Sproloquio sulla musica

Per anni non ho ascoltato musica, eccetto quella che mio padre faceva partire in macchina durante i viaggi in autostrada. Ascoltavo piuttosto il silenzio, di cui spesso sentivo la mancanza durante la giornata. Ho cominciato a scoprirla per seguire la moda, i cantanti del momento di cui parlavano tutti, e che io non conoscevo. Per anni non ho mai portato gli auricolari fuori di casa. Portavo piuttosto i miei pensieri, le mie preoccupazioni, le mie paure, in un tentativo disperato di districare quel gomitolo soltanto camminando. Ho cominciato ad uscire con gli auricolari nelle orecchie solo da un anno, forse poco meno. La musica non mi appartiene, non del tutto, e in materia sono terribilmente ignorante. Ho preso da mio padre: ascolto tutto. una miriade di artisti, di generi, di lingue, di ritmi, di testi, e raramente detesto un brano talmente tanto da non concedergli più avanti una seconda possibilità. Ho i miei preferiti, e i miei ricordi legati al mio breve passato. A volte mi capita di ritrovarmi catapultata in quel mondo, indietro di  un paio d’anni, con i ritornelli che allora canticchiavo perché ascoltavo solo quelli. Ma la musica cambia, e non trovo più nessuno a canticchiarli con me.

Oggi mi piace scoprire, andare alla ricerca di un nome nuovo, e innamorarmi di una canzone per caso, mi piace chiedermi di che genere ho bisogno, di quale voce ho davvero voglia, o impostare la riproduzione casuale dei brani, lasciando che siano loro a venire da me. Ogni tanto mi incuriosisco, e mi catapulto a cercare i testi, le traduzioni, i significati più nascosti, e mi rendo improvvisamente conto che la maggior parte delle volte ascolto soltanto un sottofondo. E’ come se improvvisamente cambiasse tutto, come se cambiasse totalmente canzone. Le emozioni che ti dà un brano di cui non capisci il testo, sono fragili e istantanee, sono bagliori che svaniscono, e non ritornano mai uguali, ma quando sai di cosa si sta parlando, quando sai il racconto e il suo finale, è tutto diverso. Impari a ritrovarti quasi in ogni canzone, anche in un piccolissimo dettaglio, in una frase, in una virgola strumentale. Impari a desiderare quelle canzoni, come un bisogno fisiologico. A volte mi incuriosisco dell’artista, e di lui leggo tutto, dalla sua nascita ai suoi esordi, dei concerti e delle registrazioni. Mi ha spesso incuriosito un’epoca, non la mia, ma quella di mio padre. A volte mi racconta di quando tornava a casa e si chiudeva in camera, con i dischi in vinile che giravano e giravano, mi propone dei nomi che hanno fatto la storia, e mi rendo conto che avrei voluto viverlo anch’io. Oggi è così facile, così immediato ascoltare musica. Non esiste il gesto di prendere il disco e vederlo girare. La musica è immateriale, racchiusa in un account di Spotify, in un computer, o in un lettore mp3.

Mi è difficile fermarmi davvero ad ascoltare una canzone, a volte mi accorgo che ero talmente impegnata a sentirne il timbro della voce e gli strumenti, che del testo non ci ho proprio capito niente. Certo, è terapeutico giacere così, con una melodia nelle orecchie e tutto il mondo lontano, è il modo migliore, ed il solo che conosco, per lasciare per qualche minuto tutto quello che ho, e viaggiare. Ma la musica dev’essere mia. Non lascio mai che si diffonda in camera, o lungo i corridoi di casa, non condivido quelle emozioni che provo, e se qualcuno mi chiede che musica io ascolti, la sola cosa che mi viene in mente di rispondere è “Tutta”. Tutta davvero. Rock, pop, soul, qualcosa di rap, a volte classica, in discoteca reggaeton, di qualsiasi epoca o anni, italiana e straniera. In un giorno solo sarei capace di spaziare dai Green Day a De André, da Amy Winehouse ad Alessandra Amoroso, da Michael Jackson a Tiziano Ferro, dai Beatles ai Modà, da Rod Stewart a David Bowie, da Ed Sheeran a Fiorella Mannoia. E mi fermo, perché andrei avanti per ore.

