Pillole di autobus

Per la serie: sono invisibili ai più.

Dopo un’ora circa con il sole puntato sullo zenit al centro della mia testa, con un cane che corre soltanto se corro con lui, con l’afa bolognese che si è svegliata pimpante e si è già presa anche un paio di caffè rigeneranti, arrivo alla fermata dell’autobus. Aspetto il numero 20, il mortale. Quello che in inverno accende l’aria condizionata e in estate spara a palla il riscaldamento. Quello che è sempre pieno, dalle cinque di mattina alle due di notte. Quello dove la gente si ferisce a colpi di anelli borchiati e di orologi per un posto a sedere. Ebbene aspetto il 20, quello che non arriva mai puntuale, sparisce per mezz’ora e poi si presenta in triplice copia.

La scritta a led mi segnala: in arrivo tra tre minuti. Giro la testa, sento un rombo conosciuto. È lui! Miracolo. Scatto in piedi con i miei riflessi fisici di quando ancora ero sportiva. Ma l’autobus accelera davanti al mio naso, e qualcuno dal finestrino se la ride. Cazzo! Me lo concedete?

Decido di andare a piedi, perché dicono faccia delle belle gambe. E non appena abbandono la mia fermata sento un altro rombo conosciuto, di un altro 20 che non si ferma alla fermata, semplicemente perché non c’è nessuno. E accelera pure lui.

Io e un’ape affezionata alla mia maglietta color arancione torniamo a casa a piedi.

Vi aggiornerò sulle belle gambe.

24 pensieri su “Pillole di autobus

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