Fontamara e la guerra dei Cafoni

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“A chi guarda Fontamara da lontano, dal Feudo del Fucino, l’abitato sembra un gregge di pecore scure e il campanile un pastore. Un villaggio insomma come tanti altri; ma per chi vi nasce e cresce, il cosmo. L’intera storia universale vi si svolge: nascite morti amori odii invidie lotte disperazioni.”

Un romanzo per chi vuole conoscere il mondo. Un romanzo per chi vuole conoscere quell’altra faccia del mondo, rifiutata dai grandi occhi dei giornalisti, dei parlamentari, del governo. Un romanzo per chi vuole capire. Un romanzo per chi vuole capire i rischi dell’ignoranza, della prepotenza, degli inganni e dei soprusi. Un romanzo per chi vuole estraniarsi dalla realtà delle cose e guardarla da fuori. Un romanzo per chi ha il coraggio di cambiare prospettiva, di porsi quelle domande che provengono dall’altra faccia della medaglia, di sperimentare sulla propria pelle l’impossibilità di vivere. I Cafoni sono questo. Sono una famiglia immensa di contadini, oppressi dalle tasse, vittime di un sistema che non funziona ma che non possono cambiare, un sistema che è tenuto loro nascosto, come qualcosa di naturale e irrimediabile. Sono presi a schiaffi dal Governo, traditi da chi credevano amico, incapaci di affrontare le conseguenze della storia da soli, poveri di tutto, tranne che del granoturco e dei fagioli. E’ la semplicità di avere poco eppure tutto. Non c’è recriminazione, non c’è arresa tra le pagine, non c’è il desiderio di vendetta atroce; soltanto bisogno di vivere. Chiedono di poter avere la propria Terra, i Cafoni. Non vogliono un posto in parlamento, non pretendono di essere ascoltati dal Podestà, o di trovare lavoro in un’industria, perché il loro posto, la loro casa, odora di piante, di concime, di acqua per l’irrigazione, di granoturco e di fagioli. Si conoscono tutti, a Fontamara, come se ognuno dal canto suo si sentisse un figlio ed un padre, uno zio ed un nonno. Li accomuna una sorta di destino fatale, di credenza al Signore che un giorno forse renderà loro giustizia, li accomuna la miseria, che riescono a trasformare in oro giallo socchiudendo gli occhi, perché basta loro la speranza, o la possibilità, o un’occasione. Sono un popolo senza tempo e collocazione geografica, un’informe fiume tagliato dalle dighe artificiali, sfruttato dai mulini, impoverito dalla sete altrui, privato della vita dai pescatori di trote. Sembra un male irrimediabile questa eterna battaglia per la ricchezza, per il potere, un cancro che si diffonde organo dopo organo, tassa dopo tassa, eppure destinato a inghiottirsi da solo, perché un giorno dei Cafoni non resteranno che le ossa, schiacciate da un’ennesima imposta sull’ossigeno da respirare, e che ne sarà del mondo allora? Chi coltiverà i campi? Chi produrrà granoturco e fagioli? Chi sarà disposto a piegare la schiena sotto una frusta bollente, la fatica, il sudore, il sole, il gelo invernale, la sfortuna? Tutto il romanzo parla la lingua di Fontamara. Guarda con gli occhi dei Cafoni, ragiona con la mente dei Cafoni, segue i ricordi confusi e a tratti animati a tratti spenti dei Cafoni, ma ne esce uno scorcio umano, più di qualsiasi ritratto di principe o condottiero. Una tela dipinta da poco, ancora fresca, da osservare nel suo complesso dal fondo della stanza, per coglierne le variazioni di tono, di colore, di stagione tra un angolo e quello opposto. Emerge la verità. Una verità che ancora oggi vive, chissà dove, dietro gli angoli più remoti e abbandonati, ancorati alle tradizioni, fedeli a sé stessi, accantonati dalle grandi macchine che dominano il mondo, poveri ma innamorati dei pochi stracci, di un campanile, di un quadrato di terra coltivato a granoturco e fagioli. Valori che tanti hanno dimenticato. Perché il punto di vista dei Cafoni è lucido come un vetro appena pulito, limpido come uno specchio d’acqua, e mostra ogni sasso sul fondo del lago con le sue sfumature, senza indugio e senza il timore di cadere alla prima cascata. Ma i Cafoni non li ascolta nessuno, perché sono ignoranti. Non sanno leggere, non sanno scrivere altro che il proprio cognome, vivono ai margini, eppure sostengono lo Stato tutto intero, come chi regge il tappeto elastico agli angoli per chi si lancia dal trampolino. Sono ignoranti ma forti, e lo sanno. Lo ammettono. E’ la loro vita, ed è fatta così, di poche cose, di un po’ di pane e qualche cucchiaio di minestra di fagioli, di qualcuno da amare e qualche figlio da crescere, di un prete che celebri la Messa e di un po’ di sole per coltivare le piantine. Null’altro, che non sia la libertà. E quando quella libertà viene meno, tutto perde un senso, l’equilibrio si spezza, l’ignoranza pretende di essere colmata, e non si piega più come un tempo, in attesa di marcire, non accetta ogni nuova tassa senza porsi qualche domanda.