Sapete cosa? Manca un punto di riferimento. Manca un cantante che, tu lo ascolti e pensi “questo sarà ricordato per sempre”. E’ come se danzassero tutti su di un filo sospeso, tutti perseguitati dal rischio di scomparire, di venire dimenticati dopo il primo album d’esordio. Se dovessi dire un concerto che sogno, mi verrebbero in mente mille artisti, e quelli che ormai sono morti e non possono più cantare, e quelli che si sono ritirati, e sui palchi non saliranno mai più. Ma non c’è quell’Artista, quello con la A maiuscola, che se organizzasse un concerto sarei la prima in prima fila. No, non c’è. Non mi dispero se perdo i biglietti di questo o quel concerto, è già successo, come è successo che non mi venisse in mente nemmeno di provare a comprarli. E’ una musica strana, quella con cui vivo. Ho con lei un rapporto tutto mio. Molti non lo capiscono, e forse è anche normale. Credo che crescere di musica sia una cosa, crescere con la musica sia un’altra cosa, ed essere me sia un’altra ancora. Io mi accompagno con la musica. E giuro che se avessi più tempo, se avessi la venticinquesima ora del giorno, io mi informerei, leggerei, ascolterei più musica di quanto io già non faccia, e studierei ogni canzone, ne capirei ogni senso, ogni significato, la riascolterei ancora per fissare in testa il testo. Ogni brano sarebbe per me come un libro, o come un film che si apre e si chiude in meno di cinque minuti. Ma ho sempre la sensazione di essere in ritardo su tutto, e di avere troppi artisti ancora per me sconosciuti.

Ho poi questo vizio, di stancarmi di un’artista dopo un tempo brevissimo, io incapace di finire un album nell’arco della stessa giornata. Un tempo era diverso, credo. Mio padre trascorreva interi pomeriggi con lo stesso disco in vinile, ormai graffiato come un reperto di guerra, e conosceva a memoria ogni singolo istante, ogni inframmezzo musicale, ogni timbro particolare. Si è persa la concentrazione sulla musica, la pazienza di addentrarsi nelle raccolte di inediti come fossero le pagine fitte di un romanzo, una biografia scritta a metà della propria vita, si è persa la curiosità per il lavoro del cantante, e per le parole che tra quelle undici o dodici canzoni compongono un fitto e labirintico legame. Si è ridotta la musica a sottofondo, io ho ridotto la musica a sottofondo. Quando cammino, quando leggo, quando sono in casa da sola, quando sono in autobus, quando guido la macchina, quando non riesco a dormire. Ascolto con un orecchio solo. E vorrei rimediare.

Ammiro le persone colte, quelle che conoscono la musica di ogni secolo, quelle che sanno distinguere un brano da un altro dopo le prime tre note, quelle che sanno la storia degli artisti, il percorso che la vita ha offerto loro, le scelte che hanno fatto, lo stile che hanno reso proprio, e tutti quei silenzi che sono sempre stati lontani dai riflettori, e che soltanto a volte sfuggono dalle bocche dei più curiosi. Ammiro le persone appassionate di musica, che quando ascoltano un brano non fanno nient’altro, soltanto giacciono sul letto con la porta chiusa, e si lasciano trasportare dalle parole morbide e studiate delle canzoni. Ammiro chi è vissuto di musica, chi vive di musica, chi si nutre di musica. Perché è la più sana vitamina e la più sincera compagnia con cui crescere, ogni singolo giorno della nostra esistenza.

17 commenti Aggiungi il tuo

  1. Vittorio Tatti ha detto:

    Anche io ho uno strano rapporto con la musica.
    Qualche volta mi capita di ascoltarla (più spesso quando sono fuori casa, per isolarmi e non essere scocciato dagli altri), ma lo faccio raramente, perché prediligo il silenzio o, al limite, i rumori della natura (tipo pioggia, vento, mare, etc.; sicuramente non quelli derivanti da attività umane).

