Prima facciamo i compiti, poi ti faccio giocare con le macchinine

Si dà il caso che io abbia una certa dose di masochismo impiantata nell’anima, e che quest’estate non mi sia bastata la sessione intensiva di dogsitting a mezzogiorno spaccato, con quaranta gradi all’ombra e nessuna ombra sotto cui ripararmi. In attesa che il mio cane prediletto ritorni dalle vacanze, lui che ha più vacanze di me, ho deciso di dedicarmi ai bambini. Anzi, ad un solo bambino, figlio di parenti nel nostro albero genealogico di famiglia. Mattia ha sei anni, ed ha finito la prima elementare. E’ biondo scuro, sdentato, alto un metro e un tappo, e gira con un dinosauro volante da mostrare al pubblico. Mi stupisco? No. I bambini sono così. Anche io sono stata così. Ma io con i bambini non ci so fare, non sono mai stata capace di rapportarmi con un nanerottolo così piccolo, e parlare con quella vocina infantile, fare quei discorsi senza senso sui giocattoli più belli, spiegare le regole, far fare i compiti… Mi sono cimentata nelle lezioni private per un bambino di sei anni. Giusto per partire con il livello più semplice. Mattia è carino, ha la faccia buona e simpatica, da classico angioletto. Ma non ha voglia di fare niente che riguardi i libri o le matite o le penne o i quaderni o la scuola o i compiti delle vacanze. Nulla. Nonostante i suoi compiti consistano nell’ascoltare un disco di inglese e nel mentre colorare delle figure. Si distrae, fa cadere i colori, sfoglia le pagine senza scrivere una riga, non segue le consegne, colora male, ed io devo trovare quell’istinto fiero e un po’ cattivo che lo convinca a stare più attento. Non sono una babysitter, non sono una tata, sono una sottospecie di professoressa declassata al ruolo di assistente-a-bambino-svogliato. A complicare le cose ci si è messo mio padre. No, non era in casa, non ha disturbato fisicamente, non ha telefonato sul cellulare. Ha comprato anni fa una collezione di macchinine, una riproduzione fedele delle auto d’epoca, e le ha esposte in bella vista nel salotto di casa. Vuoi che un bambino di sei anni non le veda, e non si metta a sbavare implorandomi di giocare? Mi sono ritrovata a strisciare a terra come un vermetto rosa, rotolandomi nella polvere e nello sporco, facendo correre le macchinine sul pavimento con le mani, facendole saltare, facendole parcheggiare, facendole scontrare rompendo qualche sportello, e sperando che mio padre non lo noti mai nei prossimi vent’anni. Ma l’ho ricattato. Sì. Perché fortunatamente le macchinine erano quasi tutte in alto, sull’ultimo scaffale di un mobile a muro che sfiora il soffitto. Deo gratias! “Prima facciamo i compiti, poi ti prendo le macchinine”. E lui è corso in cucina, ha preso le sue matite e la sua penna, e ha fatto i compiti. Alla bell’è meglio, certo. Colorando come prima, fuori dai bordi e con dei rigoni epilettici. Saltando alcune pagine. Non ricordandosi alcune parole di inglese, come si dice nero, come si dice chitarra, come si dice rana. Rifiutandosi di leggere il libro di matematica che mi hanno detto dovrebbe rileggere una seconda volta. E probabilmente pensando solo ed esclusivamente alle macchinine in salotto, pronte per sfrecciare. Non ho avuto quel polso che appartiene più ad una madre, abbiamo fatto poche pagine in un’ora e mezza di permanenza a casa mia. Ma Mattia è stato contentissimo, e ha chiesto di potermi invitare a casa sua. SOS! Una mattinata che pensavo non sarebbe finita mai, a indossare i panni di una ragazza di vent’anni che gioca con le macchinine, a cercare di inventarmi qualche trucco per farlo tornare sui libri, a sentirmi correggere da lui perché il colore viola “si dice pruple, non purple!”, ad armarmi di santa, veramente santa pazienza per non legarlo alla sedia. Forse perché sono figlia unica, forse perché la mia possibilità di avere un fratellino è sfumata quando ero ancora piccola, e la vedo ogni tanto al cimitero in un nome scritto in argento. Forse perché mi sono sempre rifiutata di rapportarmi con i bambini, e allora eccomi qui, impacciata come un clown al suo primo giorno di lavoro. Eppure gli sono piaciuta. Gli sono piaciuta! Non è una cosa terribile e meravigliosa allo stesso tempo? Vorrei saperci fare. Vorrei imparare, perché penso che un bambino ti possa regalare gioie ed emozioni. Voglio dire, le gioie e le emozioni le trovo sempre, le ho trovate nel cane che porto a spasso, perché non dovrei trovarle nel bambino che aiuto con i compiti? E poi ha un bel caratterino, timido all’inizio, ma sicuro di sé, allegro, coinvolgente, mi ha fatto scegliere quali macchinine usare, e alla fine mi ha detto “Hai visto che ti ho fatto ridere? Ti ho detto che faccio ridere tutti”. E poi… sa usare il computer meglio di me, sa alzare il volume da una rotella nascosta che non conoscevo, sa fare una ricerca su Google, sa trovare i video per bambini su YouTube. Sa usare la televisione, sa usare Sky, e cercare i suoi cartoni animati preferiti. Sa usare perfino il mio cellulare, che ha riempito di applicazioni di giochi all’inverosimile. Ma di cosa mi stupisco? È un nativo digitale.