Per ordine del Podestà sono proibiti tutti i ragionamenti. Berardo provvide ad affiggere il cartello, in alto, sulla facciata. La sua condiscendenza ci sbalordiva assai. Ma poi Berardo disse: “Quello che il Podestà ordina da oggi, io l’ho sempre ripetuto. Coi padroni non si ragiona, questa è la mia regola. Tutti i guai dei cafoni vengono dai ragionamenti. Il cafone è un asino che ragiona. Perciò la nostra vita è cento volte peggiore di quella degli asini veri, che non ragionano. L’asino irragionevole porta 70 chili di peso, oltre non ne porta. L’asino irragionevole ha bisogno di una certa quantità di paglia. Tu non puoi ottenere da lui quello che ottieni dalla vacca, o dalla capra, o dal cavallo. Nessun ragionamento lo convince. Nessun discorso lo muove. Lui non ti capisce, o finge di non capire. Ma il cafone invece, ragiona. Il cafone può essere persuaso. Può essere persuaso a digiunare. Può essere persuaso a dar la vita per il suo padrone. Può essere persuaso ad andare in guerra. Può essere persuaso che nell’altro mondo c’è l’inferno benché lui non l’abbia mai visto. Vedete le conseguenze. Guardatevi intorno e vedete le conseguenze. Un essere irragionevole non ammette il digiuno. Se mangio lavoro. Se non mangio non lavoro. O meglio neppure lo dice, perché allora ragionerebbe, ma agisce così per natura. Pensa un po’ se gli ottomila uomini che coltivano il Fucino, invece di essere asini ragionevoli, cioè addomesticabili, cioè convincibili, cioè esposti al timore del carabiniere, del prete, del giudice, fossero invece veri somari, completamente privi di ragione. Il principe potrebbe andare per elemosina. E cosa ci impedisce ora di strappare quel cartello che ci hai portato e strangolarti a morte? Ce lo può impedire solo il ragionamento delle possibili conseguenze dell’assassinio. Ma tu, di tua mano, hai scritto su quel cartello che da oggi, per ordine del Podestà, sono proibiti i ragionamenti. Tu hai rotto il filo al quale era legata la tua incolumità.”

Non sono un popolo unico, non sono un corpo indivisibile, e non mancano coloro che fuggono, che si arrendono, o che rinunciano alla propria Terra per lavorare in città. Ma Fontamara vive fino alla fine, senz’acqua, senza luce, senza risorse. Vive perché i suoi abitanti sono forti, e non si arrendono davanti alla prospettiva del niente davanti a sé, di un futuro scuro e incerto, probabilmente malvagio, come un crepaccio che inghiotte le case una dopo l’altra. Non si arrendono se il granoturco si secca, se i fagioli sono piccoli come sassolini. Quella Terra è casa loro. E con i ragionamenti sinceri, nell’ombra, impediscono al mondo di collassare.

Cafoni siamo in tanti, in un modo o nell’altro, forti e ignoranti in una diversa misura, fragili davanti agli inganni, perennemente in cerca di certezze, delle poche piccole cose che ci fanno felici, e amanti della nostra Terra, legati al suo popolo, alle sue tradizioni, commossi davanti alle occasioni da sfruttare, arrabbiati davanti alle ingiustizie, siamo Cafoni quando una nuova tassa ci opprime, quando ci illudono con false promesse, quando le frasi sono festoni di carta velina, siamo Cafoni perché abbiamo bisogno degli avvocati, dei giornali, di scendere in piazza per essere ascoltati, e a volte nemmeno veniamo notati dalla finestra, siamo Cafoni perché non chiediamo di essere milionari, ma non vogliamo morire di sete e di fame, Cafoni quando il Governo si dimentica di noi, quando il Sistema pensa di vincere senza di noi, ma tutto, tutta la fatica, tutta la ricchezza, tutte le auto, le case, il pane, i fagioli, tutto questo mondo infernale, a volte disonesto, a volte un Paradiso, tutto quanto l’abbiamo costruito noi. Noi Cafoni perché siamo ai margini, ma nessuno si accorge che la vita è esattamente qui, dove siamo noi.

“Un cittadino ed un cafone difficilmente possono capirsi”

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. Vittorio Tatti ha detto:

    Sembra interessante.

    1. Ehipenny ha detto:

      Per me lo é stato, lo consiglio :))

  2. loredana ha detto:

    Ho amato quel libro, letto tanto tempo fa.

    1. Ehipenny ha detto:

      È molto molto bello :))

  3. Diemme ha detto:

    Lo lessi al liceo, e fu subito amore. Rimango un’appassionata di Silone, di cui consiglio Vino e Pane, per me ancora più avvolgente e coinvolgente di Fontamara.

    1. Ehipenny ha detto:

      Me lo segno allora, lo leggerò quasi sicuramente :))

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