    1. Ehipenny ha detto:

      I rumori della natura li prediligo anche io, e il silenzio in certe situazioni credo sia fondamentale… sono entrambe melodie insostituibili 🙂

  2. Neda ha detto:

    Mi piace la musica, soprattutto quella sinfonica. La ascolto mentre dipingo, in sottofondo.
    Mi piace anche quella “leggera” però mi sono fermata all’epoca di Yves Montand, Juliette Greco e Edith Piaff.
    Ogni mattina la musica mi sveglia, con la radio, alle 6.30. Musica moderna, attuale, spesso ripetuta ogni giorno. Eppure dopo dieci minuti non la ricordo più, mi sembra tutta uguale, senza bellezza. Al contrario, riconosco Beethoven, Mozart, Vivaldi, Verdi, dopo le prime note. Sarà che sono vecchia…

    1. Ehipenny ha detto:

      Posso parlare solo per la musica moderna, perché in musica classica sono ignorante tranne certe melodie famose, e la musica sinfonica… ancora peggio 😅 Spesso dico anche io che quella moderna sia tutta uguale, ma salvo dei cantanti che se conosciuti si ricordano e si riconoscono sempre 🙂

      1. Neda ha detto:

        C’è una canzone che amo in modo particolare e che mi commuove quando ne recito, o canto, le parole: “Gracias a la vida” di Violeta Parra. La conosci?

      2. Ehipenny ha detto:

        Non la conosco, ma la ascolto volentieri 😉

  3. Ascolto qualcosa nei tragitti in auto e stop.
    A riguardo sono molto simile a Vittorio Tatti..prediligo i rumori della natura!

    1. Ehipenny ha detto:

      Comprendo bene, fino a poco tempo fa anche io 😁

  4. Ho scoperto la musica con mio padre. Viaggi in auto, giradischi e vinili, CD, cassette. Ora con Spotify ho tutto a portata di mano ed è fantastico.
    Amo Beatles e Rolling Stones. In macchina da qualche anno mi trovo bene con Virgin Radio, sia con la musica che con le varie rubriche. Stay rock! 😎

    1. Ehipenny ha detto:

      Beatles e rolling Stones! Quindi nemmeno tu sei del partito che si debba scegliere o l’uno o l’altro? Io apprezzo entrambi 😁

      1. Fanno parte entrambi della mia colonna sonora. I Beatles sono pura poesia, ma a volte la mia anima è più da Rolling Stones 😀

      2. Ehipenny ha detto:

        È vero, tanto diversi ma tanto grandi :))

      3. Quando sono in facoltà e studio con le cuffie loro ci sono sempre.

  5. fulvialuna1 ha detto:

    Adoro la musica, quando mi dedico alla casa metto su musica ballabile e vado!

    1. Ehipenny ha detto:

      Forse forse lo rende piacevole, proverò 😁

  6. m&m ha detto:

    Secondo me è un problema generazionale. Io che sono della generazione di tuo padre, non posso vivere senza musica, la mia musica. Perchè la musica ce la dovevamo conquistare quando non era così immediato averla. La musica erano vinili acquistati con sacrifici, viaggi a Londra per trovare quelli rari, partenze in treno, in autostop, anche a piedi per i concerti. Ore di attesa sotto il sole o la pioggia, concerti che rischiavano di saltare per le contestazioni. La fatica di arrivare alla fine tra botte, pogo violento e sputi. E no, non si può ascoltare di tutto, mi dispiace. Come si fa a passare dai Joy Division a Michael Jackson? Dai Beatles a J-Ax?

    1. Ehipenny ha detto:

      Hai ragione era tutto molto diverso da ora …
      Io personalmente ascolto di tutto e ci riesco (tolto jax dalla tua lista), dipende dal momento e da cosa ho voglia di sentire… ogni artista dà qualcosa, se uno è pronto a ricevere io credo che possa spaziare nei generi 🙂

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