Estratto immaginario #16

Procedeva di pari passo con la sua ombra, spingendo il passeggino per inerzia sempre avanti, come camminavano i suoi pensieri ripercorrendo quel giorno. Davanti a sé aveva sua figlia, dormiente e avvolta nel fazzoletto bianco, ricamato da sua madre. Ricordava appena il suo volto, dicono che gli eventi dolorosi vengano rimossi dall’inconscio, ma nei suoi occhi aleggiava ancora il momento del parto, quando le diedero in braccio quella cosa bagnata, che scivolava tra le mani come una rana viscida, e piangeva, disperatissima, dimenandosi con le gambe. Sua madre le aveva detto dal letto accanto: “Sarai un’ottima mamma”. Erano passati circa due anni da allora, ma nulla sembrava cambiato. Mentre era persa tra i ricordi più offuscati, squillò il telefono in qualche tasca nascosta della borsa, e il passeggino proseguì per la sua strada, da solo, lentamente. Cercava con una rabbia che cresceva, e a tratti sembrava voler strappare le cuciture della borsa di stoffa con le mani. 

“Posso aiutarla?”. Era un ragazzo, e stringeva forte il suo passeggino. “No, grazie”. “Mi sembrava le stesse sfuggendo qualcosa”, “Sì, ma… No, cioè, è tutto sotto controllo. I bambini mi fanno diventare matta”. Il telefono aveva smesso di squillare. “Vuole un passaggio in auto? L’ho parcheggiata qui”, “No, davvero, grazie”. Riprese a forza il suo passeggino e quasi corse via da quell’angolo di strada in ombra su cui aveva dimorato fin troppo. “Ehi! Ma che fa?!”, “Mi scusi”. Procedeva come fosse una gara contro il tempo, a destra, poi a sinistra, senza rallentare mai, senza controllare come stesse sua figlia, senza ascoltare le sue masticate parole, aveva in testa solamente il trillo del cellulare a cui non aveva risposto. Non sapeva chi fosse, non ci aveva nemmeno guardato. 

“Mamma!”. La piccola cercava con foga di togliere il fazzoletto dalla testa, e in quelle movenze agitate sembrava quasi ritornata creatura, quella bagnata e scivolosa che con le manine catturava l’aria invisibile. Ma lei non sentiva, non vedeva niente. La risvegliò un suono violento, di un clacson che penetrò le sue orecchie e quelle di Maria, arrivando fino ai nervi già tesi e facendoli scattare. “Ma che fa, è matta?!”. L’auto era ferma ad un passo da lei, l’uomo al volante impaurito e spaesato aspettava, ma lei non riusciva nemmeno a muovere un passo, tutto sembrava silenzio, anche se Maria gridava e si copriva gli occhi con il fazzoletto sciolto. “Si sposti!”. Qualcuno la stava tirando per un braccio, per la borsa, un poco per i capelli, e si ritrovò appoggiata con le spalle al muro, il passeggino di Maria accanto, e le persone che giravano e la guardavano e la bruciavano con lo sguardo, ritornò a quando aveva ancora sedici anni ed una neonata in carrozzina, ma come avevo fatto? Non lo sapeva. Maria strillava ancora, con il fazzoletto bianco ormai ridotto ad uno straccio bagnato, le si avvicinò per parlarle, dimenticando ancora che i bambini spesso non capiscono quello che capiscono tutti, “Maria, è tutto a posto. Però dammi quel fazzoletto. Altrimenti lo rovini”. Maria la guardava attenta, come un cane guarda il suo padrone senza capire, solo a sensazione, e piano le restituì quel fazzoletto sgualcito. Lo strinse forte a sè. Avrei potuto ammazzarla. Scusami mamma. 

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