i vetri, i gomiti contro le costole, senz’aria e senza spazio per muovere un solo dito. Quella snodata è stipata come un carro di animali da macello, con la differenza che gli sventurati al centro dell’autobus sono costretti a roteare, già sfiancati dalla situazione, sulla piattaforma che fa da perno. Gli autobus in miniatura non se li fila mai nessuno, grandi quanto i furgoncini dei gelati dei film americani, rumorosi come un autocarro, più vuoti di un’apecar a pieno carico. Ma c’è una cosa che accomuna ogni mezzo pubblico che si conosca: la temperatura. La temperatura è sempre un perenne schiaffo in faccia, perché quando fuori ci sono dodici gradi sotto zero, sull’autobus ce ne sono quarantacinque, e allora il principio di congelamento si trasforma in una sudorazione a pioggia che impregna il piumino, così al primo colpo di vento si blocca l’intera spina dorsale e via: pronto soccorso. Quando invece fuori ci sono quaranta gradi e un’umidità al novanta per cento, sull’autobus l’aria condizionata sparata a manetta registra la prima nevicata fuori stagione e una temperatura da cella frigorifera. Quando piove, invece, il sistema impazzisce. Oltre al fatto che la gente quintuplica, e si arma di ombrelli fradici da sbattere in faccia per conquistare l’ultimo posto a sedere, l’umidità da foresta amazzonica ti toglie il respiro prima di riuscire a timbrare il biglietto. Altro elemento in comune: il piede di piombo degli autisti, che da ogni fermata ripartono in terza marcia a 3000 giri, come una Ferrari sul circuito di Formula 1, e le persone in piedi cominciano a volare, quelle sedute si ribaltano con la faccia per terra, e il genio che faceva il gradasso con le mani in tasca e in equilibrio sui piedi, beh, per lui c’è un trauma cranico e una costola rotta. Dopo l’apocalisse, l’autista pigia poi il freno, e l’ammasso informe di umani si spiattella contro il vetro anteriore. C’è da dire, poi, che l’autobus registra vari casi di elementi interessanti appartenenti al genere umano. Come non citare quegli anziani che si aggiornano sul nervo sciatico e sulla protesi all’anca, con referti medici a testimonianza, e si tira avanti, si fa quel che si può, si vive ogni giorno come se fosse l’ultimo! Poi c’è la madre con otto figli e tre cani, che da sola riempirebbe sei macchine, con la faccia sfigurata dalle notti insonni, una neonata attaccata ai capelli, un passeggino triplo da sollevare, e i figli già attaccati come scimmie alle maniglie. Poi c’è quello che dorme, con il corpo storto a sinusoide e una cervicale in evoluzione, che si sveglia al capolinea e si ritrova a venti chilometri dalla sua destinazione. Poi ancora c’è la classe delle scuole medie appena uscita da scuola, con degli zaini da esploratori più alti di loro, i cellulari in mano per giocare a Fifa, e questa mania costante di piazzarsi davanti alle porte di uscita più saldi di una colonna greca. Potrei elencare ancora l’ubriaco notturno, che cerca di timbrare la bottiglia di birra anziché il biglietto, la lettrice, che non alza la testa dal libro nemmeno per scendere, quello che ascolta la musica senza auricolari, e disturba tutto l’autobus con un rumore assordante di tecno, poi ci sono quelli che comprendono il tuo disagio, e ti prenotano la fermata quando non arrivi al pulsante, ti fanno sedere quando ti vedono sull’orlo dello svenimento, prendono di peso i ragazzi delle scuole medie e li spostano per farti scendere dall’autobus. Perché in fondo, per sopravvivere, ci vuole solidarietà. E non importa se a volte qualche anziano si offende al tuo “Si vuole sedere?”, sono incidenti di percorso. L’autobus va preso a testa alta, con una pettorina antiproiettile, un coltello a serramanico e un libro di preghiere. O per lo meno così funziona qui, a Bologna.

11 commenti Aggiungi il tuo

  1. Mastro Pellecchia ha detto:

    Fantozzi era più fortunato 😂

  2. alemarcotti ha detto:

    Non si discostano molto da quelli milanesi🤣🤦

    1. Ehipenny ha detto:

      Allora è un problema diffuso 😅

  3. Kikkakonekka ha detto:

    10 giorni fa ho scritto una mail di protesta al servizio di trasporto pubblico di Padova, perché mio figlio arriva spesso in ritardo a scuola a causa degli autobus strapieni che nemmeno si fermano ma tirano dritti. E dire che lui è alla fermata con largo anticipo.
    Hanno detto che ne terranno conto.
    Non ci credo affatto.

    1. Ehipenny ha detto:

      Pensa che qui capita che anche gli autobus vuoti tirino dritti senza spiegazioni.. o che si fermino a una fermata con il cartello “fermata cancellata”…

      1. Kikkakonekka ha detto:

        No, vabbeh, questo fa incavolare ancora di più

      2. Ehipenny ha detto:

        Già… é oltre l’immaginabile

  4. L'Uomo dei Mici ha detto:

    Gli autobus di Bologna sono antipenny 🤣🤣🤣🤣🤣

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