Non avremo fatto tutti i compiti, non avremo finito il libro di inglese o quello di matematica, ma sono fiduciosa che Mattia possa imparare ad ascoltarmi. Con o senza ricatti.

La mia ultima domanda è: possibile che Mattia, sei anni compiuto, sia il primo elemento del sesso opposto ad invitarmi a casa sua da soli? Ma ho la faccia da pedofila criminale?

Scherzo, ovviamente. Mattia mi vuole perché gli porti le macchinine.

17 commenti Aggiungi il tuo

  1. Vittorio Tatti ha detto:

    Come hai fatto a reggere?

  2. Corn. ha detto:

    Io ho un fratello di 10 anni (io ne ho 18). Ovviamente, anch’io sono stato investito della sacra responsabilità di aiutarlo e controllarlo mentre fa i compiti. E cosa succede quando non mi ascolta? Macchinine? Promesse e ricatti? Ma che, non sono mica arrivato a 18 anni per scendere a patti con un esserino che ha quasi metà della mia età. Da bravo e responsabile fratello maggiore, da autorevole e splendete figura di riferimento quale sono per lui, ci faccio la lotta insieme. Non serve molto tempo, 5 minuti sul pavimento della cucina ed è immobilizzato mentre gli faccio il solletico e lo minaccio di appenderlo a testa in giù. Un giorno capirà. Un giorno mi batterà (forse). Sono un fratello maggiore così dannatamente fantastico (forse).

    1. Ehipenny ha detto:

      Beh voi siete fratelli e per di più maschi, vale la legge della lotta per forza 😅 io sono quasi troppo mansueta… ma forse se avessi un fratello la minaccia e il solletico li userei 😆

      1. Corn. ha detto:

        Hahahahah esatto, essendo entrambi maschi devo fargli capire bene la gerarchia e chi sia il più forte. No dai, sono un bravo fratello, giuro che quando facciamo la lotta non gli faccio del male (non sempre). Il solletico funziona sempre😛

      2. Ehipenny ha detto:

        Il solletico funziona a qualsiasi età, fallo a me e crollo 😂

  3. Kikkakonekka ha detto:

    Ho fatto ripetizioni per anni a ragazzi e ragazze delle superiori, e l’esperienza fu ovviamente molto diversa.
    Ma, anche se in modo differente, la pazienza ci vuol sempre, perché anche i grandi si distraggono, mettono poca attenzione a quanto tu gli stia dicendo ed insegnando, non si sforzano.

    1. Ehipenny ha detto:

      Io ho ricevuto ripetizioni alle superiori, e ne ho imparato molto… ma una ragazza che era in classe con me ha speso soldi per due anni rimanendo sempre una zucca vuota per cui confermo quello che dici tu 😂

  4. klelia ha detto:

    il modo migliore per approcciare ai bambini è proprio il non cercare di essere “adatti” ma rimanere spontanei. Si accorgono se fingi o se ti annoi, e soprattutto è stupendo scoprire quanto siano naturalmente e meravigliosamente privi di pregiudizi su qualsiasi cosa. Prendono la vita così come arriva, e hanno la capacità di sapersi divertire sia con un tecnologicissimo computer che con delle semplici macchinine vintage.

    1. Ehipenny ha detto:

      Mi sa che hai proprio ragione… hanno sempre qualcosa con cui sorprenderti, e pian piano ci entri tanto in confidenza 🙂

  5. Ci vuole pazienza. Anche io non so rapportarmi con i bambini, ho un fratello di due anni più piccolo.

    1. Ehipenny ha detto:

      Ci vuole predisposizione secondo me 🙂

      1. Anche. Vorrei avere una famiglia in futuro però

      2. Ehipenny ha detto:

        Oh si anch’io, ma sai cosa? Secondo me diventare genitore è diverso, è un sentimento che giorno dopo giorno cresce e ti fa capire cosa è meglio fare o dire, non ci sono manuali o pratiche da fare… è istinto, sempre secondo me :))

  6. Diemme ha detto:

    Mi pare un buon inizio 😉

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